Il pane e il coltello

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Franco afferra il pane. Una pagnotta grande. Ben cotta. Pane di grano duro. Una crosta spessa, croccante. Sfuma verso il giallo, la mollica. Franco ha un gesto maschile, contadino, da uomo abituato ai boschi e al cibo sotto l’albero. Con la mano ruota la forma del pane, l’appoggia al petto, l’avverte sulle costole, l’abbraccia come fosse un bambino, come se la proteggesse. L’uomo diventa tagliere. Da un astuccio di pelle, appigliato alla cintura, con la mano destra, estrae il coltello. Un movimento innato, compiuto senza esitazione. Senza guardare. L’impugnatura. Lo scatto del serramanico. U’ cu’rtd e u’ pen. Lama corta. Affilata. Ora la mano deve compiere un cerchio, il coltello disegna un arco, traccia un circolo che affonda nella crosta del pane. Credo che Giotto abbia fatto lo stesso movimento quando disegnò il suo tondo perfetto. Francesco, seduto per terra, le gambe incrociate, compie ogni gesto con naturalezza. Lo ha sempre fatto. Un uomo, il pane, il coltello. Gli uomini nei campi tagliano così il pane. L’ho visto fare al musicista della zampogna, al contadino sotto la quercia nei momenti del riposo, al boscaiolo con la schiena poggiata al tronco appena abbattuto. Lentezza. E precisione. L’opposto della fretta.

Franco taglia. La fetta si stacca e lui la porge allungando pane e coltello.

Suo padre mangiava solo pane. Spesso in solitudine. Sotto il grande albero che stava all’incrocio dei campi. Pane asciutto.Falciava il grano con la sua fatica e mangiava solo pane. A volte, senza il tempo di masticare perché c’era il lavoro da finire prima di notte. Forse il coltello di Francesco è quello del padre. Ma qui c’è il pomodoro da sfregare o da mangiare a morsi, il taglio rotondo della salsiccia, il provolone a tocchi.

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Le mani. Mani che fanno le zeppole dando forma a un impasto che sfugge da tutte le parti.

Mani che allungano il filo della cagliata per annodarlo su stesso e dare forma al provolone.

Mani di donna che hanno una pesca in mano, la stringono con le dita. Una pesca e il pane. Poggiano le mani in grembo, nel pugno il frutto, fra le altre dita,la fetta del pane. Hanno lo sguardo verso orizzonti visibili solo a loro. Senso di un piacevole, malinconico abbandono, la testa un po’ all’indietro. Il collo quasi proteso. I capelli raccolti in un laccio. Cosa pensa, la donna? Pensa? Ha fantasie che non mette a fuoco. Questioni di infinito dal piccolo centro del mondo che è il paese. Masticherà lento, Margherita. Francesco taglia un’altra fetta della pagnotta. E poi un’altra ancora. Adesso le poggia sulla tovaglia a scacchi bianchi, le mette fra la frittata e la pasta al forno. Le tovaglie sono colore di pietanze, arcobaleno di cibi. Giallo delle uova, verde dei frigittelli, rosso fuoco del salame, rosso porpora del prosciutto, bianco-avorio dei formaggi, bianco perfetto delle mozzarelle, arlecchino confuso e sgargiante della ciambotta, bianco-fumo dei cardoncelli e m’sc’r’n, il giallo-bosco degli add’tr’dd.

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La ragazza camminava fra le tovaglie stese sul prato. Ombra del bosco. Aria leggera. Stava bene. Era questa la felicità? Era in pace con se stessa. Voci di donna la chiamavano e da ogni famiglia allargata si alzava il bicchiere del vino, il tondo della salsiccia, il triangolo del formaggio ben salato. Alcuni offrivano la frittata con i peperoni. O il ripieno delle melanzane. Accettava, Nunzia. Non diceva mai di no, anche se il suo corpo protestava per l’abbondanza senza abitudini. Beveva, da piccoli bicchieri. Vino dal gusto acido. Vino di pochi mesi, giovane come una farfalla. Non faceva intontire la testa. In cambio dava un sorriso senza parole. Franco la colpì. Quel gesto del taglio del pane. L’uomo aveva ancora il coltello in mano, nell’altra la fetta, in bocca un morso di formaggio. Guardava anche lui il mondo. Senza che le fantasie trovassero un chiarore che spiegasse questo istante. Nunzia gli passò davanti. E cercò di guardare, senza essere vista, i suoi occhi. Avevano i riflessi dell’acqua di montagna.

Matera, 16 luglio


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