Etiopia/ I tre mercati. E una strada.

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L’albero del mercato di Sembete

Il tempo degli incontri. Abitudini. Scrive il geografo Eugenio Turri: ‘Il mercato è bello, è la vita, lo spettacolo delle ragazze, delle cose che si amano, in un atmosfera di spensieratezza’. Mi convinco che è così.

Alla domenica, mercato a Sembete, paese oromo, ai confini fra terre cristiane e musulmane. Altopiano, margini della della scarpata. Cammino fra le cucitrici e sfioro le donne oromo con i talleri di Maria Teresa d’Austria appesi al collo.

Al lunedì, il grande mercato di Bati. Scarpata verso la Rift Valley. Luogo di incontro di contadini delle terre alte e della gente afar del Rift. Salgo sulla altana della polizia. Mi siedo in alto e guardo tutto il mercato. Sotto a me, le donne vendono uova e polli. So dove è lo spiazzo dei cellulari. Al mercato degli animali, si pesano le capre sospendendole a mezz’aria.

Al martedì, il mercato eccita i vicoli di Aysa’iyta, uno dei molti cuori della Dancalia. Mi piacciono le stoffe e le stuoie di questo giorno.

Abitudini, è vero. I mercati creano calendari. A migliaia, in un giorno fisso, si mettono in cammino prima dell’alba per giungere al mercato nella tarda mattinata. Molti paesi, da queste parti, si chiamano ‘mercato del lunedì’ o ‘mercato del giovedì’. La storia è il mercato. A mezzogiorno, i mercanti di un giorno cercheranno di vendere un pollo, un copricellulare, una trina per i capelli, un dromedario, un rimedio contro le malattie. Berranno birra fermentata e mangeranno un intruglio piccante di ceci. Abitudine. I mercati creano il viaggio. E le abitudini. Noi ne facciamo tappa nel nostro andare. Verso le tre del pomeriggio, le nove dell’orario dell’Etiopia, di nuovo in cammino, a migliaia, per tornare a casa.

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Sembete

A Sembete è Chaltu. Ha un riparo vicino al grande albero che segna il confine meridionale del mercato. Bisogna sapere dov’è. Teli cerati, superstiti di qualche tenda Unchr, proteggono il suo fuoco, la sua padella, la sua farina. Da anni, vedo Chaltu friggere. Entro, chinandomi. Mi siedo fra due donne, interrompo le loro chiacchiere, che riprendono subito con indifferenza. Afferro una frittella, cerco quella più croccante. Sto lì, Chaltu non mi guarda direttamente. Parla con le sue amiche e io non capisco niente. Dopo un po’ mi alzo, allungo un biglietto da dieci birr, porto la mano al cuore e saluto. Chaltu questa volta mi guarda.

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Chaltu

A Bati è Omar. Ogni anno perde qualche capello. La sua testa si sta ripulendo. Non ha gli occhi smerigliati di chi consuma chat. L’ho sempre visto inginocchiato fra le foglie del chat. Come in preghiera. Mostra la sua merce. Il miglior chat della zona. So che lo ha raccolto stanotte nei campi a dieci chilometri da qui. Ha l’aria fresca, la sua droga. Il migliore dovrebbe essere mangiato entro cinque, sei ore. Anfetamina del Corno d’Africa. Omar protegge i rami sotto delle erbe. Ci sono goccioline di umidità sulle foglie. Anche qui mi siedo. E afferro un rametto, stacco le foglie che sono ancora germogli e mastico un po’. Solo una manciata di foglioline. Omar lascia fare. E continua a vendere la sua merce preziosa. Molto amata dagli uomini di Bati e dalla gente del mercato.

Omar
Omar
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Le corna di Bati
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Il peso delle capre

Ad Aysa’iyta è diverso. Là c’è Mahummud. Mercante di ferri. Vende zappe, coltellini, rasoi che non sono rasoi, piccoli braccialetti, fermagli, forbicine, pinzette, tazzine, perline, sgabelli. Lo conosco da anni. C’è un rito: arrivo con la foto scattata l’anno prima, cerco di sorprenderlo, a volte mi riesce. Ci abbracciamo con forza. Stiamo invecchiando assieme. Faccio comprare a chi è con me i suoi chiodi. Sono una meraviglia. Chiodi di un solo pezzo di ferro, la capocchia si attorciglia su se stessa. Chiodi lunghi, lavoro di cesello e abilità. Costano cinque birr l’uno. Sono bellissimi. Immagino questi occidentali che se ne tornano a casa con una decina di chiodi. Mi chiedo cosa ne faranno. E’ la bellezza che conta, forse il mio racconto. Siedo a lungo con Mahummud, lascio che chi è con me vaghi per il mercato da solo. Io sto qui. So che mi dirà: se ti fermi domani, vieni a mangiare la capra con me. Non accade mai. Non mi fermo. Questa volta conoscono sua nipote Sabrina e suo figlio Hussein. Parla un po’ di inglese, sta facendo la decima. Mi lascia un foglietto con il suo facebook. Io gli lascio un biglietto da visita. Pochi giorni dopo mi arriva un messaggio: ‘Vorrei conoscere il tuo paese. Non mi dimenticare’. Rispondo: ‘Non chiedere l’impossibile’. Mahummud, quest’anno, aveva una maglietta azzurra e sulla sua fronte risalta la ‘bolla’ di chi prega molto. So che quaranta anni fa, fuggì di casa e arrivo in questa città lontana da tutto. Viene dall’altopiano, da Kemise. Quaranta anni fa, quella era una terra di carestie.

 

Mahummud e Sabrina
Mahummud e Sabrina
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Al mercato degli animali
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Trattativa

 

In un negozio del mercato di Bati compro marmellate per la mia gente. Marmellate di arance, di mirtilli e di fragole. Vengono dal Pakistan. In Pakistan ci sono i mirtilli? Attorno a Bati crescono aranceti, perché andiamo a Karachi per comprare marmellata di arance?

Devono essere buone queste marmellate. Un uomo mi chiede di assaggiarle. Gli passo quella ai mirtilli. Se la gode e poi mi saluta portandosi via il barattolo. Mi metto a ridere.

Le marmellate dal Pakistan
Le marmellate dal Pakistan

Tra un mercato e l’altro c’è una strada. Scende dall’altopiano. Fu costruita, nel 1938, dagli italiani. I cinesi la stanno ricostruendo a modo loro. Conduce fino alla Rift Valley. C’era un monumento, sul gomito di una curva, dedicato al fascio littorio. Le ruspe cinesi lo hanno abbattuto. Mi secca che mi dispiaccia.

La scena è sempre la stessa. C’è un cinese in piedi, una mano su un fianco, l’altra su una spalla, sostiene una giacca. Il cinese ha gli occhiali e i capelli a spazzola. Noi occidentali non percepiamo alcuna espressione sul suo viso. Il cinese guarda: osserva i movimenti del caterpillar, la fatica delle donne con i pesi delle pietre, i colpi degli operai che scolpiscono le rocce per farne muraglioni. Il cinese non parla. Sta lì. I manovali sanno che dipende da lui se domani lavoreranno ancora.

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