Altopiano d’Etiopia/Il contadino

 

Managhesha
Managhesha

 

Manegesha ha orgoglio. Sessanta anni, contadino dell’altopiano, oromo cristiano. Vive a Sareti, un piccolo villaggio, 65 persone, tutte imparentate fra loro, ai bordi della Asmara Road, un centinaio di chilometri da Addis Abeba.

In Africa ti ritrovi, come riflesso d’istinto a definire: in Lucania non scriverei che un contadino è un ‘lucano cristiano’. Qui, terra oromo, mi sorprendo a farlo. Moravia chiedeva sempre senza darsi pena: ‘A quale tribù appartieni?’ (vero: nel corso di Matera, possono domandarmi: ‘Ma voi a chi appartenete?). I somali, negli anni del desiderio di indipendenza, si rifiutavano di rivelare il nome della loro etnia e rispondevano: ‘Sono somalo’. In Etiopia vi è fierezza nel dire di essere oromo o guraghe. Non so dove sto avventurarmi…in ogni caso Managesha è oromo, il popolo più numeroso dell’Etiopia, coloro che gli italiani chiamavano, in maniera dispregiativa, galla, i ‘pagani’. A maggioranza gli oromo sono musulmani, ma Managesha ha, incollati alle pareti della grande stanza comunitaria (qui dorme tutta la famiglia: ha otto figli questo contadino), i manifesti di Gesù e della Madonna dall’espressione seria e solare. La camera ha le mura foderate di giornali (dicono che isolano meglio la cicca, l’impasto di fango, legna, paglia e sterco con la quale sono costruite le case), non ci sono mobili, gli abiti e gli oggetti della casa sono appesi a chiodi.

I mobili della cucina
I mobili della cucina

 

Manegesha è ricco. Dei suoi otto figli solo uno vive ad Addis Abeba. Un’altra è sposata. Gli altri sono a casa. I maschi non andranno via dal paese. Una volta sposati costruiranno la loro casa a poca distanza da quello del padre. Coltivano fave, grano e orzo. Hanno (ma non mi dice il numero) cavalli (c’è una bella sella dai colori vivaci sistemata su un palo), zebù (servono per arare), galline e capre. La gran parte di quello che producono è per la vita della famiglia. Solo un quinto dei loro raccolti viene venduto ai mercanti che vengono dalla città. Managesha ha l’aria soddisfatta. Nel recinto familiare, ben pavimentato con grandi pietre, c’è la stanza cucina. Il fumo serve a impermeabilizzare il tetto di paglia e di foglie di eucalipto. In un piccolo stanzino-vedetta, sopra l’ingresso, dorme il figlio più grande. C’è un pollaio coperto e un ricovero per il mulo. I cavalli e le capre, a notte, stanno in un rientro della cucina.

Workenesh
Workenesh

 

Workenesh, la figlia quattordicenne di Managesha, ha le mani sporche di merda, le stringo un braccio per salutarla. Sta impastando lo sterco di zebù per farne delle ‘pizze’ che serviranno per il fuoco. La merda è energia. Non c’è elettricità. Nonostante la linea passi a poca distanza dalla casa. La scuola è vicina, al paese c’è un posto di salute. Sareti è stato fondato in un luogo benedetto. Anche se qui fa freddo nei tempi dell’inverno. Forse Manegesha comprerà un divano. Questa appare un suo desiderio. Non è sicuro. Oggi ci siede su gradoni di terra battuta che costeggiano le pareti delle stanze comuni. Ci sono pelli di capre per stare più comodi. Manegesha e sua moglie dormono su un letto di legno. Anche il figlio più grande, nella sua piccola stanza, ha un letto (e un frammento di specchio). Gli altri dormono sulle pelli.

 

Le pareti della stanza comunitaria
Le pareti della stanza comunitaria

Sto bene qui. Per un po’.

Kombolcha, 30 novembre

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