Dancalia/Il lago dalla punta lunga, Henry Fonda, i turisti e gli uomini del sale

Le palme di Afdera
Le palme di Afdera

Vado negli stessi posti. Mi piace ‘ritornare’. Mi piace riconoscere i luoghi, salutare con qualche sorpresa le stesse persone. So che anche loro sono stupiti: i frenji, gli stranieri, di solito non tornano. Non hanno il dono del tempo. Sono collezionisti di luoghi sempre diversi.

Ma io non so più cosa scrivere. Così mi ripeto. E sono appena entrato in quella terra che esploratori di novanta anni fa chiamarono ‘La Dancalia Pura’.

Il lago Afdera
Il lago Afdera

 

Ecco, questo è il lago Afdera, il ‘lago dalla punta lunga’. Appare oltre una collinetta rotonda di lava. E’ improvviso. Era il sogno di esploratori italiani degli anni ’20 del secolo scorso. Erano certi che in mezzo al deserto della Dancalia ci fossero queste acque. Al solito, fecero a gara a chi arrivava primo. Al solito, chi qui viveva non contava.

Le pompe delle saline
Le pompe delle saline

 

Chissà cosa passò per la testa al barone Raimondo Franchetti quando mise nome Afdera alla sua seconda figlia? E’ vero, Franchetti aveva commesso il suo abuso da uomo bianco cambiando il nome del grande lago della Dancalia: lo aveva ribattezzato Giulietti per ricordare l’avventuriero ottocentesco che venne a farsi uccidere in questa terra nel 1881. Afdera aveva tre anni quando l’aereo sul quale si trovava suo padre cadde nei deserti alla periferia del Cairo. Sarà mai stata a vedere il lago dal quale prese il suo nome? Le cronache (e internet) la ricordano come la nipote di una Rothschild, la moglie di Henry Fonda (lo lasciò lei, dopo quattro anni) e per un arresto per marjuana a Fiumicino (nel 1966). E’ ingiusto: mi piacerebbe che passeggiasse lungo questo lago, che qualcuno raccontasse le ragioni del suo nome così strano. Il suo nome è geografia. Gli altri figli si chiamano Simba, Lorian e Nanucki. La villa Franchetti doveva essere un libro della giungla.

Le tende sulla sponda del lago
Le tende sulla sponda del lago

 

Il guardiano del 'campeggio'
Il guardiano del ‘campeggio’
La raccolta della duma
La raccolta della duma

 

Mettiamo le tende sotto le palme nello stesso luogo dove Raimondo Franchetti sistemò il suo accampamento. Ben si capisce: qui, a un passo dalle sponde melmose del lago salato, sgorgano acque dolci e caldissime. Pozze straordinarie. Benedette. Gli uomini che si spezzano i corpi nelle saline di Afdera, vengono qui a lavarsi, a fare scorta di acqua, a godersela per qualche minuto. Palme stremate (davvero le stesse sotto le quali dormì il barone? A guardare vecchie foto, sembra proprio di sì) crescono attorno a queste acque. Hanno l’aria sempre più malandata, ne ho viste scomparire alcune in questi anni, ma ogni volta che torno vado ad abbracciarle. Se lo meritano. A volte ho visto uomini afar estrarre da questi alberi la duma, la linfa che si trasforma in una bevanda d’alcol. Ora, mi dicono, è stata vietata dalle autorità locali. Gli afar si ubriacavano e scoppiavano risse su risse. Andranno a bere da qualche parte nascosta.

Alba
Alba

 

Chi scrisse la guida italiana all’Africa Orientale, nel 1938, ebbe una giornata storta quando arrivò qui. Definì il lago Afdera come un ‘plumbeo, tristissimo specchio d’acqua salmastra circondato dal nero dei basalti’. Al contrario io dovevo essere felice quando vidi il lago per la prima volta:‘E’ bellissimo. Più di un miraggio. E’ uno specchio dal colore indefinibile: non è blu come un mare, non è bianco come il sale. E’ irreale. I vulcani lo venerano riflettendosi nelle sue acque. C’è una piccola isola al centro. Schiume bianche, cristalli di sale si addensano sul bagnasciuga. Da lontano sembrano cumuli di neve. Da vicino fanno un po’ schifo’.

