‘Io sopra prendo molta aria’

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Gli eroi appaiono al tramonto. Quando luce e buio rallentano come se aspettassero un invito dell’uno o dell’altro prima di soccombere o trionfare. Gli eroi amano quel momento, la malinconia di una fine e un nuovo inizio nel quale compiere grandi imprese. In un’ultima ombra di sole, appare il lampo rosso della camicia di Zizilone. Giacca scura, fazzoletto al collo, sigaro in bocca: quest’uomo di cinquant’anni è sfrontato, spavaldo, sbruffone, superbo. E meraviglioso.

Allora abitava in una casa fuori dal paese. Contrada Fontana Noce. Appena imboccata la strada per San Mauro Forte. Non si era mai sposato, Zizilone. Viveva con la madre. Come tutti al paese aveva fatto i suoi anni di Germania. Si passavano la voce i parenti e i compari, e poi partivano. Lui stette lassù cinque anni, ma poi se ne era tornato. Senza aver fatto troppa fortuna. Non era riuscito a fare casa in quelle terre. Come si fa a stare lontani dal paese? E, in ogni caso, quando anche stava oltre le Alpi, tornava sempre per la Festa. Solo una volta non era venuto. Nessuno ha mai saputo cosa lo aveva trattenuto quella volta.

Negli ultimi anni Zizilone, come mille altri, si arrangiava. Disoccupato per le statistiche. Lavorava per la forestale, raccontano. Altri ricordano che faceva il manovale. Andava a caccia di serpenti fra i sassi delle campagne. Li catturava vivi, li addomesticava e se li portava dietro. Non c’erano topi, dove si aggiravano i serpenti. Era un compagno: ‘Siamo compagni, qui. E accettiamo con umanità il prete alla Festa. C’è qualche democristiano che non lo fa’, disse una volta. ‘Era come Robin Hood’, narrano al paese, ma poi non spiegano le ragioni del paragone. Forse sono nel giusto: alla bisogna, sarebbe stato dalla parte dei ribelli, Zizilone.

Sussurravano, a bassa voce, che sapeva anche di magia e subito si affrettavano a puntualizzare che ‘esercitava fin di bene’. Doveva avere una forza degna di Ercole. Lo sapeva e ne faceva spettacolo: di fronte a una cinepresa, non esitò a sollevare da solo un furgoncino. Qualcuno dice che il padre aveva fatto il pugile in America. Che lui, un giorno, prese a pugni un mulo. Nei bar e nei crocchi di paese all’ora dei caffè, i racconti diventano sempre mitologia. Cambiano di voce in voce. Di mese in mese. Nunzia ascoltava quelle storie stando in disparte. Avrebbe voluto chiedere. Lei non ha nessun ricordo di quell’uomo volante. Quando morì, lei aveva appena cominciato a camminare.

Zizilone, da quando aveva poco più di vent’anni, si arrampicava sull’albero della Festa. Così a occhio ha cominciato nei primi anni ’60. Era il solo in quegli anni ad avere la sventatezza di farlo. Amava quella sfida. Con se stesso e con il paese. A ogni ricordo, in realtà, spuntano rivali di quelle imprese. La fama di Zizilone li ha oscurati. Dovevano essere tempi accesi, quelli. E lui mal tollerava chi avesse voluto scalare l’albero. Il suo coraggio era un istinto, una sopravvivenza, una ruga predestinata nei pensieri. Al forestiero dice che il suo cognome è Mariano Giuliano. E lo dice con un fiato solo, come se fosse un’unica parola.
Nunzia chiese del soprannome. Nessuno sapeva risponderle. Qualcuno alla fine, seduto al tavolo di un bar, sguardo perso nella memoria, ricordò che sua nonna rovistava di continuo e con insistenza fra i capelli di suo padre quando era bambino: cercava quelle carogne degli z’zl, i pidocchi, insomma. ‘Così tutta la gente che lavoravano insieme per lui, lo chiamarono zizilon, zizilon’. Pidocchio grosso. I soprannomi, al paese, rimangono aggrappati alle generazioni. Così Giuliano, il figlio del ragazzo spidocchiato, con il vero nome a devozione al Santo, divenne Zizilone. E niente importava se aveva muscoli da toro, agilità da pantera e carattere da guerriero.
Un altro, seduto al bar più lontano, guardò Nunzia con occhi che guardavano oltre la sua spalle: ‘Zi’zl sta per stracciato’.

