Accettura, Lucania/Krusciov

Negli ultimi tempi lo vedevo seduto fuori dal bar del Popolo. Nella piazza. Ero felice di vederlo all’aperto, a osservare la sua gente. In molti mi hanno scritto dal paese, da Accettura e da Matera, per dirmi che Giulio se ne era andato. Conoscevo Giulio come Krusciov. Da anni, mi ritrovo nelle grandi feste degli alberi in Lucania. Riti arborei straordinari. Sapevo di Krusciov, ne avevo letto sui libri degli antropologi. Era uno dei protagonisti della festa di Accettura. Giulio era stato il capo dei comunisti del paese (negli anni di Emilio Colombo), vicesindaco di Accettura, uno degli uomini della storia recente di questo frammento di Lucania. Furono Vincenzo e sua moglie a rivelarmi che non era solo una leggenda: ‘Vuoi conoscerlo?”. E mi ritrovai nella sua casa. Il caffè, le parole antiche, una poltrona, la storia di un uomo e di un paese. La malinconia del tempo. A quel tempo, Giulio non usciva di casa. Ero stato davvero felice di rivederlo di fronte al bar del Popolo. 

Grazie a Biagio che mi ha mandato la foto di Giulio con i bambini e le bandiere rosse, scattata da Vincenzo Branda. Grazie a Francesco che mi ha donato le sue storie di bambino.,

Il frammento che qui appare è stato scritto tempo fa. Fa parte di altri frammenti di una storia che forse scriverò (o, forse, no) attorno alla Grande Festa e al paese. Una ragazza cerca il mistero della Festa e incontra chi ne è stato protagonista. 

Un abbraccio al paese.

Giulio
Giulio

E’ vero, assomiglia a Krusciov. Nunzia è andata su Internet per trovare una foto di quell’uomo misterioso. Era stato il capo dei comunisti in una terra lontana. Nunzia non ha fatto in tempo nemmeno a sapere cosa fosse stata l’Unione Sovietica. Il comunismo scomparve, mentre lei nasceva. Fine del Novecento. Ma questo non voleva dire molto per una ragazzina. Tutti al paese hanno un soprannome e lei, che non lo aveva forse perché femmina, si incuriosì di quel nomignolo fuori dalla lingua della montagna. Il padre le disse che Krusciov era stato un comunista buono. Dunque, c’erano stati quelli cattivi, ma lui era buono. Ogni tanto si arrabbiava, ma aveva una faccia da contadino. E allora nei bar del paese cominciarono a chiamare Krusciov quel bracciante che faceva anche il muratore. Anche lui se ne era andato in Inghilterra, come tanti altri. Ma poi era tornato. E si era messo nella politica. Falce e martello, una bandiera rossa e un gran agitarsi. I contadini e la gente dei boschi stavano con lui nel Partito dei rossi. I padroni, i maestri, i commercianti stavano con i cristiani. Krusciov era un capo, sapeva le parole e le diceva nel megafono. La sua famiglia stava sempre sotto l’albero nei giorni della festa. Tempi lontani: oggi non c’è più l’Unione Sovietica di Krusciov e nemmeno il Partito.

Nunzia passava ogni giorno davanti al bar del Popolo. Nei mesi dell’estate, un nipote accompagnava Krusciov a un tavolino sistemato sul marciapiede. Lo sorreggeva. La sua forza era svanita. I suoi occhi sapevano di spavento. A volte si assopiva e si ritrovava in altri anni. Si svegliava di colpo e non riconosceva più nessuno. Passava ore del pomeriggio seduto con le mani poggiate sul ferro del tavolino. Krusciov era davvero il ritratto sputato del comunista russo. Le ciglia, soprattutto. Ancor oggi sembrano piccole fiamme. Chi ne parla, dice che aveva il suo stesso carattere. Sbrigativo, ruvido, irruente. E generoso, astuto. Angelo non la guardò mentre si limitò a dire a Nunzia: ‘Era un comunista bonario, Kusciov’. Nessuno ve lo racconterà più ma i comunisti del paese, negli anni del mondo spezzato, amavano la Festa. Era la loro Festa. ‘Festa dei lavoratori senza lavoro, dei poveri della collettività’, avrebbe scritto, anni più tardi, l’antropologo.

Molti anni fa...
Molti anni fa…

Il Krusciov del paese mise su la sede dei comunisti. E fu anche il centro della Festa. Quando il capo dei democristiani calava dalla città con tutto il suo corteo di cortigiani, lui metteva la bandiera rossa sulla groppa del suo asino e passava per la piazza. I paesani si spostavano e lui lasciava andare l’asino fin sotto il palco. La bestia andava a grattarsi il muso sul legno. E non c’era verso di farlo spostare da lì.