Afdera Town
Afdera Town

 

Quando Franchetti arrivò ad Afdera vi trovò solo ‘una piccola famiglia di dancali’ con una misera mandria di capre. Sono passati ottanta anni. Venti e più anni fa, vi fu fondata una città. L’Etiopia voleva sfruttare il sale della Dancalia. I cinesi, meno di dieci anni fa, vi hanno costruito una strada aprendosi il cammino in mezzo a colate di lava. Afdera è Far-East africano. Ha diecimila abitanti, mi dicono. Camionisti, cavatori del sale, saloon, alberghi-bordello, avventurieri, puttane, disperati, sceriffi, gente in fuga, gente in cerca di speranza. Qui ho visto tagliagole e ho incontrato ragazzi generosi. Città di lamiera e legni di scarto. A volte, va a fuoco. Avvoltoi volano sui resti delle carogne. La notte è birra e musica graffiata.

Afdera, sale di Afdera, lavoratori del sale
Sandali verdi, calzini intrisi di sale
Afdera, sale di Afdera, lavoratori del sale
I corpi
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La squadra
I cavatori del sale
Le carriole

 

Alla fine qualcuno si è reso conto che i turisti contemporanei passano di qua. E allora si è disinteressato del sale ha deciso di costruire una baracca attorno alle pozze vicine al lago. Un disastro. Poi qualche notabile si è improvvisato guida per accompagnarci a vedere chi scava nel sale, carica camion, costruisce colline bianche. La fatica di chi è venuto qua a lavorare è immensa. Spezza le ossa. I corpi degli uomini sono lucidi di sudore. Noi stiamo a guardare. Metto a fuoco i sandali di plastica verde fabbricati in Cina e i calzini umidi di sale. Hanno crepe in ogni anfratto della pelle, questi uomini. So che hanno la pressione di un obeso americano. Queste terre, questo sale non è più una storia afar. Le saline appartengono a ricchi tigrini o amhara. A gente di Makallè. Di Addis Abeba. Il sale dell’Etiopa viene da qui. Dai muscoli strappati di questa gente.

Il cibo dei cavatori
Il pranzo e l’acqua dei cavatori

 

A notte, scivoliamo nelle acque salate del lago. Stiamo a galla. Il sale pizzica la pelle. Correnti termali ci scaldano. Non si esce da questo bagno. L’Africa. La Dancalia. La gente che lascia i suoi giorni nelle saline. E, sui piatti di una bilancia senza contrappesi, la bellezza di questa notte sul lago. Guardo le ombre degli uomini che si stendono nelle pozze di acqua limpida. Nel buio il colore della pelle quasi non è differenza. Vado anch’io. Sto lì, a un passo dalla sorgente. La terra qui appare viva, c’è fuoco qua sotto. Sto qui fino a quando il mio corpo sopporta l’acqua che sta bollendo.

 

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2 pensieri riguardo “Dancalia/Il lago dalla punta lunga, Henry Fonda, i turisti e gli uomini del sale

  • 28 Febbraio 2015 in 6:50
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    buongiorno andrea,
    sto leggendo il tuo libro sulla dancalia per prepararmi alla prossima partenza. andrò li dal 7 al 14 marzo per accompagnare un fotografo di paesaggi. questo il tragitto probabile:
    7 MAR depart UK
    8 Land Addis, fly Mekele, drive Hamed Ela
    9 Hamed Ela to Dallol, Hamedela
    10 Hamed Ela to Dodom and night to Erta Ale
    11 Dodom
    12 Erta Ale –Dodom –Mekelle night flight to Addis
    13 depart
    ho pensato di scriverti per ringraziarti del tuo aiuto per cercare di capire questo e altri posti e dirti che se vuoi posso portare i saluti o altro a chi conosci.
    buona giornata intanto
    paolo de giuli

    Risposta
    • 2 Marzo 2015 in 21:29
      Permalink

      Ciao, Paolo, scrivi a andrea@andreasemplici.it…il programma, va bene. E’ che io sono lento e non riuscirei a sbalzare da Londra ad Hamed Ela in un giorno…ad Hamed Ela, salutami Hussein e se hai bisogno rivolgiti a lui, di fatto è il capovillaggio, vedrai che lo incontrerai e se chiedi di Medina, è una donna che intesse stuoie. è la madre di mio ‘figlio’…portale del caffè da parte mia…e passa un’ora con lei..

      Risposta

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