‘I miei ricordi…come voci di radio e di juke-box’

Ernesto Cardenal autografa un suo libro. Alle sue spalle la foto del poeta Izet Sarajilic
Ernesto Cardenal autografa un suo libro. Alle sue spalle la foto del poeta Izet Sarajilic (foto di Mario Boccia)

 

Accade che, inattesi, i luoghi riappaiono. Senza che io faccia niente, se non accorgermi che passano là davanti. Allora lascio un messaggio nelle bottiglie del web, come gesto per dire, ecco, io ci sono. Nient’altro. Ma non ci credo nemmeno io. Ma poi la pallina rotola per conto suo nel piano inclinato e lascio che sia.

Orizzonti di vulcani, la ghiaia di una spiaggia del Pacifico, la risacca violenta dell’oceano, le onde lunghe e la pioggia della Costa Atlantica. Un ritorno (senza ritornare, è un andare senza bussole) in una terra dove molte storie sono cominciate. Anzi, là ha mosso i primi passi anche la più importante fra le storie della mia vita. Lasciai una scritta sulla sabbia a Isla de Mais: ‘Que te vaja bien…’, prima di incamminarmi su una passerella marcita dalla salsedine.

Vado senza preparazione.

Ernesto
Ernesto (foto Mario Boccia, Salerno 2004)

Ricordo gli indirizzi surreali della città grande. ‘Donde estava la casa de Tèodolinda’…città di macerie dove il rigoglio tropicale si reimpossessava di ogni spazio. Una città di vuoti che erano come fantasmi. Il grande albergo appariva un sopravvissuto ingiusto. Poi, una casa dalla quale internazionali tedeschi mi cacciarono perché io non c’entravo. L’albergo segnalato da qualche guida aveva l’aria attira back-pakcers, mochilla in spalla, allora non c’erano le ruotine. Un amico impossibile apparso nella notte e la nostra sorpresa. L’umidità nell’aria. Il lago. La navigazione sul fiume. Le onde che mandano in malora la pancia della donna bionda. La vegetazione che ti afferrava e voleva trattenerti. Loro rimasero nel paese più bagnato del mondo. L’uomo con la pistola nella corriera. Ci giocava e solo una donna trovò il coraggio di dirgli di smettere. L’ospedale e il dottore che diceva: ‘Tiene un problema de pression alta’. Già allora…Non ci feci caso. E presi un altro bus una volta che la febbre se ne andò. Le rovine maya oltre la frontiera. Scoperto a rubare un libro. Un’altra donna che poi mi apparve, una sera, nella mia città lontana. La foto del prete dal basco azul inginocchiato, quasi sorridente, di fronte all’Uomo in bianco che, a capo scoperto, lo umiliava. Non riuscì a tanto, ci ribellammo. La gente del caffè nella piazza si sente offesa. Il piccolo soldato che mi disse che i cubani ‘seguivan firmes’. E l’internazionale, esperta e saccente, mi disse che mentiva, un cubano non avrebbe mai rivelato di essere tale. E io che continuavo a cercare Tèodolinda e le assi dell’albergo sul lago scricchiolavano al passo dei gatti.

Ernesto (foto Mario Boccia, Salerno, 2004)
Ernesto (foto Mario Boccia, Salerno, 2004)

Ecco, ora quell’uomo dal basco azul (nel 1952 aveva creato una casa editrice che si chiamava El hjlo azul), è l’esca, l’alibi, la ragione del mio andare verso Occidente. So che è Sud anche questo Occidente. Parto con un passaporto (quasi) immacolato. E con l’incarico che viene da uomini e donne che amano i poeti. Parto con pensieri nascosti dentro i tacchi delle scarpe. Dico di seguire un filo di poesia, ma leggo statistiche che nascondono uomini e donne scartati dalla storia. Che storia c’è fra la povertà e i poeti? E poi io niente so di poesia. Non capisco quando vanno a capo, i poeti. La mia emozione ad ascoltarli a capo non va. So che i sogni di trentaquattro anni fa si sono infranti. Nello scontro con il realismo che poco ha a che fare con la magia di Gabo. Così tanti anni sono passati da quando mi ritrovai sulle sponde di quel lago perché da altre parti non sapevo andare. ‘Tristezza’, mi ha scritto un’amica per quanto non è accaduto, per le sue illusione perdute. Una rivoluzione perdida. Un’altra ancora. Ma questa parole stanno di fronte alla ‘bellezza’ di quella terra. Nel Sud del mio paese, un altro poeta mi avrebbe detto dei ‘fallimenti felici’. Chissà cosa ne pensa chi ha venti anni nella terra dove sto andando? Già, vado con quaderni colmi di indirizzi di uomini di ottanta anni e niente so dei ragazzi.

In uno scaffale della mia libreria infreddolita ho ritrovato un libro dalla copertina bianca e rossa, una scritta sul muro, edizione del 1969. Guanda faceva bei libri. Io che non ritrovo niente di quanto ho maneggiato dieci minuti fa, faccio riapparire una poesia dimenticata qualche decennio fa. Nella pagina dal colore dell’avorio invecchiato sta scritto: ‘E mentre recitiamo i Salmi, i miei ricordi/si intrecciano alla preghiera/come voci di radio e di juke-box’.

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Un pensiero su “‘I miei ricordi…come voci di radio e di juke-box’

  • 16 Febbraio 2015 in 16:02
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    Sono davvero affascinata dal tuo raccontarti senza quasi un emozione verbale per timore forse di apparire
    ” grandioso” o meglio per evitare che siano le tue parole ad avere il sopravvento sui luojhi, i personaggi, le persone
    che si muovono nella strade del tuo dire. Sei uno scrittore non solo un viaggiatore che scrive.
    Il viaggio è l’accumularsi di immagini che la mentre traduce in personali poesie. Il viaggio è il calco che le precede.
    Sei fortunato a possedere tanta sensibilità. Tu sai bene che in ogni pietra è racchiuso il fiato dell’inizio….

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