Addis Abeba

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La città attorno a me è cambiata. Una nuova Addis Abeba è già nata. Un babur, un treno di superficie, a marzo attraverserà la capitale dell’Etiopia da parte a parte. Made in China, operai etiopici. In una notte, asfaltano una strada. In un mezza giornata scavano voragini. E’ la più imponente trasformazione urbanistica mai tentata, negli ultimi anni, in Africa.

E’ vero, ci sono le donne di Entoto che, da sempre, raccolgono legno per l’energia della città (dicono che un terzo di Addis Abeba cucini e si scaldi solo con la legna. Altre fonti limita questa percentuale al 13%). Ma ci sono le donne che camminano con la loro bellezza orgogliosa.

Al nuovo supermercato di Shola c’è un esercito di ragazze. Dicono che le donne degli eucalipti sono quindicimila, quante commesse ci sono? Un mondo a segmenti, come ovunque. Un tempo volevo mettermi a raccontare le storie delle donne nelle grandi città. Quante storie rimaste da qualche parte.

Addis Abeba è una città strana. Un vero centro non esiste. Un tempo copiavo un cronista inglese, Evelyn Arthur Waugh, e scrivevo: qui ‘ogni cosa è situata a grande distanza da qualunque altra’. E’ ancora vero. Oggi il traffico si incaglia nei lavori del babur e il tempo scivola, con rassegnazione, nel chiuso di un auto o pigiati in un pulmino-taxi. In ogni quartiere della città, appare un centro e la gente cammina. Non passeggia, cammina. Con una fretta lenta. Deve andare da qualche parte. Oppure aspetta una opportunità, un’occasione. Si aspetta, camminando. Solo i mendicanti stendono un panno lurido per terra e aspettano seduti.

Sotto i portici squadrati di Churchill Road stanno girando un film (non ha tempo questa storia, io confondo gli anni e vi dico che quest’anno ho pigrizia ad andare in giro, mi godo la strada del mio quartiere, Kazanchis) e i ragazzi si muovono attorno ai grandi tacchi dell’attrice.

(racconto sempre la facile storia di Kazanchis: in realtà sta per Case Incis, qui sorgeva il quartiere abitato dai piccoli funzionari della colonia italiana ai tempi dell’occupazione fascista. Ho fatto in tempo a vederlo. Oggi Kazanchis, un posto popolare appena dieci anni fa, è il Kazanchis Business District: rase al suo le case italiane, sono sorti cento e più grattacieli e mezzo metro di distanza uno dall’altro. Alberghi, uffici, appartamenti per gente Onu, cooperazioni, residenze per diplomatici, banche. E’ rimasto il nome. Ben pochi sanno perché si chiama così).

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