Matera-Tirana, viaggio (in)quieto

 

La stazione di Matera
La stazione di Matera

La tempesta è arrivata improvvisa. La stagione si è capovolta. Ha scoperto di essere autunno. Salto nell’inverno. Giacche a vento nero e gli ostinati che si ribellano al cielo che stanno in maglietta fanno finta di non tremare.
Il treno da Matera a Bari attraversa le Murge. Il pianoro smarrisce meraviglia nel cielo che si è abbassato sui binari. Non ci si affolla nel vagone che va verso il mare. I ragazzi cambiano a Gravina. Stanno da soli. Silenziosi. I più chini su uno smartphone. Come sempre, vedo che nessuno ha un giornale o un libro. Il paesaggio, fuori, non ha colore. I terreni sono stati dissodati. Le stazioni di paese sono un deserto.

Bari mi risveglia. Penso di essere un montanaro. Sobbalzo per il traffico. Mi intimorisce. Mi incaglio nella tecnologia di uscita dalla stazione: ci metto un po’ a capire che bisogna passare il codice del biglietto sotto una macchina. Mi aiutano. Due cingalesi mi offrono ombrelli.

Biagio ed Elisa hanno il Messaggero e Altreconomia nella casa Ikea. ‘Non sono nostri i mobili’, spiega Biagio. Che sogna di vivere in un paese. Al ‘paese’. A Roma non era storia. Biagio è venuto a prendermi alla stazione. Sto bene. Parliamo di calcio di strada, di poeti, di Alfonso Guida e di Roberto Amado, di Nicola Lagioia e di Franco Arminio, degli endecasillabi e di Taranto. Biagio cerca di ribaltare il mio pessimismo sulla città devastata dalla fabbrica. Mi dice di segni di vitalità a Taranto. Elisa cucina. Mangiamo pasta e formaggio. Poi mi accompagnano fino al porto. Quasi ci perdiamo in parcheggi deserti. Facciamo dei giri dell’oca. Il mare sta ribellandosi.

Il salone della nave
Il salone della nave

Solitudine del viaggio. Salgo nella pancia della nave. Camionisti albanesi e kossovari. Uomini grossi. Pance d’onore. Voce che ti rimane nelle orecchie. Parlano a volumi alti. Gli esperti della nave e della traversata sanno come muoversi e conquistano le poltrone della sala-bar. Là si stenderanno nella notte.

Questa è una storia senza foto. Provo a scattarne una e un uomo dopo un po’ si avvicina e dice: ‘Ora la cancelli’. Lo fa con dura gentilezza. Aspetta che sia da solo per dirmelo. Deve saperne. Ho usato la macchinetta silenziosa e non volevo fotografare lui. E al solito non mi sono nascosto. Nessuno mi ha prestato attenzione. Tranne lui.

Il mare
Il mare

Leggo la storia della Vergine Giurata. Per tutta la notte. La nave non parte. Tempesta in Adriatico. Fuori non si sta in piedi. Vado a poppa e il vento mi trascina verso le paratie. Torno dentro a fatica. Leggo, sto appeso al libro di Elvira Dones (leggetelo, è bello, molto bello). Cerco di copiarne il ritmo. Credo di addormentarmi. Sono già le sette del mattino. Non siamo salpati. Ce ne andiamo che è mattina inoltrata. Con tranquillità, senza clamori. Quasi non me ne accorgo. Attorno a me quasi tutti uomini. Silenziosi, chiusi in giubbotti neri, le mani in tasca, come se non sapessero cosa farne. Un ragazzo ha due buffi ciuffi di capelli ai lati della calvizie: li ha spinti verso l’alto e li ha tinti di verde-pisello. Legge un libro su Frank Zappa e guarda un film su un Mac. Io non tiro fuori il computer. Niente connessione, almeno per stanotte. Panico quando mi accorgo, in acque albanesi, che il mio cellulare non funzionerà. Perché mi prende paura se non posso collegarmi con nessuno?

