Israele/Palestina. ‘Sfidare l’atrocità’

Gerusalemme, soldatessa di servizio alla Porta di Damasco
Soldatessa israeliana alla Porta di Damasco a Gerusalemme

 

‘Painful, ugly and bloody’. Gli occhi di Mahdi Abdul Hadi avevano la luce opaca della rassegnazione. Gli avevo chiesto quale era il futuro di Gerusalemme. Fino ad allora il nostro colloquio, avvenuto alla fine di febbraio di quest’anno, era stato tranquillo, sereno, quasi di speranza. Mahdi Abdul è il presidente di Passia, un attento centro studi palestinesi a Gerusalemme. Ha 70 anni, Mahdi: nato a Nablus, un padre giudice, profugo in Libano negli anni della prima guerra arabo-israeliano. E’ un vecchio notabile-intellettuale palestinese. Gentile, riservato, intelligente. Un uomo vecchio stampo. Alla fine del nostro colloquio mormorò quelle tre parole. Che, nell’articolo che poi scrissi, non volli tradurre. Era la previsione che non volevo conoscere. La verità che non potevo ammettere: ‘Painful, ugly and bloody’.

L’assassinio di Eyal (19 anni), Gilad (16 anni) e Naftalì (16 anni), tre giovani ragazzi ebrei, studenti di scuole religiose, da parte di islamisti radicali e le reazioni israeliane (finora oltre 400 arresti, cinque palestinesi uccisi, fra cui due ragazzi. Che non hanno meritato nemmeno di essere ricordati con il nome dai giornali) sono l’avverarsi della amara profezia di Mahdi. ‘E’ un giorno triste’, scrive Abraham Yehoshua. In realtà è un giorno orribile. Lo scontro fra Israele e palestinesi appare inarrestabile. Si aprono barlumi di speranza (il viaggio di Papa Francesco, la preghiera in comune in Vaticano di Shimon Peres e Abu Mazen, gli accordi fra al-Fatah e Hamas per un governo di unità nazionale) e poi, subito dopo, tutto va in fiamme, sepolto sotto il dolore, la ferocia, la vendetta.

Nessuno ha voglia di fermare questa deriva. Nessuno vuole fermarsi. E’ un rituale che conosce solo il sangue. Soprattutto quando si sa che non vi saranno vincitori. Moriranno solo dei ragazzi. Moriranno solo uomini, donne, bambini. Gente comune. Perché sono cristiani, sono ebrei, sono curdi, sono arabi, perché sono diversi. ‘L’innocenza è un delitto’, scrive il giornalista Domenico Quirico. Al Jazeera scrive che i tre ragazzi erano settlers, coloni illegali di territori occupati. Ha ragione, al-Jazeera: i ragazzi studiavano in un insediamento considerato illegale dalle Nazioni Unite. Ma così al-Jazeera definisce, inchioda, non offre alternative, né vie di uscita. E speculare è l’atteggiamento israeliano: una volta, in Israele, un uomo si ritenne di avvertirmi che nei dintorni c’erano degli arabi e quindi dovevo stare attento alla mia incolumità. La diffidenza, in quella Terra Stretta, è diventata paura. La paura, odio. ‘Non so quanti leader di Hamas rimarranno vivi dopo stanotte’, ha detto il viceministro degli esteri israeliano, Tzachi Hanegbi.

Non so chi abbia ragione. Su Limes leggo che il sequestro dei tre ragazzi è avvenuto in un territorio sotto controllo palestinese. Yehoshua spiega, invece, che si trovavano sì in terra di Palestina, ma controllata da Israele (quelle aeree C stabilite dagli accordi di Oslo diventati, dopo quasi venti anni, cenere di carta). Non ci sono confini in quella Terra Stretta. Yehoshua crede che sia stata una colpa non aver mai avuto il coraggio di tracciare una frontiera fra due stati. I tre ragazzi, scrive lo scrittore più celebre di Israele, erano convinti di essere nelle loro terre. Ma in realtà erano in una Palestina che non appartiene ai palestinesi. Di chi è la terra di Palestina? Dopo i Balcani, sta andando a pezzi quel Medioriente disegnato dall’arroganza dei paese europei dopo il crollo dell’impero ottomano. E’ come se la storia presentasse, un secolo dopo, i suoi conti alla codardia, all’ipocrisia e all’avidità dell’Occidente. Quelle terre stanno pagando un prezzo inaccettabile. Alla fine, anche l’Europa ne sarà vittima.

Nelle stesse ore in cui venivano trovati i corpi dei tre ragazzi ebrei e si attende la rappresaglia israeliano, trenta uomini e donne morivano su un barcone in mezzo al Canale di Sicilia. Era quasi in seicento su quella nave. Quei trenta sono morti asfissiati. Morti nell’ultima classe della disperazione. Non avevano il  biglietto per un posto sul ponte. Dove si può morire annegati. Cercare di fuggire all’orrore per morire di orrore.

Mahdi Abdul Hadi, alla fine del nostro incontro, volle che la segretaria ci scattasse una foto assieme. Poi ebbe il suo sorriso malinconico: ‘Sfidiamo l’atrocità’. Che altro possono e possiamo fare?

 

Matera, 1 luglio

 

 

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