Cartoline dall’Albania/Call center a Tirana

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Albacall

 

Chiami un’azienda italiana (energia, telefonia, assicurazioni), rispondono da un condominio di Tirana.

La sorella di Anna lavora in un call-center italiano nel pieno centro della capitale albanese. Qui si gestisce un sito di comparazioni di assicurazioni e di finanza domestica. Uffici nel vecchio Bilok, il quartiere comunista, un tempo città proibita della capitale albanese. Da due anni, davanti all’ingresso del call-center c’è il cartello: ‘Assumiamo’. Elena è felice di lavorare qui. Tutti i ragazzi appaiono contenti di passere il loro tempo con le cuffie alle orecchie.

Guadagni meno di due euro all’ora, ma se strappi contratti hai premi di produzione. Insomma, arrivi, con facilità, giurano i ragazzi, a trecento euro al mese. Quasi il doppio di una commessa di un grande magazzino (italiano anch’esso). In più hai ferie e malattia. Sei un ‘consulente telefonico’.

Penso ai genitori di Lorik: hanno duecento euro di pensione in due. Lorik ha 32 anni. Del comunismo ricorda: ‘Mangiavamo solo patate’. Lorik è cattolico e non ama papa Francesco: ‘Troppo permissivo’. Aveva otto anni quando cadde Enver Hoxha. A Taranto, dopo cinque minuti che parlano con te, ti dicono dei tumori. A Tirano, ti parlano del comunismo.

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I giovani albanesi parlano italiano, cresciuti a Rai e Mediaset. Se chiami Wind o Eni, Enel o Vodafone è più che probabile che ti rispondano da un appartamento del centro di Tirana. E’ importante sapere da dove rispondono?

Delocalizzazione di piccoli tycoon italiani e di colossi europei della comunicazione. E imprenditoria locale, padroni giovani e infurbiti. Davanti alla mia finestra, c’è la terrazza di Ids, tremila e passa dipendenti. Fondata da un albanese che, in un’altra vita, fuggì a bordo delle navi della disperazione. Ha imparato in fretta e con abilità. Guardo i ‘suoi’ ragazzi nella pausa-sigaretta. Mi appare come l’intervallo della scuola.

Mi mostrano almeno dieci palazzi di call-center. Sono ovunque. Dietro a una grande finestra, vedo un ragazzo muoversi mentre gesticola con le mani e, a volte, si tocca le cuffie.

Facile.it
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Dicono che sono almeno sessanta i call-centers albanesi. Oltre diecimila dipendenti. Alcuni azzardano: ‘Sono ventimila’.

Se chiami un call-center ti ritrovi nei loro cookies. Il tuo nome entra nel giro del teleselling.  Nuove parole per dirti che sei finito nei loro archivi. E’ la regola del web: ‘Se un prodotto è gratis, vuol dire che il prodotto sei tu’.

Da Milano (o da chissà dove) sorvegliano i contratti stipulati dai ‘consulenti’: si infuriano se si scende sotto i risultati previsti in bilanci troppo ambiziosi.

‘Non devono dirti che sono in Albania, non possono farlo’, si indispettisce Lorik, quando gli racconto di una conversazione con un giovane operatore.

La storia dei call-center è un tabù. Ne parlano in pochi. Non amano che i giornalisti ronzino attorno ai loro uffici.

Provo a chiamare un numero che promette assunzioni. Mi dicono di passare e di lasciare un curriculum. La paga è ottima, mi assicurano. Poi ci sono le provvigioni. Precisano: devi essere libero subito e scordarti le domeniche. Flessibilità, è parola chiave. Chiedono se mi considero affidabile, dialettico e se ho capacità comunicative? Se voglio, posso andare all’intervista. ‘Cerchiamo talenti’, giurano i cartelloni pubblicitari.

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