Velluto

 

Giuliano e la sua giacca di velluto
Giuliano e la sua giacca di velluto

Il giovane fotografo ha i baffi risorgimentali. Li liscia con la mano destra. Credo che quando non ha l’indice poggiato sul pulsante di scatto, lo usi soltanto per arricciarsi quella curva di peli impennata verso l’alto. Mi dice: ‘Lui non salirà’. Silenzio, non mi volto nemmeno, guardo il ragazzo che con movimenti impacciati si avvicina al tronco. ‘Ha i jeans’. Per arrampicarsi sull’albero del Maggio, ci vuole il velluto.

Il velluto è il tessuto della gente delle campagne. Gilet nero per i boscaioli della montagna, per i pastori solitari del Pollino, per chi alle feste suona la zampogna. Gilet abbottonato e pantaloni a coste. A volte una giacca marrone. O blu della notte. O nera. Tessuto di pelo. Chissà se Giuliano, vecchio mandriano di Accettura, sa che era la stoffa degli abiti alle corti dei re. Cour du roi, lo chiamavano. I sovrani amavano che, durante le battute di caccia, i domestici vestissero di velluto. Gli arrampicatori della festa non lo sanno, ma devono qualche gratitudine al duca Visconti di Modrone, il padre di Luchino Visconti, insomma. Fu lui, gentiluomo di corte, a metter su, nel 1866, la prima fabbrica di velluto a coste d’Italia.

Giuliano ha baffi sottili, porta le mani al petto, infila le dita sotto il gilet: ‘Sono nato di velluto, morirò di velluto’. E’ estate, la stagione del vento caldo ha raggiunto anche i boschi di Montepiano, Giuliano indossa il giubbetto di velluto e non si è certo tolto i suoi pantaloni a coste. Un altro Giuliano del paese, Giuliano Mariano, il celebre Zizilone, appariva, nell’arena della festa, con la camicia rossa e il pantalone di velluto nero. Era la sua divisa. Un gesto di spavalderia. Di orgoglio contadino nel giorno della sua gloria. Se ne stava in bilico, le mani sui fianchi, sull’ultimo paranco a venti metri di altezza prima di lanciarsi nel vuoto aggrappato alla fune per raggiungere l’albero e salire verso il cielo a mani nude. Il velluto e il legno si amano. Il velluto quasi si incolla al tronco liscio, dà confidenza all’uomo e all’albero. Il velluto è tessuto tecnico di un Sud antico. I ragazzi che ora si arrampicano, eredi di Zizilone, si cambiano i pantaloni prima di scendere i gradoni dell’anfiteatro dove il Maggio è stato innalzato. Indossano il velluto. Antonio, giovane e dai muscoli forti, ha pantaloni grigi, a coste larghe. Vincenzo preferisce un blu scuro più vicino ai suoi silenzi. L’altro Antonio ha i suoi anni e i pantaloni sono gli stessi da tempo e tempo. Tutti di velluto. Tessuto con i peli. Mi guardo attorno, nella piazza, attesa della scalata, solo i vecchi chini su loro stessi dagli anni, indossano ancora il velluto. Il fotografo me li indica uno per uno. Gli arrampicatori, intanto, fanno sentire il legno ai loro pantaloni.

Matera, 12 luglio

 

 

 

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