La nostalgia d’Etiopia

 

Spazzina di Addis
Spazzina di Addis

 

Ho scritto questo post per le pagine fb della ‘casa della paesologia’. Che si trova a Trevico, in Irpinia di Oriente. Franco voleva che mandassi notizie dall’Etiopia e io non sapevo cosa scrivere. I paesologi viaggiano per l’Italia interna, si ritrovano ad Aliano, si siedono sui muretti dei paesi dell’Appennino più solitario, passeggiano per i Sassi di Matera, vivono a Bisaccia, si commuovono in un’altra Italia. Stanno bene al Sud. E Addis Abeba è Sud?

Qui c’è una parola, tazeta, che significa: ‘quello che rimane’. E’ qualcosa di più della nostalgia. E’ la saudade dei brasiliani. E allora sì, questa terra ha qualcosa a che vedere con chi scrive e pensa al Sud in Italia. Un legame fragile e inconsapevole. E del resto oggi ho trovato un tipo che mi ha raccontato che, nei prossimi mesi, verrà a Lecce per un matrimonio. Stava lì, in una cartoleria.

Correggo qualcosa un po’ quanto ho scritto ieri per la ‘casa della paesologia’. Lo faccio perché tardi, perché sono stanco e non ho voglia stasera di inventarmi altro. Nemmeno di scaricare le foto che ho fatto oggi.

Sheraton
Sheraton

 

Non ho spaesamento ad Addis Abeba(baro un po’: conosco questa città, per questo non ne sono intimorito). Un tempo copiavo un cronista inglese, il sorprendente Evelyn Waugh (che solo dopo un po’ scoprii essere un maschio), e scrivevo: ‘Ad Addis Abeba ogni cosa è distante dall’altra’. E’ vero: attraversare Meskel Square era storia di coraggio e di tempo. Dovevi correre attraverso questa spianata e fare slalom fra il traffico. Oggi, questa spianata, crocevia degli stradoni della città, è spezzata dal viadotto aereo della nuova ‘Ferrovia Leggera’ che attraverserà la città. Soldi e compagnie cinesi dietro al cemento di questa opera immensa. Immaginate un treno volante sospeso da piloni colossali in mezzo a piazza del Duomo a Milano e avrete un’idea approssimata di cosa abbiano già tirato su nel cuore di Addis Abeba). Buffe le parole: cosa c’è di leggero in questo lavoro ciclopico? Per la gente di Addis (che aspetta come una liberazione un treno per raggiungere lontanissime periferie) questo è il babur, il treno. Ancora la parola: babur è la corruzione di train à vapeur (strana corruzione, per la verità). Furono i francesi, cento anni fa, a costruire il primo treno per collegare gli altopiani d’Etiopia al mar Rosso.

 

Quel che resta della casa
Quel che resta della casa

 

Entro il 2020/2025 i vecchi quartieri di Addis Abeba non esisteranno più. Saranno abbattuti. I vecchi quartieri (tre quarti della città, mi avvertono) sono classificati come slum. Case dai tetti di lamiera arrugginita. Mura in fango pressato, latrine in comune, un tubo per l’acqua. Devono essere spazzati via. ‘Architetti, sociologi e antropologi sono stati colti di sorpresa. La modernità è arrivata come un treno – mi raccontano – Non abbiamo fatto in tempo ad alzare la mano che loro erano già a costruire un altro grattacielo’. Si tirano su condomini. A centinaia, a migliaia e migliaia. Si assegnano con bandi e ci sono file immense per partecipare a questa lotteria della nuova casa (con acqua corrente, bagni, cucine).

La nuova Addis
La nuova Addis

 

Addis Abeba è uno degli scenari del mondo. Uno specchio che non è tale perché questa non è realtà riflessa. Sta avvenendo. Io sono arrivato qua venti anni fa. Sono legato al passato. A storie che non esistono più. Io sono legato alle case di cicca (pareti di fango, paglia e sterco) e alle vecchie case in legno e in pietra (ma non vi ho abitato, se non per brevissimi periodi). I miei amici abitavano case belle e grandi, costruite dagli italiani e affaticate dal tempo. Mi piacevano perché mi sbalzavano nel tempo, ma la doccia calda c’era quasi sempre.

Oggi salgo i piani di un condominio e guardo gli occhi scintillanti di chi vi abita: una microstanza-salottino (tv, divani cinesi, piccolo impianto hi-fi cinese), una cucina di un metro per due e una camera in cui entra solo il letto. Ma vedo anche i giochi dei bambini nelle corti, i panni stessi e ascolto il chiacchiericcio delle donne. Vedo anche che, dopo pochi anni, già i muri si scrostano e i gradini delle scale oscillano.

La vecchia Addis (ma questo era la casa di un ras)
La vecchia Addis (ma questo era la casa di un ras)

 

Sociologi, antropologi e qualche architetto chiedono ancora: ‘La modernità è la fine delle nostre tradizioni? Cosa ne sarà della convivenza fra ricchi e poveri che sempre è stato il formidabile equilibrio di Addis Abeba?’. Appaiono in ritardo, tutto è già avvenuto. E la replica dei miei amici etiopici è un colpo forte: ‘Voi vorreste che la gente continuasse a vivere in maniera indecente per coltivare il giardino dei vostri studi’.

Confesso: questa storia mi ricorda un po’ Matera e il suo grande esodo dai Sassi.

La nuova Addis Abeba appare come un grande Lego. Non so come chiameranno i nuovi quartieri. Non hanno nome perché non hanno memoria. So che i vecchi quartieri si chiamano (quando esistono ancora): ‘Il quartiere degli strangolatori di pollo’ (doro manekia), ‘il mio meraviglioso deserto’ (Wube Braha), ‘sebbene urli nessuno ti sente’ (quartiere minaccioso, non c’è più, non ne conosco la traduzione in amarico, sorgeva in una discesa a precipizio e mi piaceva scendervi). Se vuoi trovare qualcosa, vai in un spazio di Mercato che si chiama minalesh terà, ‘Cosa hai?’. Un amico etiopico me lo tradurrebbe aggiungendovi una falsa negazione: ‘Cosa non hai?’. Perché qui trovi tutto.

Vado a comprare un cd
Vado a comprare un cd

 

Un non-paesologo a questo punto è smarrito e siccome non trova le parole per una poesia sale le scale di un certo alberghetto (si illude di conoscerlo solo lui) di Piazza, il centro-non centro di Addis Abeba, si ritrova in un terrazzo aereo sopra le gru e il guazzabuglio di case antiche che fronteggiano i nuovi cantieri, ordina una birra Saint George (non è la migliore, ma è quella della nostalgia) e scrive questa sciocchezza perché niente altro sa fare.

print

2 pensieri riguardo “La nostalgia d’Etiopia

  • 30 Novembre 2014 in 19:13
    Permalink

    Avendo vissuto a Addis A. dal 1964 al 1967 e essendoci tornato varie volte anche ultimamente Ho letto con molto interesse, piacere e nostalgia la tua ”relazione” che condivido . Tenasterli …ciao Vittorio

    Risposta
    • 14 Dicembre 2014 in 19:24
      Permalink

      Grazie, Vittorio….fra qualche giorno torno ad Addis. Ora sono a Lalibela, di ritorno dalla Dancalia.

      Risposta

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.