In realtà era Leonardo, un altro scalatore, a volere la luna. Almeno di questo era certo il fotografo Mario Dondero
In realtà era Leonardo, un altro scalatore, a volere la luna. Almeno di questo era certo il fotografo Mario Dondero

Molti anni fa, al martedì, giorno della scalata del Maggio, nessuno si stupì quando Zizilone fece la sua apparizione fra la folla e si mise a guardare l’albero con occhi di beffa. Stava quaranta metri più in basso della Cima, ma è come se la osservasse dall’alto. Indossava i pantaloni di velluto nero. Questo voleva dire che sarebbe salito. Gli piaceva essere corteggiato. Quella volta finse con maestria: il Maggio è teatro e Zizilone negava gli inviti, cercava scuse: ‘Che salgo a fare? I cacciatori hanno già colpito tutte le tacche. Non mi porto giù niente’. Fece calzetta, quel giorno. Si metteva in mostra. La recita è il rito. Voleva una folla di adoratori. Fremeva dalla voglia di salire. Si godeva il trionfo. Era un anno che aspettava.

‘Suppergiù ci teniamo forte alla Festa. E’ una devozione a san Giuliano’. Ripeteva: ‘Ci teniamo forte’.

Zizilone appoggia le mani al tronco. Lo abbraccia. Non riesce a cingerlo per intero. Ha le corde con sé. La bassa musica di Turi suona il ritmo della Festa. Adesso, quest’uomo è davvero il re. Ha anche trombe e tamburi a fargli da orchestra. Gli altri si allontanano. Danno spazio. Lui ha gesti lenti e rapidissimi. Mani, fune, nodo, cappi che diventano scalino di appoggio, piedi, gamba, tirarsi su, verticale rispetto al tronco. Funambolismo che intreccia muscoli e testa, cuore e forza della natura. Zizilone è tutt’uno con il legno dell’albero. ‘Io per me lo faccio, per dare al popolo, più che altro per aver soddisfazione, per divertirmi. Non ci vado per nessun altro motivo, ma solo per dare quell’armonia che uno deve vedere come si conviene’. Erano balle quelle dei premi da raccogliere, questo Nunzia lo sapeva, ma dove aveva trovato questa parola, Giuliano? ‘Armonia’. Per dare quell’armonia che uno deve vedere come si conviene ‘. Nunzia pensò che mai le sarebbe venuta in mente. Se la scrisse su un foglietto. Ne avrebbe fatto tesoro.
I movimenti della salita furono, e sono ancor oggi, da uomo-snodabile, da marionetta dell’arrampicata, sono quasi meccanici e innaturali. Come se qualcuno tenesse un filo e tirasse su prima la gamba, poi la testa, poi il braccio, poi l’altra gamba. Si sale a scatti. Eppure, hai ragione: c’è armonia in quest’ascesa al cielo. Le mani sono aggrappi, i piedi sono leve, le corde arrivano dove il tuo corpo non ce la fa. Sali e hai già più di cinquant’anni. Sono trent’anni, che, al martedì della Pentecoste, diventi eroe.

Antonio, vent'anni dopo Zizilone, sale
Antonio, vent’anni dopo Zizilone, sale

Sali, sali, sali. Una bugia l’hai detta. All’antropologo che ti strappava le parole una a una non hai detto che sei stato il primo, fra gli scalatori, ad essere certo che qualcosa la volevi, Zizilone. Tu volevi la luna.

Oscilli con le gambe, ti metti a testa in giù e agiti le braccia, fai capriole aeree, stiri i tuoi addominali fino all’impossibile. Capogiro. Vuoi gli applausi, la paura, l’incanto e l’adrenalina dei paesani. Vuoi che ti guardino con ammirazione. Con spavento. Lassù, si vede anche da quaranta metri sotto, stai bene. Sei libero: ‘Quanto stavo sopra mi sento cinquantamila volte meglio che stando a terra, io sopra prendo molta aria, per me è proprio un divertimento’.

