Simone, Andrea, Camille. E Alì Abu Shehda

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La stanchezza, questa mattina. Vale ben poco la mia stanchezza. Leggo la pagina di Adriano Sofri dedicata a Simone. Tocca sempre a lui raccontare dei ragazzi italiani uccisi nel mondo. Adriano sa leggere nel loro destino, sa raccontare delle loro scelte. Ragazzi? Sono fra i migliori giornalisti e fotoreporter che hanno scelto di raccontare il mondo: il 13 agosto, a Gaza, è morto Simone Camilli, 35 anni  e una figlia di tre anni; a maggio, a Slaviansk, Andrea Rocchelli, 30 anni e un figlio di due anni. Ancora a maggio, in Centrafrica, era stata uccisa Camille Lapage e i suoi 26 anni. No, di lei, Adriano, se non ho distrazioni, non aveva scritto. Tre persone. Giovani, belli, appassionati, bravi. Riconosco i loro volti, i loro desideri, la loro ansia, le loro apprensioni, la loro paura, il loro coraggio. Guardo le loro foto: Simone affacciato a un balcone di Gaza, i capelli ricci, intuisco i suoi pensieri, il fumo degli incendi e delle bombe, alle sue spalle. Lo sguardo sospeso.  Andrea Rocchelli, invece, è quasi sull’attenti accanto ad Andryi Mironov (e i suoi 60 anni, attivista dei diritti umani nella Russia di Putin, morto assieme ad Andrea): dietro a loro la saracinesca chiusa di un negozio. Sono seri Andrea e Andryi, non sono lì per un caso, ma per una passione irrimediabile. Quella foto è in un angolo del mio schermo. Non ho voluto toglierla da lì. Aspetto che mi racconti, immagino. Non dimentico la foto di Camille: un primo piano, la sua gioventù, la sua bellezza. Hanno qualcosa nello sguardo, questi ragazzi, questi professionisti (come non amo questa parola, non rende giustizia alla loro generosità) che volevano raccontare. Raccontare cosa? Si deve fare almeno il tentativo che il mondo sappia. ‘Consapevoli – dice ancora Adriano Sofri – che il mondo non vuole sapere’. So che volevano essere lì. Non volevano morire. Non volevano essere né martiri, né eroi. Ma lì volevano essere. A ogni costo. La madre di Camille ha detto: ‘Aveva il gusto della vita’. Il padre di Simone ha detto: ‘Ha scelto questo mestiere’. Conosco l’amore per la vita di chi sceglie e vuole fare questo lavoro.

Camille diceva: ‘Non è possibile che nessuno sappia, che non interessi a nessuno questa tragedia’. Vi interessa il dramma del Centrafrica? Gaza è sotto le bombe a ogni telegiornale (prima o dopo Renzi, a seconda dei giorni), ma Bangui dov’è? Cosa vuol dire ‘Vi interessa il Centrafrica?’. Cosa posso fare io per Bangui? So che cosa accade a Bangui? Posso raccontare, ma raccontare vuol dire andarci. Cosa posso fare per Gaza in questa estate?

I ragazzi di Cesura, la straordinaria agenzia di cui Andrea Rocchelli era fra i fondatori, hanno intitolato una loro mostra: ‘Put yourself in the situation and things will happen’. Se sei nel posto giusto, le cose accadono. Cosa diceva quel guascone di Robert Capa? ‘Se le vostre foto non sono abbastanza buone, non siete abbastanza vicino’. Sono certo che Simone, Andrea e Camille non volessero andare vicino solo per fare buone foto. Ryszard Kapuściński, il grande giornalista polacco, ha sempre avvertito: ‘Ci vuole empatia verso chi ti dona i suoi racconti’. Simone, Andrea e Camille avevano questo rispetto e amicizia e dolore verso la gente di Gaza, dell’Ucraina, del Centrafrica. So che erano capaci anche di fare un passo indietro di fronte al dolore. Ma volevano dare un senso al loro essere lì.

Simone aveva scelto di essere a Gaza. Era una sua terra. La sua doppia vita. Tutti questi ragazzi hanno doppia vita. Non ti scrolli di dosso quello che hai visto, vissuto, condiviso. Fa parte di te. Là devi tornare, tornare, tornare.

 

E non voglio dimenticare che a Gaza, in queste orribili settimane sono morti dieci giornalisti palestinesi. Non potremo mai essere certi del loro numero, difficilmente ne sapremo il nome, e lo dimenticheremo in fretta (quanti interpreti, fixers, collaboratori di giornalisti ‘stranieri’ sono morti per aiutarli a fare il loro lavoro?). Non hanno cantori. Accanto a Simone è morto Ali Abu Shehda Afash, interprete e giornalista di Gaza. C’è una sua foto, ha un volto. Con la barba spinosa, gli occhiali, un bel sorriso, una faccia grande, quasi paciosa. Non sappiamo se avesse figli. Ne ha certamente. E se quei figli hanno dieci anni, hanno già vissuto tre guerre.

E  poi Hazem Abu Murad, uno degli artificieri esperti di Gaza: è la sua squadra che cercava di disinnescare la bomba-trappola che ha ucciso lui, Simone e altre tre uomini. Abu Murad, un uomo che cercava di rendere inoffensive armi micidiali (si calcola che siano almeno duemila gli ordigni inesplosi a Gaza), era considerato un obiettivo dall’esercito israeliano. Sono riusciti a ucciderlo.

Hatem Moussa, un altro fotografo dell’Associated Press, è stato ferito gravemente dell’esplosione di quella bomba. Guardate le sue foto: sono splendide quelle che ritraggono i ragazzi di Gaza che praticano il parkour nel cimitero di Khan Younis. Raccontano della vita oltre la guerra e l’assedio. Oltre la morte.

E guardate anche le foto di Gabriele Micalizzi, amico di Andrea Rocchelli, e anche lui fra i fondatori di Cesura Lab. Ha pianto l’amico ed  è partito per Gaza.

Matera, 14 agosto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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4 pensieri riguardo “Simone, Andrea, Camille. E Alì Abu Shehda

  • 14 Agosto 2014 in 12:21
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    Grazie per questo articolo. E’ molto toccante e fa venir voglia di partire, di andare a dare un segno, a questi popoli e a sé stessi. Un messaggio della vita che ha la maschera e in bocca il silenzio della morte, ma pulsa più del sangue perso per da quelle vene, in quelle strade.

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    • 1 Settembre 2014 in 19:14
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      Grazie, Dario. Un abbraccio forte. Scusa i miei ritardi.

      Risposta
  • 18 Agosto 2014 in 6:21
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    Raccontare storie…. incontri meravigliosi… riempiono giovani vite… peccato ci siano pochi spazi… sono sicuro che per il buon giornalismo c’è ancora tanto interesse…

    Risposta
    • 1 Settembre 2014 in 19:13
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      Si vede che non frequento molto il mio stesso sito. Grazie, Vittorio. Un abbraccio

      Risposta

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