Il viaggio distratto degli appuntamenti mancati

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Addis. Dall’aeroporto.

 

Notte di armageddon prima della partenza. Il cielo è crollato sugli ulivi di San Casciano. Cadono fulmini sugli agganci delle connessioni. Il paesaggio è bianco-latte. Sipario di fulmini. ‘Mostrami tutta la tua potenza’. E’ meraviglia pura. E’ spaventoso. Ma non c’è paura. Solo stupore. Piove per ore e ore. Mi metto un cappuccio e vado a prendermi l’acqua. Guardo verso la valle. Fino a quando non sento grandine scivolarmi dentro la camicia. Spettacolo bellissimo.

Al mattino, il cielo è azzurro-autunno. Umido di pioggia. L’altra faccia della potenza. Cammino nell’erba bagnata e il tronco degli ulivi ha i colori scuri dell’acqua. Perché lasciare questo luogo? Collezione di attimi. Un paesaggio che amo. E che non è più mio.

Markus è puntuale al primo appuntamento. Cinque valige sul marciapiede della pensilina delle corriere. Primo saluto. Lascio cachi maturi, per la felicità degli uccelli di autunno, le piante rimangono prive di protezione dal gelo, consegno il piccolo cactus, figlio dell’Etiopia, a Sabina. Che almeno lui si salvi. Chiudo a doppia mandata. La chiave sta sotto il vaso dei gerani.

Sulla corriera salgono ragazzi neri, studenti e donne rom. Loro sanno quando i francescani distribuiscono vestiti. Per questo sono salite fino a San Casciano dai campi delle periferie fiorentine. I borsoni dei ragazzi neri hanno mercanzie. L’autista della corriera sostiene di conoscermi. ‘Stai a Firenze Sud?’. Dico di sì. Non è vero. E’ allegro l’autista. Avrebbe dovuto andare in pensione tre anni fa. Non se la prende. ‘Mi diverto e guardo le ragazze’. Però metterebbe volentieri la Fornero su un bus e lo lancerebbe a tutta velocità in dirupo.

Prima fermata. Piazza Tasso. Mi imprigiono, avrei potuto farmi portare fino alla stazione. M ho dimenticato qualcosa in via della Chiesa. Viaggio distratto. Oppure: ho troppo peso dietro, non sono un viaggiatore leggero, come avrei sognato. Una sola coperta e poi andare. Non accade così. La mia apprensione mi porta a piedi verso la stazione. Massimo non ce la fa ad arrivare per la mia impazienza. Due grandi valige e tre zaini. Un chilometro a piedi sugli acciottolati di San Frediano. Le mie ossa maledicono la fatica. Scricchiolano. Perdo equilibrio. Devo essere comico. Sudo sotto le giacche troppo pesanti. Penso: ‘Sono forte. E stupido’. Un’ora per il chilometro. Soppeso i gradini della stazione. Cerco il fiato. Massimo arriva al binario undici. Gli ultimi venti metri sono di soccorso. E di amicizia. Facciamo in tempo a parlare di paesologia e della casa di Trevico. Dobbiamo essere matti. In treno, leggo un noir egiziano. Seduto per terra. Sultano fra le mie valige. Non sono riuscito a portarle fino al mio posto. Nemmeno ci ho provato.

Ho bisogno di una birra. Sul Freccia Argento, 4 euro per una lattina di Moretti. Fatemi grazia, intuisco le leggi del mercato. Ma al bar di Ottavio, ad Aliano, la stessa lattina costa un euro e penso che sia più difficile trasportarla fin nei calanchi lucani che alla stazione di Firenze. Vorrei chiedere al barista ferroviario quale è il suo stipendio. Al Pam di Matera, costa ottanta centesimi. Un euro e venti alla Coop di Firenze. Il gioco dei prezzi. Regalatemi trasparenza nella prossima vita. Come si formano i prezzi?

