Etiopia/Aysa’iyta, ‘se gridi, avrai soccorso’

 

La luna di Aysa'iyta
La luna di Aysa’iyta

Aysa’iyta è uno dei luoghi nei quali, per i casi della vita, ritorno. Vi arrivai da solo (in realtà con un autista silenzioso) venti anni fa. E me ne innamorai. Perché un posto lontano e diverso da qualunque altro luogo conoscessi. Mi avevano raccontato che gli afar, popolo della Dancalia, erano pastori nomadi. Ma avevano costruito una città. Sgangherata, è vero, ma bellissima. A me così appariva. Adesso, ogni anno, costringo chi viaggia con me a passare almeno due notti ad Aysa’iyta. Perché qui si intuisce qualcosa di questa terra. Si scopre che i nomadi, in fondo, non sono poi così nomadi. Da anni passo di qua e ogni volta so dove trovare un mercante, un cammelliere, un barista, il vecchio che sta nella moschea. Non si sono mossi di mezzo metro in tutto questo tempo. Il Basha Hotel è come un albergo di gran lusso: si dorme sul tetto su letti costruiti con pelli di capra, protetti da zanzariere celesti, quest’anno c’erano ben due cessi e quasi due docce. Cucinano, per terra, carne e patatine fritte con maestria. Cosa puoi volere di più? C’è la birra e una cassettina con i preservativi.

Il biliardino sotto i portici
Il biliardino sotto i portici

 

E’ che anche Aysa’iyta è cambiata. Oggi è una metropoli, 60mila abitanti, braccianti delle piantagioni di canna zucchero, operai dello zuccherificio. La modernità sono i condomini costruiti appena fuori la città vecchia. Quest’anno le loro luci erano tutte accese. Molte delle case di pietra sono state demolite, mi sono perso perché non riconoscevo più i vicoli. Ma il vecchio è ancora nella moschea e ha pregato per noi recitando una sura beneaugurante. E l’impiegato postale, sbattutto quaggiù da una città di altopiano, mi ha venduto i soliti dieci francobolli. Cartoline che ho imbucato in una cassetta gialla in mezzo al niente.

 

————————————————————————————————- 

 

Colazione assieme
Colazione assieme

Aysa’iyta, antica capitale del sultanato nomade degli afar, è una città fuori mano. Lontana. Cosa significa ‘fuori mano’ in questo vuoto che non riesce nemmeno a essere deserto? La lontananza è una storia di punti di vista. Per un afar di Gibuti, Aysa’iyta sta nel luogo giusto. E’ la strada asfaltata che corre nel Rift a essere sbagliata. L’Assab Road ha seguito le tracce suggerite da ingegneri e geologi. Avranno avuto ragioni da vendere, ma a loro non sarebbe mai passato per la testa che le strade non sono solo massicciate, pietre, linee geometriche, asfalti che si sciolgono al sole o rilevazioni geodetiche. Le strade, a volte, sono vie dei canti, ti direbbe un aborigeno australiano. E un afar cosa ti racconterebbe se una sera avesse lo strano desiderio di parlare? Ti direbbe che anche Aysa’iyta, in fondo, non ha molto senso, ma, per lo meno, è stata costruita lungo la via carovaniera più diretta che allaccia Tadjoura, antico porto della costa del mar Rosso, al fiume Awash. Ti direbbe, appunto, che qui la terra ha un sussulto di fertilità. E ti tradurrebbe, forse ingannandoti, quel nome sul quale inciampa la tua lingua: Aysa’iyta sta a significare: ‘Se gridi, avrai soccorso’.

Il fiume Awash
Il fiume Awash

Qui ci sono pascoli, alberi da frutto, acqua a volontà. Si possono coltivare orti. Perché proprio qui il più lungo e assurdo dei fiumi dell’Etiopia si impantana in lagune e paludi, non trova un passaggio fra sabbie aride e montagne di sassi e si trasforma in un lago di fango e melma che consente coltivazioni e, soprattutto, crea praterie per le mandrie di vacche e i greggi delle capre. Un afar di Gibuti ti dice che questa via è perfetta per il contrabbando e che Aysa’iyta è un buon mercato per sale e televisori ultrapiatti trafugati al porto di Gibuti. Gli ingegneri scuotono la testa e ti spiegano ancora una volta che è stato un bene che la strada per Assab passi ben alla larga (almeno sessanta chilometri) dalla capitale di un sultanato nomade.

Ufficio postale
Ufficio postale

Questa città, in una terra percorsa da nomadi, appare un controsenso. Qui, per sopravvivere, bisogna camminare. Abele, il pastore, non capisce Caino, il contadino sedentario. Non può fermarsi. ‘La sete di un giorno annuncia la sete del giorno che segue’. Bisogna andare di pozzo in pozzo. Ma ai sultani del regno di Aussa, pur nati in queste solitudini, qualcuno aveva raccontato che un vero re deve possedere un palazzo. Decisero per questo di costruirsi una capitale?

Barbiere
Barbiere

Per raggiungere Aysa’iyta, bisogna insistere: seguire, sfuggendo alla monotonia, l’asfalto della Assab Road fino a un bivio che annuncia la fine di una lunga giornata di viaggio. Un tempo non vi era alcuna indicazione: la prima volta che arrivai fino a qui, solo una linea di pali dell’elettricità piegava all’improvviso verso Sud, seguiva una vecchia pista carovaniera, offriva un appoggio imprevisto a famiglie di corvi dalle ali nere e si perdeva all’orizzonte. A volte il terreno cedeva e il palo si inclinava quasi a sfiorare terra: il filo dell’elettricità si tendeva, a volte si spezzava e, allora, Aysa’iyta si spengeva. Niente più frigoriferi, niente più luce, niente più ventilatori, la carne andava a male, i cibi si infettavano, le medicine marcivano nei depositi dell’ospedale. Quando arrivai la prima volta ad Aysa’iyta c’erano due generatori. Quello della clinica non funzionava (e nessuno se ne preoccupava). Quello dell’hotel Basha, ronfava alla grande. Se ne sentiva il ronzio fin dalla strada. I giovani della città si accalcavano di fronte al grande frigorifero dell’hotel per annegare il calore nella Coca-cola. Aysa’iyta, mi disse un commerciante, ha il più alto consumo pro-capite di Coca-cola. Grandiosità surreale delle statistiche e della globalizzazione’.

La cuoca del Basha Hotel
La cuoca del Basha Hotel
print

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.