Ci credo, si disse Nunzia. L’ha capito fin dal primo momento ha visto quella tua foto così famosa. E’ un parallelepipedo, Zizilone. Non ha angoli, né mollezze. Non sai dove afferrarlo. E’ fatto di linee rette. Ma lui sa prendere te. Re per un giorno. Lo vedo: ha il senso dello spettacolo, è artista di circo, gladiatore di olimpiadi. Si mette in mostra. Solo Rocco Scotellaro poteva cantarne le gesta, solo un poeta, quel poeta, è capace di essere veggente del futuro inevitabile: ‘Lui, l’atleta della feste al tramonto/cadde dall’albero della cuccagna’. Ma, oggi, stasera, non accadrà. Zizilone afferra il sigaro con due dita e lo getta a terra, fa due passi, si toglie la giacca, sfila il fazzoletto dal collo ed è tutt’uno con il tronco, si trasforma in gatto selvatico, arpiona il legno, sente l’albero entrare nella sua camicia rossa. Sale, Zizilone. A balzi, come un felino, come un ghepardo della Lucania. Non lo ferma nessuno. Raggiunge i pioli che hanno intrecciato l’agrifoglio al cerro. E’ in Cima. Rullano i tamburi della bassa musica di Turi. Musica povera, scrive l’antropologo. Povera un corno, è una marcia trionfale di fiati e percussioni, clarino e piatti. Il sole benedice Zizilone. Fa ondeggiare l’albero e si applaude. Non so cosa pensi di lui il paese nei giorni lontani dalla Festa. Non so se lo salutano con la stessa ammirazione di quando, ogni anno, è re per poche ore? Di cosa si parla con Zizilone, Mariano Giuliano, al bar Roma o al bar Centrale nei giorni lontani dalla gloria? Una volta, in piazza, uno del Maggio, uno di quelli che tutti gli anni è lì a faticare in prima fila, disse con aria da lamento: ‘Noi ci sentiamo importanti solo in due occasioni: a San Giuliano, per la Festa e quando ci chiedono il voto per le elezioni’.

Ma questi pensieri non sfiorano il re. Prendo sul serio le parole dell’antropologo: ‘Il Re del Maggio’ aveva ucciso ‘l’albero che lo aveva generato, e si appropriava del suo spirito regale’. Zizilone, per la verità, se ne sbatte di cosa scrivono i libri. Lassù si gode la libertà. C’è il vento, il sole, sei sopra i tetti delle case e gli uomini sono piccoli. Sono sudditi del tuo regno che non conosce orizzonti. Ora scende con una striscia di movimenti continui, sente che il legno non vuole lasciarlo andare, si graffia le mani, vuole lasciare un credito di sangue, schegge di tronco nella camicia, sa di resina, quando arriva a terra. I paesani lo prendono, mille braccia si tendono, lui non fa resistenza e si trova su un trono di spalle. Trionfo di paese.

‘Non morirò mai’, diceva nei bar Zizilone.

Cinque maggio del 1990. Un sabato. Sei sparito nella notte. Ti hanno visto due ragazzi alle due del mattino, tua madre, ben prima dell’alba, si accorge che non sei a casa. E’ lei che subito sa. Anche senza chiedere, già sapeva. Ma si appiglia al grido, all’aiuto, a una speranza in cui non crede.
Alla domenica, giorno di elezioni, un cugino trova, in un fossato alle spalle della casa, il corpo di Zizilone. Prime cronache affrettate, i giornali devono uscire ogni giorno: è stato picchiato con ferocia, scrivono in poche righe. I giornali si fanno al capoluogo, mica al paese. Qui Zizilone è re, ma a Matera o Potenza è un bifolco. Poche righe, troppo poche. Giuliano Mariano, scrivono, era ‘un personaggio singolarissimo. Dotato di forza erculea, tanto da essere capace di sollevare da solo un’autovettura’. L’omicidio non può essere stato compiuto da una sola persona, sono certi in paese. Chi avrebbe potuto affrontare da solo ‘il Re di Maggio’?
Ma poi bastò un’occhiata a un medico di Bari per chiarire che nessuno aveva preso a calci e pugni il sovrano del paese. Forse un’auto gli era venuto addosso, allora? Durò un paio di giorni il mistero attorno al dramma: il Dio greco della Festa era caduto dall’Olimpo. Aveva sfidato, ancora una volta, il cielo. Quella notte aveva perso la sua battaglia con il palo di un lampione in una piazza del paese. Sconfitta inaccettabile per la sua furia. Coltellata all’orgoglio di un Dio. Se ne andò con lo stridio irato della sua Fiat 124. La notte non avrebbe conosciuto pace. C’era ancora tempo perché Icaro spiccasse il volo. Il Re doveva dimostrare a se stesso che era ancora sul trono. Gli dei non lo fermarono e decisero la loro vendetta.