Nel traffico di Roma, si smarrisce anche Mario. Niente passaggio e niente cena assieme. Il pavimento di Termini favorisce le rotelle delle valige. La gente si sposta al mio passaggio. Mi sento in difficoltà, ma assomiglio a un mulo: non so perché faccio tutto questo, ma lo faccio. Il treno per Fiumicino è all’ultimo binario. Voglio conoscere il logista di questa stazione. Quattordici euro per i tre vagoni verso l’aeroporto. Cambiano i compagni di viaggio, qui sta gente con l’aria da aereo. Nessun carrello alla stazione finale. Gioco di equilibri sulle scale mobile. Ehi, i carrelli, alla fine, ci sono, stanno alle porte della grande sala e sono gratuiti. Gratitudine. Cambia la vita, anche se le valige non ne vogliono saperne di stare nel bilico di una costruzione simile a un lego. Ho solo sei ore da aspettare. Me la godo. Tempo regalato. Occupo l’angolo di un bar, wi-fi, non-luogo, perfetto. Mi dimentico di indagare sul prezzo della birra Moretti, si vede che non faccio più il giornalista.

I terminali di Ethiopian (in subappalto a gente con divisa Alitalia) non hanno voglia di funzionare. Stiamo lì, di fronte a schermi muti. E’ una meraviglia, il mondo senza computer. Non abbiamo idea di come funzionino le penne o i carboncini. Alla fine, ci mandano via senza posti e senza connessioni. Non dormo in aereo, e questo mi appare strano. Però mi gusto un film sulla vita di Johnny Cash. Ne riconosco i movimenti mentre suona la sua chitarra.

Riassunto dell’aeroporto di Addis Abeba. Non ho la febbre da Ebola, assicura una telecamera distratta. Mi fanno un visto di un mese invece che di tre, ci incartiamo al controllo passaporti perché donne spigolose ci chiedono un numero di telefono in città (me lo invento, gli altri s’incartano), non arriva la mia valigia, il telefono non funziona, un doganiere premuroso mi passa il suo. Come facevo quando atterravamo sulle piste in terra battuta di Lalibela e i cellulari non esistevano? Autismo da tecnologie. Ma alla fine, sono io ad arrivare in ritardo all’ultimo appuntamento. Anna ha avuto ore di pazienza e posso ricompensarla solo con un succo di frutta alla Parisienne.

Cielo luminoso di Addis, le strade si sono allargate, un’autostrada aerea ha spazzato via la spianata di Meskel Square, gli urbanisti cinesi sono spicci, il treno deve passare da lì (è come tirar su una metropolitana sospesa in piazza del Duomo a Milano). Lavorano anche la notte, Addis deve avere la metropolitana per marzo. La contemporaneità africana sfida la lentezza della storia. Vincono loro. I cinesi, intendo. Per ora, almeno. Dicono: entra il 2020 radere al suolo i quartieri novecenteschi della città. Promessa: fotografare questo cavalcavia.

Non ho niente da fare qui. Niente da dimostrare. Nemmeno a me stesso. Lascio che mi afferri la pigrizia e l’accidia. Leggo un libro di uno scrittore di Potenza ad Addis Abeba. Spaesamento. Anna mi ospita in una casa colma di luce. Dormo di botto. Sul divano. Senza fare il conto di tutto ciò che ho smarrito nel viaggio distratto. E senza foto. Tanto internet non funziona, si è nudi senza connessioni, passerà, immagino. Le foto che non scatterò non viaggeranno nel vuoto virtuale. Si può vivere senza ‘connettersi’? A pensare al nostro mondo, direi di no. Lezione di Giancarlo, guru del marketing, appena tre giorni fa: ‘Scrivete ogni giorno – anzi, ha detto: postate – altrimenti facebook vi arretra. Mettere foto ogni giorno’. Prigionieri di Google e di Facebook. Era questo il nostro obiettivo di libertà?

A sera mente e dolma, minestra di yogurth e pane fritto e foglie di cavolo riempite con la carne, rituali di tempi senza il web. Il club armeno è identico a quella sera in cui vi entrai per la prima volta. E doveva essere venti anni fa, ne ricordo il piacere leggero. Amo le sue luci e la gentilezza apatica dell’uomo che sta in sala. E il mente regala nostalgia alla mia pelle. Piccolo istante di felicità.

Ecco, al mattino, Danilo accende una candela sulla sua scrivania. E’ il giorno di San Michele. Non sono andato a fare fotografie nelle chiese. Sì, non faccio più il giornalista.

Addis Abeba, 21 novembre

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