Tutto qui/Fly to west

La borsa di una poetessa cubana ha riportato il colore che avevo dimenticato
La borsa di una poetessa cubana ha riportato il colore che avevo dimenticato

 

Una storia senza bianchi e neri

Una storia grigia. Di cieli grigi. E’ possibile andare ai tropici senza passare per l’azzurro. O per l’incisione dei bianchi e dei neri eccitati dal gioco della ‘chiarezza’. Lightroom e matita, in un gioco senza senso. La tecnologia entra nelle poesia. In fondo, per assurdo, questo sto andando a cercare. E la prima lezione che non rispetto è quella di essere comprensibile.

Lunedì sedici di febbraio. Gli anni non contano. Il frate è sveglio alle tre e mezza del mattino. Davanti al cancello. L’aeroporto è a mezz’ora di viaggio. Ci si perde nei soprapassi fino a trovare il parcheggio. Nell’ingresso dalle luci senza scintillii, ci sono maschere assopite, dal volto segnato dalla notte. La festa è finita. Ora è la volta di un aereo. Che sarà fra molte ore. E’ strana la maschera con le gambe allungate su un trolley.

Paura è la parola che mi viene in mente. Nascondo a me stesso il presagio.

Penso che dovrei andare verso Sud. Che dovrei scrivere di quelle terre che conosco. Che ho dimenticato. Sirte è una brutta città. Inventata per il capriccio del rais. Dicono che fosse la sua terra natale, ma il beduino costruì una città al posto delle tende di pelle di capra e ora gli uomini in nero, raccontano, se ne sono impossessati. Senza un solo colpo di fucile. Il mio amico M. mi dice: ‘Di loro, mi fido. Non mi piacciono, ma posso fidarmi. Rispetto le regole e la mia vita si salverà’.

In tanti, ora fanno l’elogio del tiranno. Tutti, io compreso, io per primo, scrivevamo che era un ‘tassello di stabilità’ nel Mediterraneo.

Ma io sto andando altrove. Dimenticherò.

Non so mettere il passaporto sotto la macchina-scanner. Impaurito.

Guardo gli uomini dei controlli. Hanno espressioni serie, bianche, sono sovrappeso, indossano i guanti, credono a quello che fanno? A Venezia, un ragazzo dalla barba rossa, senza capelli, bianco come un cencio. A Monaco, una donna con troppi chili e un italiano da robot, mette le x senza aspettare le risposte. No, ho fatto io il bagaglio e non ho accettato caramelle dagli sconosciuti. E’ che non ci credo nemmeno io. E ho sobbalzi al cuore. A Houston il ragazzo nero fruga nelle mie mutande con un sorriso mezzo beffardo e mezzo allegro. Mi spalmano qualcosa sulle mani. Mostro il mio corpo ai raggi invisibili. Mi consegno mani e piedi a questi uomini. Un poliziotto nero, pingue e meccanico, mi caccia da una fila. Mi separa.

Tradisco. E’ la rassegnazione. Tradisco una promessa che mi ero fatto. Per paura.

Lo spazio protetto di un aereo. Il pranzo alle dieci, il gelatino, le patatine fritte, il cioccolatino. Il film. In inglese per non capire. Le pezzuole umide. La United ha come politica le hostess e gli steward attempati, colmi di pelle invecchiata, il petto delle donne si squama, donne da tè, vivaddio lontane dagli stereotipi. Ma sembrano dieci Mago Magò avvelinite. Brusche. Si rincattucciano nel cubicolo e si proteggono con una coperta blu. Mentre l’aereo va verso il Polo. La terra è tonda, mi dicono. Non si va in linea retta in questo pianeta. Scorrono deserti di ghiaccio diecimila metri là in basso. Quasi non mi alzo dal mio sedile. Tengo le gambe nel corridoio e i carrelli delle bevande si incastrano sempre nei miei piedi.

Leggo dei poeti.

E’ morta Francesca. A Trieste. Mi scrive Mario: ‘Da anni non la vedevo, ma sapevo che c’era’. La lista si è fatta lunga. Dove ho messo il libro di Conchita? Fare foto ai funerali.

Scrivo il calendario per i prossimi mesi. Vuol dire che voglio vivere, immagino.

Un uomo legge un minidizionario di spagnolo. Andrà a Managua? Il corpulento napoletano, con i capelli a codino, va nelle mia città. Mi piace scrivere ‘mia’.

Orazione per Marylin Monroe. Sì, Ernesto sei capace di ribaltare i nostri occhi sul mondo.

Un raggio di sole sul maglione. Attraverso il finestrino. Oggi il sole non tramonta. Le ore passano, fermati in questo volo, fermati, vai in stallo, resta lì, non atterrare, rimaniamo qui. Per tutta la vita. Sospesi nel cielo. Creiamo una comunità appesa al cielo. Fra gente che non si conosce.

Cosa scrivo nei fogli della dogana?

Cosa fa nel tempo libero il ragazzo nero che mi sta perquisendo con zelo?

Un rasta è sul punto di esplodere dal suo corpo troppo largo. Ha la bonomia dei troppo grassi.

L’aereo è colmo di ragazzini. Sotto i vent’anni. Hanno magliette di Hope Nicaragua. Non sembrano yankee. Hanno aria da ragazzi del Sud d’Italia. Sono più magri. Hanno brufoli. L’aria da scout. Le ragazze ridono e azzardano sogni. I ragazzi sono chiusi nel silenzio. Senza smartphone. Questo si nota. Anche qui le hostess, solo due per risparmiare, hanno le grinze sulla pelle. E distribuiscono solo acqua. Mi viene una fame improvvisa.

Poi, è l’aeroporto del paese di trentaquattro anni fa. Avevo paura anche allora. Dissi: ‘Andiamo a vedere’. Non so come andai in città. MI offrirono un passaggio, credo, Dei tedeschi. Il Nicaragua piace ai tedeschi.

Una ragazzo vestita di celeste promette uno sconto sul prossimo cambio se le diamo 600 dollari. Un cartello indica il costo medio della vita (per un turista, immagino) in Nicaragua: 2750 cordobas. Cento dollari al giorno? Va nei dettagli: 1610 per dormire, 400 per i trasporti, 545 per mangiare. Annibale ci aspetta con il cartello fuori dall’aeroporto. Ha una macchina scassata, senza insegne, business clandestino. 45 dollari per la notte di Managua. Il giorno dopo ne chiederà 12 fino a Granada.

Nessuno per le strada. Grandi arterie perfettamente pulite. Città in largo. Ecco, le rotatorie, con al centro alberi magici. Il taxista ci tiene a dirmi: ‘Ne hanno messi novanta. E costando 20mila dollari l’uno. Poi dicono che non hanno soldi per pagare i poliziotti o per sussidiare la benzina’. Hanno scolpito anche statue al centro delle rotatorie. MacDonald’s. Lucine di Natale. Un bel caldo. Il vuoto.

Alle dieci di sera, l’uomo lento di Villa America sconsiglia di andare a cercare da mangiare. ‘E’ tardi’.

Tutto qui.

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