Cronaca per un’intervista mai avvenuta/Appunti per un incontro con Ernesto Cardenal

Ernesto
Ernesto

 

Sergio aveva sempre messo sull’avviso: ‘Detesta le interviste’. E poi ci sono i suoi novanta anni. Ed è arrabbiato. E sta partendo per la Germania, affidato all’attenzione di un ragazzo che hanno costretto a cambiare piani di volo pur di far compagnia a Ernesto.

Sì, è arrabbiato
Sì, è arrabbiato

Io e Alfredo, teologo e poeta costaricense, stiamo camminando per le strade di Granada. Alfredo ha sessanta anni (la mia età), una bella barba bianca, porta gli occhiali e un cappello di paglia. Questo avrebbe dovuto essere un indizio. Una ragazzina ci viene incontro, ci ferma e dice ad Alfredo: ‘Usted es Cardenal?’. Piccolo balzo indietro, sorriso, mani avanti e scuotiamo la testa. Lei un po’ si scusa, un po’ insiste. Alla fine, Alfredo si fa fotografare assieme alla ragazzina. Mi piace questo frammento.

Scompare dietro a un valigetta nera
Scompare dietro a un valigetta nera

Il poeta, da mezzo secolo, va in giro con una camicia bianca a un solo bottone, veste indigena. Indossa solo jeans Levi’s e gli zoccoli ai piedi. In testa un basco scuro trattiene i capelli lunghi e bianchissimi.

I mille fogli
I mille fogli

Vedo arrivare Ernesto dalla porta che dà sul piccolo giardino di fronte alla casa degli scrittori a Managua. Un tempo questa era una galleria di arte. So che apparteneva a lui. Ci sono le sue statue. Sono belle: aironi, garzette, forme che si allungano, pietre rotonde. Qualcuno mi ha detto: ‘La poesia di Cardenal è rotonda’. Una piccola statua di una garzetta bianca vale oltre 400 dollari. E’ molto bella. Cardenal scultore. Attorno, dispersi ovunque libri di Ernesto Cardenal, su Ernesto Cardenal, attorno a Ernesto Cardenal.

Il bastone
Il bastone

Ernesto sfata una regola: non bisogna morire a trent’anni per essere una leggenda, un mito. Avrei voluto chiedergli: ‘Dici sempre che è necessaria l’umiltà, ma attorno a te vi è aria di mitologia. Come la mettiamo con la vanità?’. E io intuisco che l’uomo è vanitoso.

C’è una foto di Ernesto a venti anni: le braccia ripiegate sotto la testa, è disteso su una panchina in un parco di Parigi, lo sguardo perso nel cielo. Non ha la barba. Dove ho già visto questa foto? Un altro Ernesto, lui, sì icona globale: el Che Guevara è disteso sul terrazzino della casa di calle Araoz a Buenos Aires. Vent’anni, un camicia bianca, senza barba e lo sguardo perso nel cielo.

Il piccolo ufficio
Il piccolo ufficio

Il poeta, questa mattina, è urticante, infastidito, nervoso. Sotto pressione. Che ci faccio, in piedi, nel suo minuscolo ufficio senza finestre? E per giunta chiedo un’intervista. ‘Non mi hanno detto nulla. Non ho tempo’. E fa gesti bruschi con la mano. Guarda altrove. Ha occhi furenti. Quasi scompare in una vecchia poltrona bianca, si nasconde dietro una valigetta di plastica nera dalla quale escono fuori foglietti, libri, la rivista Time (ma come? Avevo letto che non la leggeva più dopo la sua seconda conversione: l’innamoramento – tardivo – per Cuba negli anni ’70), giornali (che legge dalla prima all’ultima pagina), libri, appunti, fogli dattiloscritti. Si immerge nelle letture e io non esisto più. Dico solo: ‘La vida perdida, la revolucion perdida’. ‘La vida no es perdida e quien perde la vida por El, la salva. La rèvolucion, sì, esta es perdida’. Mai fare domande delle quali conosci le risposte. Le sue memoria hanno in epigrafe, un frammento del Vangelo di Luca: ‘…el que pierda su vida por mì, la salvarà’…

Scoprirò poi che la poltrona bianca è la stessa di quanto era ministro della cultura, quaranta anni fa. Come il tavolo. La poltrona deve essere appartenuta ai Somoza, i tiranni. L’ufficio del ministero della cultura degli anni del primo sandinismo era nella casa della figlia del tiranno.

