Etiopia/Raccolgo un sasso

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Strada fra Serdo e il lago Afdera. Mille anni fa, qui passai un paio di notti. Allora avevo più sventatezze. Avevamo deciso di raggiungere la Dancalia con una sola auto. L’autista era uno bravo e fu d’accordo dopo averci pensato un po’ su. Potevamo provarci. Ancora una volta, fui respinto da quella terra. La Dancalia, allora, non voleva mostrarsi. Come se volesse mettermi alla prova. Una ruota si staccò, un semiasse si spezzò. Fu comico cercare di convincere la macchina a proseguire su tre ruote. Niente da fare. Il ricordo si sorprende della mia tranquillità. Montammo le tende, accendemmo un fuoco e ci mettono tranquilli a leggere dei libri. Mi illudo, oggi, che allora non ci fu alcuna apprensione. Normalità africana. Qualcuno, prima a poi, sarebbe passato (non vi racconto tutta la verità, un po’ devo tenere alto il tono del racconto). Apparve, come sempre, un pastore. Aveva il suo gregge di capre e l’aria da gatto. Non disse una parola e si accucciò accanto al fuoco. Si usa così. Era un uomo giovane, magrissimo, i capelli aggrovigliati, la futa a stringere gambe secche. Le scene non cambiamo mai: stecchino fra i denti, occhi che sfuggivano ma che ti erano sempre addosso, nessuna parola, odore di burro e sudore. Sto bene, con questa gente. Lui accennò alle capre che stavano brucando le pietre. Io ne indicai una e un’ora più tardi ci fu il banchetto. Il pastore allungò un pezzo del fegato, il boccone più prelibato, verso di me e me lo mise in bocca.

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Ho raccontato più volte questa storia. In molte versioni. Ho addosso il ricordo della donna. Che apparve solo al mattino tenendo le briglie di due dromedari. L’uomo non aveva permesso che si avvicinasse a noi nella notte. All’alba lei comparve e richiamò il marito (era il marito?) e assieme se ne andarono. Senza un saluto percettibile. Sì, un’alzata di sopracciglio, immagino.

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A poca distanza dal nostro bivacco, sul crinale di una collina, profilo nero contro il cielo, vi era una sorta di costruzione. Era un sobbalzo dell’orizzonte. Un cilindro di pietre. Alto. Mi sembrò altissimo. Ma, quando lo raggiunsi, non sarà alto più di un metro e mezzo. Più che un cilindro era un cono spezzato. Una tomba crollata. Sapevo che fino agli anni ’60, nelle aeree desertiche di queste terre, gli Afar avevano continuato a seppellire i morti sotto tumuli di pietre laviche. La testa orientata verso l’alba. Poi smisero, ma i caduti in combattimento della rivolta afar a Gibuti dei primi anni ’90, erano stati sepolti come i loro antenati. Ritualità atavica, erano guerrieri morti durante una battaglia.

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Questi grandi sepolcri sono senza nome. Architetti funebri, gli afar. Dimenticano in fretta chi è sepolto sotto quella tomba, ma continuano a venerarla. Le pietre premono sul corpo del defunto. Alla fine vincono la resistenza, sempre più debole, delle ossa. Che, con il tempo, diventano polvere di lava. A volte, la salma viene deposta sul proprio letto tradizionale. Quel che è certo è che i morti hanno luoghi più belli dei vivi. In Sahara, per secoli, sono stati sepolti sulle sponde di un wadi: ‘Hanno diritto a un bel paesaggio’, mi disse una volta un targhi silenzioso. Un giovane studente afar mi avrebbe spiegato. ‘Un uomo deve essere sepolto su una collina, alta a sufficienza per permettere di vedere le terre attorno’. Poi precisò: ‘E’ il luogo dove un pastore può sedersi per poter sorvegliare il proprio gregge’.

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Raggiunsi quel tumulo. Vi girai attorno. Sapevo che, in lingua afar, si chiamava waydal. Se volete una spiegazione da giornalista, fasullo antropologo, è facile darvela: tomba di guerriero, questa. O di un uomo che, comunque, è morto in maniera violenta. Meglio se in combattimento, ma può essere anche morto di sete. Dicono gli antropologi che una volta vendicato il caduto (se è stato ucciso in battaglia), la tomba verrà distrutta. Questa è ancora intatta: la famiglia ha rinunciato al prezzo del sangue? Oppure non erano più i tempi e ai figli era sufficiente onorare il padre con un tumulo solenne? Continuo a girarvi attorno e a toccare le pietre.

Sette giorni dura un funerale afar. Rebeyna, si chiama. Le parole che definiscono hanno importanza in questa terra. Tomba si dice dik, ‘ultima dimora’, ma anche ‘casa’. Una sorta di focolare domestico, testimonianza fisica dell’esistenza di un al di là, costruito con cura. Si mangia ai funerali afar: si uccide una vacca, si taglia la gola a qualche capra. Si banchetta in onore del morto. Si tornerà a trovarlo un anno dopo. Questa cerimonia di commemorazione si chiama daa, ‘pietra’. I morti sono più importanti dei vivi. Se era un sultano, un eroe, un capo, oppure se era semplicemente amato dalla gente del posto (non c’è destino per chi sta ai margini, nemmeno nell’altra vita), i viandanti che passano davanti al suo tumulo depongono una pietra (facile) o un rametto di acacia (più difficile).

Ecco, per questo sono qui. Raccolgo un sasso. Lo sistemo con cura sul tumulo.

Due giorni dopo il nostro incidente, passò un’altra auto. Lasciammo un uomo a sorvegliare la nostra. Da solo. In quel deserto così affollato. Mi sento sempre in colpa quando faccio queste cose. Viaggiare in queste terre è un perenne incontro e un infinito abbandonare. Esiste solo un tempo presente. La Dancalia tenne le porte chiuse, quella volta.

Ora i cinesi hanno costruito una strada di asfalto che vìola le colate della lava sulle quali noi stavamo viaggiando. I caterpillar hanno dominato la natura più potente.

Pochi si fermano a dare un saluto a quelle tombe.

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