Dancalia/Sixties

 

La preparazione dei tibs a Sixties
La preparazione dei tibs a Sixties

Sono sorti villaggi lungo la strada per Afdera. Non ci sono eroi da ricordare in questa terra. Sembra che non ci siano nemmeno generali o martiri. La storia orale non lascia tracce nella toponomastica. Il nome di queste baracche (quante saranno: un centinaio? Il paese è un unico stradone impolverito) apparirà sulle mappe geografiche solo quando se ne accorgerà qualche burocrate di Addis Abeba. Per ora, questa sfilata di edifici sgangherati in legno si chiama Sixty. Gente amhara, gente dell’altopiano, è scesa da queste parti al seguito dei caterpillar cinesi: i figli dei contadini delle terre alte sono diventati nomadi contemporanei in cerca di sopravvivenze. E’ gente che cammina verso nuove frontiere. Per vedere se là, terra ignota, si può sperare in un futuro. Miserabile, ma pur sempre un futuro.

Il bar di Sixties
Il bar di Sixties

Non devono avere molta considerazione degli afar. Sixty era un villaggio afar. Si chiamava Guiah. Ci sono le sue tombe sulla collina. Un vecchio si siede e si limita a confermarmi che quello è il vero nome di questo luogo. Ha un gesto di fastidio, mormora qualcosa. Guiah, in lingua afar, vuol dire che ‘questo posto ti è adatto’. Il vecchio sfugge il mio sguardo, un gruppetto di ragazzi dall’aria da bulli ci osserva in silenzio. Non insisto, annoto la spiegazione del vecchio che si rannicchia nell’ombre.

Il bar di Sixties
Il bar di Sixties

Ha un’aria perfino elegante, Guiah-Sixty: non deve essere sorto da tanto, le baracche sono allineate, quasi diritte. Ricostruzione perfetta di un villaggio di C’era una volta il west. Ci vorrebbe una colonna sonora adeguata. Ma nemmeno il vento riesce a far rumore. Si sente il rollio di un generatore. Siamo lontani sessanta chilometri dall’Assab Road. Più avanti c’è un altro villaggio e si chiama ‘onehundredten’. Centodieci chilometri lontano.

I coloni amhara sanno che chi passa da Sixty ha voglia fottuta di una birra, bevanda rara in queste terre musulmane, e di ‘njera (e dove è mai possibile coltivare il teff fra questi sassi sminuzzati?). Sosta obbligata, dunque. Avamposto di bar e locande. Di drivers hotel. Ragazze si affacciano alla porta. La spallina di una maglietta troppo larga scivola lungo il braccio. Mi piacerebbe essere da queste parti a notte. E, invece, questa è la sosta del pranzo.

Vale la pena fermarsi a Sixty-Guiah. Fanno i migliori tibs dell’intera Etiopia. Frammenti di carne fritti nell’olio. Non so perché, ma qui, in questa solitudine, riescono a renderli croccanti. Vado a indagare in cucina, ma non vedo alcuna differenza da altre fornaci. Fuoco a legna, padella annerita, forse più olio. Coltello a scimitarra che spezzetta la carne con ritmo da batterista. Saranno pur cambiati i cucinieri da quando mi sono fermato qui la prima volta, ma la qualità dei tibs è rimasta immutata.

Il vecchio, sette anni fa
Il vecchio, sette anni fa

La Dancalia sarà pure terra di mutazione inarrestabile. E’ arrivato l’asfalto, il business del sale, sono sorti villaggi da Far-East, ma, come i tibs, gli avvoltoi egiziani continuano a volare attorno a questo road-restuarant, i bambini accerchiano i turisti diretti verso il lago Afdera e, ogni volta, appare un vecchio. Perché i vecchi mi attirano come se avessero una calamita. Ogni volta penso che stia spezzandosi in mille pezzi. Ha ossa che quasi perforano la carne fatta di pergamena. Cammina su ciabatte lerce e ha addosso panni che mai ha cambiato. Vende sandali fatti con la pelle di capra. Bisogna avere piedi da giganti per infilarci le dita dentro. Si affaccia sulla porta del ristorante. Ha un’espressione perduta. Guarda. Poi si mette di lato alle panche sulle quali siedono i bianchi, a volte si siede anche lui. E sta lì. Non fa nient’altro che stare lì. Fermo. Immobile. Per tutto il tempo del pranzo. Non cambia mai espressione. Ha sempre gli stessi sandali. A volte, ha qualche collana. Niente altro. Dove è la tua capanna, vecchio? Da dove spunti? Come sei arrivato fino a qui? Agli occhi dei bambini e della gente del ristorante è invisibile. I turisti, a volte, ne sono imbarazzati. Quando si alzano per andarsene, lui rimane fermo.

Diventerà una grande città, Sixties. Allora, forse, qualcuno le troverà un nome. Che non sarà il suo.

Il vecchio, forse. Oggi
Il vecchio, forse. Oggi

 

E poi ritrovo una foto di sette anni fa. Le scorro, come sto facendo in queste giorni, come a tenere in testa la Dancalia quando avverto lo strano sentimento di stare per lasciarla. Le scorro velocemente. Torno indietro. Sei tu, vecchio? Sei tu, quando ancora il tuo sguardo non aveva questa malinconia irreparabile nei suoi luccichii spenti? Sei tu? Ci eravamo già incontrati? Allora indossavi abiti colorati e non vendevi misere ciabatte ai turisti. Il tempo fa questo. In pochi anni. Nei pochi anni di chi ne ha molti addosso.

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