Connessioni

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Due settimane senza connessioni. Senza la vibrazione di un cellulare.

Pensiero occidentale: ci sono guai sulle tecnologie in Etiopia. Lo scorso anno avevi internet anche in mezzo alla Piana del Sale. Quest’anno, il silenzio del cielo. Guardi in alto come a cercare le frequenze. Penso alla gente di As Bole, villaggio afar di dieci capanne, che ha costruito una sorta di altana traballante in legno per poter alzare i cellulari verso le stelle e cercare ‘il campo’. Noi facciamo lo stesso: solleviamo i nostri Iphone e Samsung in alto, come una preghiera.

Sì, a occhio, gli sviluppisti devono esseri messi a tirar su tecnologie. Sento parlare di 3G. Maneggiano sigle e numeri per me misteriosi, ma la rete deve aver avuto dei collassi. In questi mesi non sta reggendo la modernità. Questione di tempo. Per ora rimaniamo senza collegamenti con il mondo.

La notte di Hamed Ela
La notte di Hamed Ela

Mille anni fa, mandavamo telegrammi a casa ogni tre settimane: ‘Mamma, sto bene’. Ed era sufficiente. Ora tutti noi armeggiamo alla ricerca di una connessione che non c’è. E pensiamo alla mala interpretazione della nostra assenza virtuale. Abbiamo pensieri. Non possiamo stare senza ‘notizie’.

In terra afar, due viandanti (qui si cammina, è ovvio), si sdraiano, dopo i quattro baci sulle mani, all’ombra di un’acacia spinosa e si raccontano le ‘dagu’, ‘le notizie’, appunto. Si informano sulla sicurezza del cammino, sulle novità al villaggio, sui matrimoni, le nascite, l’erba stentata dei pascoli.

Questa è un immagine ‘romantica’. Da bianco. Nelle pieghe delle loro futà, i due uomini hanno un huawei cinese e anche loro maledicono le divinità misteriose della tecnologia che si sono ammutolite.

La notte di Hamed Ela
La notte di Hamed Ela

Dopo due settimane, non avverto più la mancanza di facebook. Abitudine al contrario. Caccio il pensiero. Tutto, anche le storie belle, mi appaiono lontane. Conta il presente, il cibo per oggi, i guai da affrontare, la polvere, la bellezza di queste terra, la sua assoluta diversità, l’incapacità di capire, le impossibilità. Coltivo rassegnazione? Sì, penso di sì, anche se la parola non dà giustizia.

Anni fa avrei riempito taccuini di appunti (oggi sono in uno scatolone in una casa chiusa da mesi e mesi), avrei sognato libri, scattato mille foto. Oggi scopro di aver scritto malamente due pagine di scarabocchi. E solo informazioni da comunicare ad altri. Ho smarrito la mia penna. E non ne sono immalinconito. Ho scattato poche foto, anche se la Olympus era sempre con me (pesa poco). Lasciavo che le occasioni passassero. A sera, non cercavo la pila per avere luce. Ma ho letto due libri. Non ho mai cercato una pietra sulla quale sedermi a scrivere con il taccuino sulle ginocchia (la mia mano ringrazia per la fatica scampata). Mi sdraiavo sulla polvere del materassino e mi addormentavo. Sapevo che mi sarei svegliato nel buio più profondo e che non avrei ritrovato il sonno, ma sapevo anche che il tempo sarebbe scivolato e alle sei il cielo, all’improvviso, sarebbe diventato bianco latte per poi esplodere, per dieci secondi, nel vampo di un sole che sarebbe apparsa solo mezz’ora dopo. Ho aspettato. Senza taccuini, né memoria.

Poi è la contraddizione. Arrivi in una città. Riprendono forma parole abbandonate: hotspot, wi-fi, sim-card. Vai in cerca di un negozio che venda banane e ricariche. Cento birr, quattro euro, una spesa da occidentale. Per una strisciolina di carta verde-chiaro. Gratti via un pulviscolo grigio, ci sono diciotto numeri. Hai imparato: asterico 805 asterisco e poi il numero segreto. Infine ‘cancelletto’. Ci vogliono almeno tre tentativi prima che la ricarica raggiunga la scatola del tuo cellulare. Senti fremere la tua apprensione. Ecco, i simboli che avevi dimenticato, le onde che lentamente ti dicono che qui c’è ‘connessione’.

Risveglio ad Hamed Ela
Risveglio ad Hamed Ela

A chi scrivi per primo? Vai su facebook, immobile da due settimane, dopo mesi e mesi di quotidianità (sei mancato ai tuoi amici di fb?)? Cerchi un sito? Non mi dire che vai sul sito di Repubblica? Provi skype? Il mondo riappare ed è simile a un caterpillar senza peso e grande come un macigno.

Non vuoi aprire i messaggi, non vuoi leggere la posta, sai che dovresti rispondere. Poi cominci dai margini. Da quello che credi sia qualcosa di laterale, che non ti impegnerà. Ma lì, abbandonato nel tuo mondo virtuale, scritto per te appena quattordici minuti prima, c’è il dolore improvviso, ci sono le parole di chi, con affetto disperato, con un amore spezzato, ti dice che un uomo, il suo uomo, non c’è più. ‘Se ne è andato per sempre’. E ti lascia un numero di telefono ‘per qualsiasi cosa’. Cerchi di non crederci, pensi di aver mal capito le parole scritte, ma sai che così non è. Lei ha scritto a me, lei che ho incontrato solo una volta. E con il suo uomo ho condiviso pochi giorni nella città del Sud. Giorni belli. Ho una sua foto. Il mio corpo diventa immobile contro il cuscino, sopra un letto, in una pensione di polvere e sudore in una città dell’Etiopia, con i suoni di una banda che passa per strada (ho l’istinto di alzarmi, non scendo a fare le foto). Il mondo non può rallentare di più attorno a te. E’ già fermo. E sai che c’è anche una mail di quell’uomo, scritta solo qualche giorno prima, a cui non hai risposto. Ed era colma di attenzioni e consigli. Vai sul suo fb e c’è altro dolore. Ora si lasciano le parole in un luogo che non esiste. Non me la sento, non ce la faccio. E io sono quaggiù.

E la contraddizione inspiegabile, priva di giustificazioni e di alibi, sta qui. Non scrivo alla sera, annego sotto le coperte di una pensione da sei euro, scavo una caverna in lenzuola irrigidite e sento raspare la polvere. So che c’è una saponetta rosa sul comodino, qualche foglietto di carta igienica, ciabattine nere sporche sotto il letto, bagno senza luce, niente acqua calda, non ho comprato nemmeno l’acqua minerale (non mi lavo i denti). Dormo di botto. So che mi sveglierò mille volte stanotte. I rumori dei camion, i clangori del cancello. Una lieve paura da terra conosciuta e sconosciuta. Poi il cielo diventerà, ancora una volta, bianco latte, ma qui, in altopiano, non c’è la vampa del sole.

Poi, la contraddizione della prima parola. Ne seguono altre. Già ne avverto la fatica.

La contraddizione è questo scrivere. E arriva la fitta dentro per l’uomo che se ne è andato per sempre e mi aveva promesso di raccontarmi di cinema.

Ma ora devo già andare. Comprare la frutta per il viaggio (trecento chilometri), recuperare una fattura che non ci hanno dato, portare giù per tre piani le valige troppo pesanti, andare al Morning Cafè a mangiare foul come molto tempo fa, passare a prendere i due turisti rimasti, non cercare la connessione. O, forse sì. Ma è tardi.

La contraddizione è questo scrivere che è un non-scrivere.

Makallè, 12 dicembre

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