Nicaragua/Vorrei essere un uccello a Solentiname

Il molo di San Fernando
Il molo di San Fernando

 

Un angolo acuto del lago Nicaragua. Il lago Cocibolco delle popolazioni originarie. Il Mar Dolce degli spagnoli. Trentasei isole, un arcipelago. Al solito, scrivi che è ‘lontano, remoto’. Lontano da dove? Oggi ci sono i motori Suzuki da 50 cavalli che spingono las pangas, le lance, come se fossero vento. Un tempo andavi a remi a procurarti il sale e lo zucchero. Essere lontani è storia di punti di vista. Poco più di mille abitanti. Nell’isola del Padre vive un uomo solitario. Ed è, appunto, il padre di doña Esperanza. A la Venada vive la famiglia di Rodolfo, 85 anni, in sedia a rotelle, capostipite dei pittori. A Mancàrron, conosco Annibal, suo padre fu il primo costruttore in barche di cedro. E poi c’è Ernesto che ha la saggezza di un giovane e accudisce gli ospiti. A San Fernando, parlo a lungo con doña Maria. Trent’anni fa, quando la rivoluzione aveva trionfato, aprì il primo albergo dell’isola.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA
I due grandi alberi di San Fernando

 

Il raccolto dei fagioli
Il raccolto dei fagioli

 

OLYMPUS DIGITAL CAMERA
La tavolozza dei colori di Rodolfo

 

Queste sono isole della Rivoluzione. I pochi turisti che qui arrivano non ne sanno quasi niente. Vi arrivano accompagnati dalla Lonely Planet e dalle Bradt, ma non leggono fra le righe. Qualcosa, però, rimane appeso anche alla loro storia di viaggianti. Qui Ernesto Cardenal, il poeta, il monaco, il rivoluzionario, creò, mezzo secolo fa, una comunità utopica e visionaria. Il Vangelo divenne libro da guerriglieri. Qui scoccò una delle scintille della vittoria sandinista, qui il Nicaragua cominciò a essere terra libera. Ma i figli migliori di Solentiname morirono in quella rivolta. Furono uccisi. Le isole portano i loro nomi. Elvis, Donald, Alejandro, Laureano. Le loro parole sono scolpite su un masso. La comunità si dissolse. Ma fu germoglio di altre vite. I pittori non hanno smesso di dipingere, gli artigiani non hanno smesso di intagliare il legno di balsa. Solentiname, ‘luogo degli ospiti’, ha ancora una memoria. ‘Non facciamo più feste come un tempo, c’è meno allegria’, ha nostalgia doña Maria. Ma poi, nella chiesa dai colori dei bambini, dai segni precolombiani, dal pavimento in terra battuta, ride con il gusto di un futuro. Sì, questo è il paese dei più bei tramonti al mondo. Sì, questo è un paese che ha sognato. Che ha creduto nei poeti. Mi prendo tutta l’acqua del mondo nell’improvviso acquazzone del tropico di Solentiname.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA
Elva
OLYMPUS DIGITAL CAMERA
Josè

 

Non so allontanare i miei sensi dall’andare delle onde del lago. Un’orchestra senza spartito. Gli uccelli hanno lamenti notturni. Qui-qui-qui-qui. Ah-ah-ah-ah. Fruì, passa veloce uno. Che-che-che-che, come se fosse argentino replica da lontano qualcun altro. Poi il rumore di una lancia. Le chiacchiere nelle ore della notte improvvisa sotto l’unico lampione solare. I contrabbandieri dell’altro paese. Il ron, che è un diavolo, ma un traguito mette allegria. I ragazzi che coltivano l’ozio e il sogno. Noidi che è stata in Italia e là ha venduto tartarughe di balsa. E ora amoreggia con un ragazzo sulla porta di casa. E ci regala una di quelle tartarughe dai colori dell’arcobaleno. Le ragazze che cercano un impossibile campo per l’sms all’uomo lontano, si avvicinano alla chiesa, là arriva il segnale di un altro mondo. La barca pubblica arriva il martedì e il venerdì. Si sbarcano birre e riso, Coca-cola e una bombola del gas. Qui si cucina a legna.

Liliana costruisce il forno
Liliana costruisce il forno

 

Liliana vive isolata. Per questo, parla molto. Sta costruendo un forno con fango e cenere. E’ un progresso. La sua famiglia coltiva banane e fagioli. Hanno qualche vacca. Ci indica la strada per la Catalanica, una donna catalana arrivata fin qua per costruire un albergo nel punto più lontano dell’isola. Cinque chilometri a piedi nella foresta. O la navigazione lungo le coste.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA
Ninna nanna
OLYMPUS DIGITAL CAMERA
L’altare di Nuestra Senora de Solentiname

 

Doña Maria racconta dei tempi di Ernesto. ‘Capimmo che Cristo non voleva i nostri rosari. Voleva che ci battessimo contro le ingiustizie’. E la messa divenne una festa, il racconto del Vangelo come dialogo fra contadini e pescatori. Cristo e Sandino si confusero in una trinità imbattibile. Comunidad utopica e visionaria, mistica e molto reale. Capace di lasciare sogni e semi in questa terra. E qui i semi germogliano con bellezza altrove inimmaginabile. Oggi c’è la chiesa, la biblioteca, la chiesa dai colori intensi, un piccolo, bellissimo museo dei primi abitanti di queste isole. Ci sono i pavoni, Lucy, il cane di Annibal, il pesce arrostito con le banane mature e il riso, il trago de ron, i rospi che, a notte, stanno immobile sul cammino, le formiche che mi azzannano i piedi, Josè che fa una scultura al giorno e sua figlia che dipinge con la serietà di una donna silenziosa. Il cimitero è nella foresta, le piante riconquistano le tombe e le rendono allegria. Il sole filtra fra i rami e io vorrei imparare i nomi degli alberi per comporre la mia prima poesia. E invece oscillo sull’amaca. Senza un solo pensiero. Qui, sono qui.

Il cimitero di Mancarròn
Il cimitero di Mancarròn
print

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.