Il legno dell’agrifoglio non galleggia

L'arrivo dell'agrifoglio in paese
L’arrivo dell’agrifoglio in paese

Gli agrifogli crescono nella foresta di Gallipoli-Cognato. Questo Nunzia lo ha sempre saputo. Deve essere una storia di venti, terre, luce, se nascono lassù. Gli agrifogli non sono esigenti. Si accontentato di poca luce. Possono avere una lunga vita. Nei giorni del Natale, la casa di Nunzia si agghindava di foglie che pungevano e di bacche rosse. Qualcosa non le veniva spiegato, forse nemmeno i suoi genitori lo sapevano. Nemmeno i suoi nonni. Nessuno lo ricordava, la memoria si era confusa. C’era un intreccio di sacro che si era dimenticato nel tempo. Frontiera di mondi, abitudini di chiese che si sfioravano e volevano farsi compagnia. Ma così non va il mondo, alcune memorie vengono messe una sull’altra, fino a dimenticare.

 

L'agrifoglio comincia il suo viaggio
L’agrifoglio comincia il suo viaggio

 

 

Gli antichi erano felici quando vedevano spuntare le bacche rosse dell’agrifoglio. Segno che il sole aveva appena invertito il suo cammino. Allora facevano Festa. Scorreva vino color del sangue. Danzavano attorno agli alberi. Arrivavano genti da montagne vicine. Le capre ruotavano sopra gli spiedi. Allegria nel pieno dell’inverno. Raccoglievano rami di agrifoglio e ne facevano orecchini e pendenti.  

I giorni avevano cominciato il cammino verso l’estate, questo era l’annuncio delle bacche. I primi cristiani non dimenticavano il loro passato, ma spostarono di pochi giorni il loro senso del sacro e l’agrifoglio fu Festa del Natale. Si confondevano senza altri pensieri: prima si andava a salutare Saturno, a innalzare difese contro le divinità maligne dell’inverno e poi si venerava quel primo Cristo apparso sulla Terra con un ramo di agrifoglio in mano.  Poi si raccontava di pastorelli che donarono corone di foglie dell’albero sempreverde al bambino nato nella capanna. E in cambio accadde la magia delle lacrime che si trasformarono nelle bacche. Gli spiriti maligni si spaventavano solo a sfiorare i ramoscelli di quell’albero magico.  

L'ingresso dell'agrifoglio in piazza del Popolo
L’ingresso dell’agrifoglio in piazza del Popolo

 

Nunzia si sistema un gioco di rametti fra i capelli e affronta il gelo di giorni che le appaiono ancora bui. Troppo bui. Suo nonno, in quelle notti, dava un occhio al cielo, annusava l’aria e usciva in fretta senza nemmeno mettersi la giacca addosso. Faceva pochi passi appena oltre l’orto sotto casa e tornava con foglie di agrifoglio. Le appendeva alla maniglia della finestra. I lampi, allora, cadevano lontano dalla casa, i tuoni diventavano eco lontano. La madre di Nunzia, invece, aveva una cura nascosta: annodava i rami dell’alberello al letto di sua figlia. Augurio di sogni tranquilli e rimedio contro la tosse. La nonna era più pratica: dopo che gli uomini avevano appeso la carne salata e il salame alla trave del magazzino, lei arrivava con un rametto di agrifoglio e lo sistemava a un palmo di distanza. Teneva via i topi, spiegava. Una poetessa straniera provò a scrivere che la rosa selvatica era l’amore e l’agrifoglio l’amicizia. Albero-amuleto. Albero-talismano. Albero scaccia spiriti del male. Nessun druido si sarebbe avventurato nella foresta senza foglie di agrifoglio nel tascapane. Neanche il prete lo faceva. Avevano le stesse precauzioni.

Fra le foglio pungenti
Fra le foglie pungenti

 

 

In inverno, un giorno di sole freddo e scintillante, Nunzia salì al bosco. Voleva vedere i luoghi della Festa lontano dalla Festa. Cercò di indovinare l’agrifoglio che sarebbe stato scelto come Cima. Sapeva dei litigi fra gli uomini quando si trattava di decidere. Facevano teatro. Ma a volte era muso contro muso, denti contro denti. L’albero doveva essere bello, fronzuto, orgoglioso. Dritto per allungare il cerro fino a fargli solleticare il cielo con le sue foglie ad aculeo.