Con LuzMarina
Con LuzMarina

Lo immaginavo un uomo alto, quasi imponente. E invece è piccolo. Con gli anni è ingrassato, l’età lo ha storto, sta in equilibrio su un bastone, non sente bene, si innervosisce. Da giovane era magro, il volto di un’aquila, il naso greco, un’aria già sognante. Già allora si intravedeva la vanità. Era ossessionato dalla bellezza. Amava le donne. Capace di tornare dagli Stati Uniti con una macchinetta fotografica solo per fotografare la Nena. E lui aveva 18 anni e lei 14. Sempre innamorato. Cosa è scattato Ernesto? Alla fine, la bellezza assoluta è Dio, l’amore assoluto è Dio. E a 33 anni hai deciso di diventare monaco. Niente più ragazze, niente più poesia, niente più ‘vita’. Via dalla grande ricchezza della tua famiglia. Ho visto la tua casa a Grenada, una meraviglia. Oggi è fondazione, Casa de los Tres Mundos. Dicono che ogni soldo che guadagni, lo metti dentro a storie di cultura. A 40, sei prete. A 60, il Vaticano ti caccia dall’altare. E, alla fine, ti cancellano perfino il tuo ministero della cultura. Insomma, giovane ricco, giramondo, studi eccellenti nelle migliori università, innamorato, timido e già tosto, poeta, contemplativo, perduto, sempre in cerca, inquieto, ribelle, monaco trappista, eremita in una comunità su un’isola che, allora, nessuno sapeva trovare su una carta geografica, guerrigliero. I tuoi ‘figli’ dell’isola cadono tutti nella sfida alla dittatura del tuo paese, rimani solo, muore anche Laureano, forse il ‘figlio’ preferito, fai il ministro, i tuoi compagni di lotta ti cacciano dal governo, il Vaticano ti vede come un irrequieto disobbediente, Giovanni Paolo II crede di umiliarti di fronte al tuo popolo, e invece costruisce una pagina del tuo mito. Scrivi, scrivi, scrivi. Scrive sempre. A 85 anni fai un corso di lettura veloce. Perché non c’è tempo e ci sono ancora milioni di pagine da leggere. Non c’è tempo, non c’è tempo.

I libri di Ernesto, attorno a Erneso
I libri di Ernesto, attorno a Erneso

E io, giornalista intimidito e con trent’anni e passa di mestiere alle spalle, me ne sto in piedi, al tuo lato, a farmi cacciar via come un ragazzo alla sua prima intervista. E ho attraversato un oceano per essere qui. Sono felice di essere qui. Felice dei tuoi modi bruschi, delle tue non-parole che sembrano una lima sopra un legno. Anzi: hanno la stessa durezza dello strumento di ferro con le quali le donne raspano il ghiaccio per poi metterci sopra uno sciroppo nelle piazza delle città del Nicaragua. Raspados. Parole raspadas. Silenzi raspadas. Per una bevanda dolcissima.

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‘Me ne vado’, borbotti. E non aspetti risposta. Le tue donne ti hanno dedicato le attenzioni pratiche. Hai dato ordini perentori. Senza alternative. Te ne vai. Ogni passo, sembri cadere. Pedro, l’autista di sempre, ti precede.

Te ne vai
Te ne vai

Te ne vai e io vedo che la tua testa afferra una parola che ti era sfuggita. E che oggi finirà in un minuscolo foglietto. Che, forse, diventerà poesia. So che hai doto l’ordine che i foglietti siano bruciati se la poesia dovesse rimanere non finita.

Questa è stata l’intervista più bella della mia vita.

 

 

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