Nunzia ha deciso. Eccola, ora si siede a quel tavolo davanti al bar. Krusciov guardava nel vuoto. I ragazzi delle magliette non sapevano chi fosse. Non potevano sapere che quel vecchio dall’aria spaurita era stato, per anni, l’uomo più importante della Festa. Nunzia cercò di mettersi comoda, ma rimase come in bilico sulla sedia. Non osava appoggiarsi allo schienale. E vide quell’uomo piangere. Krusciov sapeva perché quella bambina era lì.

Giulio
Giulio

‘Ci trattavano da schiavi, in quegli anni. Ti facevano passare davanti alla statua di Gesù e dovevi promettere che votavi per i democristiani. Ma la Festa era nostra. Il nostro paese in quei giorni era libero. Stavamo allegri. Poi tornavamo schiavi. Mio padre andava a lavorare a Pisticci. Faticava diciassette giorni di fila e lo pagavano con venticinque chili di grano. Si ammazzava di lavoro. Mio fratello è andato a scuola. Ne bastava uno in famiglia. Gli altri nei campi. A giornate. Io ero analfabeta, andavo nei pascoli con gli animali. La scuola non era aperta per tutti. Non per noi, non per i figli dei braccianti. Sono stati i comunisti a darmi la cultura. Al corso popolare presi la terza media. Il Partito voleva che andassi al Nord. Ma questo era il mio paese. Qui siamo nati, qui dobbiamo morire’.

A casa di Krusciov c’è una statua. Un prete che legge L’Unità. E quando cambiò il prete Krusciov, e nessuno sa perché, mise anche Mao-tse-tung e Togliatti. Nunzia non sapeva chi fossero questi due. Li avrebbe cercati con il computer.

Aveva una Seicento gialla, ci montava sopra un altoparlante e andava in giro a fare comizi. Un giorno il comune decise che la civiltà doveva arrivare al paese. E scrissero su un foglio bollato che i maiali dovevano andarsene dalle case. Questione di salute, storia della modernità. Era il 1968 e Krusciov sapeva bene le cose del popolo. Si mise subito a organizzare una manifestazione. Portò le donne nelle strade del paese. Aveva con sé il popolo della Festa. Ci mise di mezzo Nixon e il Viet-nam. Maiali e una guerra all’altro capo del mondo. Nessuno, al paese, sapeva dov’era questo Viet-nam. Ma i maiali li volevano in casa. ‘Se togliamo i maiali del paese senza sapere dove portarli, come farà una povera famiglia che si cresce due maiali, uno per avere la casa piena e un altro per venderlo e comprare le scarpe ai figli?’, disse al megafono Krusciov. Le donne del paese tenevano ben alti i cartelli con su il nome di quella terra lontana e sconosciuta e non cambiavano espressione. Non chiedevano cosa fosse il Viet-nam. Non applaudivano, ma in piazza ci stavano. Dei maiali, sapevano. Gli uomini avevano le mani in tasca ed erano in imbarazzo. Le donne andarono fino alla città a protestare. Entrarono nel palazzo e un uomo in cravatta si nascose dietro la sua scrivania. Krusciov aveva fatto vestire le donne con i vestiti più miseri. Quell’uomo si ritrasse fin quasi a scomparire, ma firmò un foglio. Impose al comune di revocare l’ordinanza sui maiali. La battaglia era stata vinta. Ai viet-cong, ora, toccava vincere la guerra. E la vinsero per davvero, era un altro mondo. I comunisti, quell’anno, presero più di seicento voti e Krusciov fece il vicesindaco del paese. Per undici anni. ‘Belli. Anni belli’, esce dalla sua bocca e Nunzia afferra il sussurro come il dono di un fiore di bosco.

Giulio
Giulio

 

Krusciov sa che se la Festa non si facesse la campagna andrebbe malamente. Perché è un peccato non farla. Peccato grave. Che non debba capitare mai. Krusciov è anche Giulio Maggiaiolo. Non so perché all’antropologo andarono a dire che il russo non c’era più e il nome andava cambiato. Nunzia registra nella sua testa, poi incrocia nomi e storie. Oramai ne ha sentite tante. Il padre di Krusciov era devoto al Maggio. Stava sempre sotto l’albero. Il nonno era un miracolato di San Giuliano: nel 1910 cadde dall’albero, lo davano per morto, lo portarono a casa e già erano pronti al pianto e al dolore, quando la processione passò sotto casa e il nonno, che non poteva che chiamarsi Giuliano, si risvegliò e si tirò su. Il medico lo trovò in piedi, affacciato alla finestra. Questo Giuliano, otto giorni dopo, chiamò il popolo a raccolta, e, a spese sue, rifece la festa. Al paese dicono che fu la più imponente di tutti i tempi.

Nunzia si alza. E’ frastornata. Non è sicura che Krusciov abbia parlato, ma le sue parole le ha sentite. Sa che l’uomo sta piangendo. Se ne va. E pensa che vorrebbe essere comunista. Sale i gradini della chiesa e sfiora la tunica di San Giuliano.

 

 

 

 

 

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