Il porto di Durazzo
Il porto di Durazzo

Piove a dirotto su Durazzo. Due ragazzini rom hanno svicolato i controlli e accerchiano i passeggeri che scendono. Mi sono corsi incontro, ho un sorriso maligno, metto i piedi in una pozzanghera. Non sfuggo al tassista. Mi tiene il passo mentre esco dal terminale. In realtà non so dove sto andando. Non so dove sia il furgone. Piove. Un tipo che smista il traffico mi dice di dar retta all’uomo: ‘A quest’ora non ci sono più bus’. Venticinque euro per Tirana. ‘Venti’. ‘In genere prendo trenta’. Alla fine cede, venti. Poi gliene darò venticinque. Perché è simpatico e furbo. Un tassista di porto, appunto. Mi rassicura di continuo, devo avere una faccia in apprensione: ‘Tranquillo, non c’è problema’. L’uomo, Lion, guida come mi aspetto: ondeggiando sulla strada e freni che non ne vogliono sapere di funzionare. Quasi aspetto, come liberazione, lo schianto. La macchina pattina. Mi va bene essere qui.

La strada notturna per Tirana sotto la pioggia, tergicristallo che si annebbia, finestrino che non si chiude, riscaldamento acceso, è un luna park. Lion ha tre figli. Una vive a Milano e ha una bambina di otto mesi. ‘Sta con un italiano. Tempi cambiati’. Il tassista fa un gesto con il dito, si prende il dente davanti ed è come se cercasse di strapparselo: ‘Non contiamo più nulla’. ‘Sei felice?’, chiedo. ‘Sì, sì, molto’. Non sa dove è il mio albergo. Deve telefonare. ‘Troppi zigzag e tu non mi paghi’. Mi ci porta, quasi litiga al telefono con l’uomo dell’hotel. Ci diamo la mano con calore.

Durazzo-Tirana è una strada-passerella fra outlet e grandi magazzini. Vendono di tutto. Soprattutto auto. Consumare appare come una religione in questo paese. Com’era venti e più anni fa quando arrivai qui la prima volta? Allora non c’era una sola luce. Penso a storie banali.

piazza Skanderberg
piazza Skanderberg

Piazza Skanderberg è una meraviglia. Mi sento uomo di paese. E’ troppo grande. Sovietica, anche se è stata progettata dai fascisti italiani. E’ una spianata. Ha una sua bellezza. Mi piacciono i palazzi dai colori avorio e granata degli italiani, mi piace il colonnato razionalista dell’Opera, mi addolcisce l’antica moschea stretta fra i marmi delle altre costruzioni, è un tentativo di spiritualità, poi il vuoto della piazza, gli alberi appena piantati, la statua dell’eroe nazionale è quasi invisibile, la torre dell’hotel Tirana spezza un equilibrio.

Cammino per Tirana. Ragazzi. Bar. Niente musica. Ma ciacolare di giovani. Belli. I più giovani si salutano sbattendo pugni un con l’altro e baciandosi sulle guance. Vanno in su e in giù. Stanno nei bar. Fa freddo, ma ancora non vogliono crederci. Si godono la vita.

Due amici mi portano in un’osteria di artisti…..un bel posto, penso che dovrei scriverne, ma sono distratto. Parliamo di scrittrici, di politica, di storia dell’Albania, delle Vergini Giurate, della compagna aerea che è stata smantellata, del Qatar che è arrivato a comprarsi gli aerei. Amano l’Albania, ma lei poi dice che il paese ‘è pesante’. L’università non funziona, la sanità è malridotta, la corruzione è dovunque. Ma loro due sono belli. Lei forse vorrebbe andarsene, lui no. E a me sembra che ci sia futuro in questa terra, in questa città. Camminiamo per le grandi strade del centro. Fa freddo.

Rimango solo. In una stradina una prostituta mi guarda passare.

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