Il volo di un uccello sorprese la ragazza. Un uccello piccolo, uno scricciolo. In cerca del sole. Allora era vero, pensò Nunzia. Erano i giorni del solstizio, l’inverno doveva cominciare il suo giro. Il sole rallentava la sua caduta e cercava, a fatica, di spingere indietro il suo cammino. I mesi del freddo già avevano i segni di una lontana primavera. I cristiani avevano bisogno di leggende per la nuova fede. L’uccellino aveva deciso di rimanere nel bosco, sapeva che qualcosa doveva accadere. Non seguì gli stormi che migravano verso l’Africa. Si accucciò nel suo nido sotto l’agrifoglio, si avvolse di piume e muschi e si mise in attesa della nascita di Cristo. Così raccontano i libri. Il freddo lo tormentava. Fece, allora, la sua preghiera con occhi imploranti. Nunzia non sapeva a chi si fosse rivolta fra le tante divinità dei boschi. Ma il vento invernale, impietoso con i cerri colossali, risparmiò l’agrifoglio: le sue foglie rimasero sull’albero, si tinsero di un verde cupo e protessero il nido dell’uccellino. Che si mise a cantare quando il nuovo Bambino sacro decise che era tempo di provare a reincarnarsi nell’avventura dell’uomo. Il vento seppe che quando si imbatteva in un albero dalle bacche rosse, doveva roteare verso il cielo la sua violenza e lasciare che l’agrifoglio se la godesse.

 

 

La notte dell'agrifoglio in paese
La notte dell’agrifoglio in paese

 

 

E’ una storia a incastri, quella dell’agrifoglio e del grande cerro. Lui è così macho. Un bellimbusto da romanzo. Albero d’avventura. Vittorioso sulla gravità, ma senza testa. Lei, invece, ha legno che nemmeno sa stare a galla. Albero che allegra i mesi senza colori. L’agrifoglio diverte l’inverno tenendosi tutte le sue foglie, il cerro è gigante della stagione che cerca i giorni dei primi tepori. L’agrifoglio ha generosità, sotto le sue foglie si riparano condomini di animali in cerca di rifugio dalla pioggia e dalla neve. Il cerro è tutto preso dalla sua boria che non ha occhi per i piccoli abitanti del bosco. I paesani avevano deciso di unire alberi che più diversi non li puoi immaginare. Ma loro si amavano sul serio, univamo l’estate all’inverno e portavano nella piazza del paese tutte le stagioni dell’anno.  

Nunzia non seppe mai chi fu il primo a scegliere l’agrifoglio per fare la Cima dell’albero.                        

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2 pensieri riguardo “Il legno dell’agrifoglio non galleggia

  • 12 Febbraio 2017 in 23:13
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    Buonasera Sig. Andrea,
    credo che questa sia una delle pagine più preziose del blog.
    Mi chiamo Francesca, sono una fotografa documentarista di Bari.
    Sono entrata fra le sue pagine in punta di piedi, con quella tipica curiosità che pervade lo sguardo novello dei bambini.
    Avevo bisogno di reference per il lavoro fotografico che mi appresto a realizzare sul matrimonio degli alberi e lei mi è d’aiuto.
    Trovo che questa pagina sia meravigliosa perché ha un registro differente dalle altre: é intimo. E’ più intimo.
    E credo che ci sia affinità con lo stile che ho deciso di adottare per il mio lavoro.
    In questa storia sto andando a ritroso. Sono incuriosita da questo sfiorarsi di temi, da un lato il paganesimo con la sua magia e dall’altro la devozione alla Madonna e quindi a San Giuliano.
    Mi sa consigliare una fonte scritta sulle danze? O su questi voti o riti? Vorrei lasciarmi suggestionare in preproduzione per poi andare lì e scattare.

    Attendo sue,
    Francesca.

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    • 13 Febbraio 2017 in 6:47
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      Gentile Francesca, che strano e che sorpresa leggere questo messaggio lasciato in coda a un post. Mi trovi lontano, in un’altra storia, oltre oceano. Solo ai primi di aprile sarò a Matera. A metà marzo in Italia: ti lascio il mio cellulare, 338.8887493. Per molti anni, a periodi alterni, ho inseguito gli alberi della Lucania. Alla fine sono riuscito a rompermi anche una vertebra con un albero che non voleva essere raggiunto. Tu mi stai parlando di Accettura. Dovremo trovarci a Matera ai primi di aprile: i miei libri e molte pagine stanno lì. Sai che ho scritto un libro ‘alberi e uomini’, edito da UniversoSud sui riti arborei lucani e calabresi. Ti dico subito che io a questa storia del matrimonio degli alberi non credo. E’ stata proposta da un antropologo, Giovanni Bronzini, che ha studiato il rito negli anni ’70 e ’80 e ne ha ricavato un bel libro ‘Il contadino, l’albero e il santo’, che ancora si trova (almeno ad Accettura). Ma fino ad allora questo era il Maggio, solo che la metafora del matrimonio è talmente forte che anche io la usa e oramai tutti, nelle Dolomiti lucane, vi credono. In Pollino nessuno ti dirà del matrimonio degli alberi. Bronzini è, comunque, una buona lettura per cominciare. Poi una visita a don Pinuccio Filardi, il parroco di Accettura: ama questa festa e ne sa molto. Un’attenzione: noi guardiamo questa festa come spettatori, fotografi, curiosi, ma la festa la fanno gli accetturesi, i maggiaioli e i cimaioli e a loro di tutto questo nostro pensare, non gliene importa poi molto. Loro sono felici di fare la festa, che è la storia più importante dell’anno. Spero che avremo modo di parlarne, per ora, ti abbraccio Andrea

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