Mawled a Sheik Hussein

 

In cammino verso la moschea
In cammino verso la moschea

 

Alba di Sheik Hussein. Andiamo alla moschea più antica del paese. E’ stata fondata dallo sceicco, giura Mohammed. Mille anni fa, se devo credere alle cronologie dell’Unesco. Ma qui tutto si confonde. Senza tempo, se devo dare ascolto alla gente del paese senza luce e senza macchine. Per loro, lo sceicco è ancora fra noi.

Cerimonia all'alba in moschea a Sheick Hussein
L’attesa della cerimonia
Cerimonia all'alba in moschea a Sheick Hussein
La gente del paese è arrivata
La moschea antica
La preghiera

 

La moschea appare come una casa di pietra. A leggere articoli eruditi dovrebbe essere la moschea di Zuqxum, sta per ‘il villaggio è il luogo degli studenti’. Solide colonne sorreggono il tetto basso. Mi tolgo le scarpe. Mi accorgo di non sapere niente di questo posto. Arrivano gli uomini, un corteo incessante, uomini in cammino, a piccoli gruppi. Arrivano dalle campagne. Le donne rimangono fuori. Ci si siede a cerchi. Altri uomini portano grandi cesti, i mosob della ritualità etiopica. Cibo preparato della notte. Arrivano a decine. E’ il giorno di Mawled. Giorno santo per i sufi. Anniversario di Maometto. Mohammed mi invita a entrare, a sedermi.

Cerimonia all'alba in moschea a Sheick Hussein Cerimonia all'alba in moschea a Sheick Hussein

 Ci sediamo a gruppi. Compagni di scuola coranica, amici, classi di età. Io, fuori posto. Sto vicino al circolo dei più anziani. Poi mi alzo. Un uomo mi saluta. Un altro si sorprende. Si formano piccoli cerchi. I più vecchi cantano, recitano, gridano, ondeggiano. Qualcuno si alza e accenna un passo di danza. Continua ad arrivare gente. Si cerca di far sedere tutti. C’è un’aria elettrizzata. Mi siedo di nuovo. Mi rialzo. Afferro il raggio di luce che arriva da una finestra. Polvere. Sudore. Odore acre. Mi piace essere qui. Appoggio la schiena alla colonna. ‘Conoscerai il vero sufismo’, mi aveva detto un ragazzo musulmano ad Addis Abeba. Ora sono qui e guardo i vecchi raccontare storie agitando le braccia come grandi uccelli. E’ teatro, questo. Teatro sacro. Seguo le loro mani. Per una volta, afferro un ritmo. Poi, dopo quasi due ore, è ora di mangiare.

Cerimonia all'alba in moschea a Sheick Hussein

La gente di Sheik Hussein
La gente di Sheik Hussein

 Si spostano i mosob. Che nessuno rimanga senza cibo. Si alzano i coperchi. Appare una grande scodella di marka, un porridge di orzo, burro e miele. Si scava con le mani nella poltiglia, le dita diventano lucide, il sapore cambia da cesto a cesto, gli uomini sono felici, hanno labbra lucenti e occhi felici. Mi allungano bocconi di porridge, me la mettono in bocca. So che un onore. Io ne prendo un po’ nella mano e lo restituisco alla bocca del mio vicino. Dobbiamo ripulire i cesti. Un uomo aggiunge burro. E’ festa. Gli occhi sono sorridenti. Mi impiastriccio le mani e non so come scattare le foto. Ungo di burro la macchina fotografica. I mosob sono vuoti. Ci si lecca le dita. Gli uomini si alzano, è una scossa collettiva. 

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La raccolta dell'adado
La raccolta dell’adado

 Poi Ahmed mi prende sottobraccio, mi fa ritrovare le scarpe, dobbiamo andare, mi spinge quasi di corsa fuori dall’oscurità della moschea. A passo di marcia si attraversa il paese. Tutti stiamo andando verso le campagne. E’ una camminata trionfale. Cento e cento persone in festa. Bambini che corrono. Andiamo a tagliare rami di adada. Un cespuglio dalle foglie morbide. Assomigliano all’olivo. Non so che pianta sia. Mi dicono il suo nome oromo. Tutti tornano indietro con fasci di rami. Se li scambiano, li esibiscono come trofei. Siamo allegri. Ci si fa fotografare. Si corre. Si inciampa. Si invoca Allah. Si saltella. Ci si spinge. Ci si sorpassa. Dove stiamo andando? Stiamo tornando al santuario dello sceicco. Non entreremo nella tomba, siamo nel recinto dell’albero. Non so nulla, non conosco la storia. Ho sentito parlare di un albero spirituale. Credo che sia l’albero del ringraziamento. Forse qui si incrocia la forza degli spiriti della Natura con gli insegnamenti dell’Islam arrivati da oriente. Le foglie dell’adada servono a sedersi. Vengono gettate per terra, oltre il muro, nel recinto santo. Possiamo sederci senza farci male. Qui il suolo è pieno di spine. E noi abbiamo bisogno di stare comodi.

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La preghiera
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La preghiera
La preghiera sotto l'albero
Il racconto

 

Ci si pigia sotto l’albero. In cerchio. Adesso è recita. Si leggono sura, si canta, si rivolgono le mani al cielo, si prega, si raccontano le storie dello sceicco, si ascoltano i vecchi. Si torna bambini. Ci sono uomini eleganti e straccioni dalle vesti lacere. Si brucia incenso. Arrivano i ragazzi delle scuole coraniche, hanno foglietti scritti in arabo e un megafono. Tocca a loro tessere le lodi dello sceicco, di Allah, degli uomini sapienti. E’ quasi una gara. Un vecchio elogia i ragazzi. Danza. Invita all’applauso. Ricomincia lo scambio di parole, di auguri, di racconti. Si narra della gloria degli ospiti venuti dai paesi vicino. Le mani sono sempre verso l’alto. Ci si passa il palmo sulla faccia. Si raccolgo e si distribuiscono soldi. Metto nelle mani di chi raccoglie dieci birr. A loro volta ne distribuiscono cinque. Ci sono altri contenitori. Vengono portati dentro il recinto: questa volta è miele. Dal colore giallo profondo. C’è chi si avvicina. Fra un poco si mangia di nuovo.

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La recita sacra
La recita sacra

Ahmed mi prende ancora una volta sottobraccio. Ho la mia ciotola di miele. Mawled ora diventa familiare, si torna nelle capanne, cuscini attorno a una stuoia. Si mangia nelle capanne. Io non appartengo ad alcuna famiglia. Questa volta non c’è un invito. C’è un’offerta di cibo. Poi sarà il tempo del chat, le foglie stimolanti. Del cerchio degli amici e delle lunghe chiacchierate. Non c’entro davvero niente. Noi mangiamo in disparte il miele delle api di Sheik Hussein.

Gheralta, 11 gennaio

 

 

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