Taranto.2/Ritorno sopra i Tamburi

Ritorno sopra i Tamburi. Dopo un anno. Non ho più apprensioni. Non sono intimorito dalla ciminiera azzurra. La più alta. Mi hanno sempre detto che è la più pericolosa. Sta lì sopra le case dei Tamburi. Ora mi spiegano che il quartiere si chiama così per il tambureggiare delle acque di un torrente. Non so dove sia questo torrente. Leggo un articolo che parla della parrocchia del Divin Lavoratore, appeso alla bacheca della chiesa. E la chiesa sta lì, a un passo dalla Fabbrica. Il parroco dice a un giornalista: ‘Io so che qui si corrono dei rischi. Non me ne vado. Rimango ai Tamburi’. Dietro l’altare c’è il celebre Cristo che benedice le ciminiere della Fabbrica. L’acciaio non è più una benedizione di Dio. So che qui c’è una targa, affissa sul muro di una casa: la maledizione contro chi ha permesso lo scempio e la malattia di Taranto. Ai Tamburi le case hanno intonaci di rosso: così lo spolverio del ferro non si vede.

Questo articolo è stato scritto un anno fa. Oggi passeggio nuovamente per il cimitero. Qui bisogna venire per capire cos’è la Fabbrica. E dopo aver guardato i marmi dei morti, andare a camminare fra le case dei vivi.

Io maledico...
Io maledico…

Venite a passeggiare nel cimitero dei Tamburi

Non ho chiesto se Giuseppe sia stato sepolto nel cimitero di San Brunone. In Puglia i cimiteri sono più sontuosi delle case. Sono immensi, altezzosi, nobili, esagerati. I morti, in questo Sud, sono importanti. San Brunone è il cimitero di Taranto. Il quartiere di Tamburi è nato appena oltre il confine delle sue mura. Non so se prima abbiano costruito le ‘stecche’ delle case o se qua già seppellissero i morti: credo che il quartiere sia sorto accanto alla città dei morti. In fondo, qui avrebbero dovuto abitare i poveri di Taranto. La fabbrica, invece, è stata costruita, poco più di mezzo secolo fa, proprio a ridosso delle case e delle tombe. Non faceva differenza. Ingegneri scellerati hanno deciso che fra morti e vivi non vi fosse diversità. Così, le colline delle polveri di acciaio divennero il paesaggio di chi nasceva (e moriva) in questo quartiere. Chi cerca la verità su Taranto, scrive Adriano Sofri, deve venire qui, al cimitero ‘sopra i Tamburi’. Ha ragione. Non so cosa vi sia scritto sopra la lapide di Giuseppe, morto del marzo 2012. So cosa ha voluto fosse inciso sotto la finestra della sua casa in via de Vincentis. Appena sotto le finestre dalle quali si affacciava sta scritto: ‘Ennesimo morto per neoplasia polmonare’. Mi raccontano che avrebbe voluto indicare quanti sono stati, in questi decenni, i morti di veleni e di progresso, ma nessuno ha mai tenuto un censimento delle vittime dell’Ilva. Allora ha voluto che fosse scritto: ennesimo.

Polvere di ferro sulle tombe
Polvere di ferro sulle tombe

 

Le ciminiere della fabbrica sono l’orizzonte del cimitero. Anche da morti, i tarantini sono costretti a convivere con i veleni. Cristi benedicenti (o maledicenti) alzano le braccia verso le ciminiere dipinte con colori sgargianti dell’Ilva. Dov’è la tomba di Giuseppe? Passo le dita sul marmo delle cappelle: il polverino grigio sporca la mia mano. ‘Pulisco al lunedì e, due giorni dopo, le tombe sono già coperte da un velo rossastro’, mi dice Vincenzo, 56 anni e un lavoro abusivo come uomo delle pulizie di questo cimitero. Dal tetto degli ossari si ha il panorama perfetto sulla modernità: ecco le montagne della polvere di ferro, i camini dei veleni, il cratere della fabbrica. Questa è una sovraeccitazione industriale. Il vento spira da Nord, quindi sto respirando il minerale, il ‘polverino’, invisibili miscele sfondapolmoni. So che i valori degli idrocarburi policiclici aromatici (che nome da gruppo hard-rock) sono ben oltre la soglia di livelli tollerabili (ci sono livelli accettabili?). Io, turista per qualche ora, ho paura. Provo disagio. Che cosa provano gli abitanti di Tamburi? Vengono in questo cimitero dove il marmo è diventato color porpora? ‘Io voglio vivere qua – mi dice un ragazzo – E’ bella la mia città. Ma vivere a Taranto significa morire’.

Cimitero di Tamburi
Cimitero di Tamburi

 

A Tamburi la terra è inquinata. Lavorare qui (i marmisti, i fiorai, gli operai) è una condanna. Per un certo tempo furono vietate perfino le inumazioni. I bambini non possono giocare nei giardinetti-sterpaglia del quartiere. Passeggio fra cappelle monumentali. Famiglie hanno alzato tempi dorici per la vita ultraterrena dei loro cari. Ma ci sono anche sfilate di croci in terra. Alcune tombe sono crollate. Palazzine mortuarie sembrano essere rimaste in piedi dopo un bombardamento. Vi sono condomini di ossa gestiti da congregazioni, associazioni, confraternite. Qui sembra che si abbia più attenzione ai morti che ai vivi. E’ imponente il cimitero di San Brunone. Dovrebbero organizzarvi visite notturne, far salire sul belvedere degli ossari: guardare la fabbrica quando manda lampi verso il cielo e poi girarsi per osservare il silenzio rossastro delle tombe. Qualcuno, allora e forse, potrebbe fermare questa oscenità.

Le case rosse di Tamburi
Le case rosse di Tamburi

 

Mi fermo davanti alla tomba di Altamura Gaetano di Luigi. E’ morto nel 1934. La fabbrica non c’era ancora, è la prova che quella che si chiamava Italsider è stata consapevolmente costruita ‘sopra i Tamburi’. Aveva 21 anni, Gaetano. ‘Il lavoro gli stroncò la vita’, dice la lapide. Non è morto per i veleni delle ciminiere. Non so come sia morto, ma quella frase mi paralizza: il lavoro, a Taranto, ha ucciso e continua a uccidere. Ora uccide i bambini che ancora nulla sanno della fabbrica. Gaetano, morto di lavoro, non ha pace nemmeno ottanta anni dopo la sua sepoltura: il marmo della sua tomba è una velatura di minerale.

La Fabbrica oltre le tombe
La Fabbrica oltre le tombe
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