Là dove Zizilone si alzava in piedi
Là dove Zizilone si alzava in piedi

Più di venti anni dopo, un ragazzo, da una finestra, mi mostra il palo. Sta ancora lì. In mezzo ai campi. Un palo della luce. Alta tensione, dice. Davvero è finita così? La rabbia di una notte e il cielo ad attirarti? Sali, accidenti. Sali. Icaro vola, come si fa a non volare? La tempesta di energia stronca l’uomo più forte del vuoto. Un fulmine. Una vendetta del cielo a chi non si arrendeva. Sali, cosa esiti? Senza folla ad applaudirti. Solo la notte attorno a te. Senza acrobazie da mettere in scena. Sali perché è il tuo destino. Hai avuto la missione di sconfiggere le leggi della natura. All’improvviso, un boato violento di stelle e coltelli si conficca nel tuo cuore. Lacera le carni. Agguanta il cuore e cerca di soffocarlo. Gridi come un animale ferito, non capisci la violenza che ti taglia la pelle, cacci via le mani degli dei assassini, gelosi della tua forza. O, forse, erano divinità benigne, non volevano lasciarti diventare vecchio. Non volevano saperti senza forze. Non volevano vederti ciondolare di bar in bar senza memoria della tua grandezza. Gli eroi sono immortali perché muoiono giovani.

Zizilone si trascinò per terra. La saliva si trasformò in resina. I liquidi del corpo divennero linfa. Uomo albero. E poi uomo uccello. Prima di un respiro che assomigliò a un urlo alla natura. Il cielo si era ribaltato. Il corpo era stato smembrato. Cercò di rialzarsi un’ultima volta . Non c’erano le grida dei paesani. Non c’era un trionfo. La vita finì nella solitudine.

I suoi funerali furono quelli di un re.
‘Lui, l’atleta delle feste al tramonto/cadde dall’albero della cuccagna’.

Guardo la foto. Mario non sa di fotografia, ma riesce a mostrare l’anima delle persone. Mario è la fotografia. La fotografia perfetta. Mario è il migliore fra i fotografi. Negli anni ’80, chissà quale filo lo condusse fino a qua, passò dal paese. Zizilone aveva poco meno di cinquant’anni, la stessa età di Mario. Il fotografo sapeva di bellezza e di genio. L’aveva condivisa in una camera d’albergo milanese con Luciano Bianciardi e Ugo Mulas. Guardò l’eroe e ne vide la diversità. Provò qualche invidia, ma sapeva cosa doveva fare. Mario seppe afferrare lo spirito dell’uomo del cielo. Lo osserva con la distrazione di una volpe, aspetta un suo movimento e, al primo gesto, alza la sua macchina fotografica. Anche Mario è solo istinto. Sono certo che gli occhi dei due uomini abbiano trovato un’alleanza, una complicità. Zizilone sta lì, in cima alla croccia, albero-paranco, con l’aria beffarda del pistolero prima del duello, del gatto volante in attesa della preda, del saltatore di fronte all’ostacolo. In piedi a venti metri di altezza, mani sui fianchi, niente che lo tenga lassù se non un equilibrio divino. Sente il suo cuore rallentare. Il collo è teso. Ogni muscolo conosce un dovere. Si butta. Il vuoto e la corda.

Mario riesce a fermarlo, lo immobilizza, lo costringe a una vita eterna. Lo fa entrare, come lo spirito della lampada, nel chiuso fantastico di una Leica. E così, lo trasforma, con cura umana, nel mito. Lo rende davvero immortale.

Quella foto di Mario venne chiamata, mille anni dopo, ‘L’invenzione del vero’.

Matera, 23 luglio

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