Etiopiche/Si mangia la terra a Lalibela

Le scarpe all'ingresso di Beta Maryam
Le scarpe all’ingresso di Beta Maryam

Le nenie e i canti da trance invadono l’alba di Lalibela. Città santa dell’Etiopia ortodossa. Città lontana, nel cuore del più grande altopiano d’Africa. La nebbia della notte sta alzandosi. Alla domenica, preti, monaci, cantori e diaconi affollano le basiliche del labirinto sacro di Lalibela. Geografia di chiese e cappelle scavate nel tufo, un’impressionante sacralità rupestre, un luogo che solo gli angeli possono davvero aver costruito.

Sistri
Sistri

Alla domenica, i contadini di queste montagne risalgono la collina di pietra vulcanica, sono processioni di uomini e donne avvolte in shamma bianchi. Fa freddo ai duemila e seicento metri di Lalibela. Gli uomini hanno volti scavati e intirizziti. Le donne, con addosso lunghe vesti raggrinzite, esitano davanti all’ingresso delle chiese. Alcune si fermano contro i muri esterni. Alzano le braccia. Pregano in un mormorio silenzioso. Ondeggiando leggermente il corpo. Questa è una Bibbia nera. Questo è un cristianesimo antico, tangibile, privo di ogni tempo.

La salita ad Haschetem Maryam
La salita ad Haschetem Maryam

 

Nelle chiese il canto prosegue, la voce dei preti ha risvegliato i fedeli e tutti si sono messi in cammino. Un prete predica all’aperto della chiesa di Madhanè Alem, ‘il Salvatore del Mondo’, la più grande, cattedrale rupestre sorretta da un incredibile colonnato. Fra le navate scavate nella roccia, rullano, con ritmo salmodiante, i kebarò, i grandi tamburi del cristianesimo etiopico. Ogni oggetto, ogni movimento, ogni gesto, ogni parola ha un suo significato. E’ domenica e la grande croce d’oro di Lalibela, simbolo del Paradiso, viene strusciata sulla schiena dei preti. I diaconi hanno brocche di stagno, l’acqua, conservata nei luoghi più riposti della chiesa in taniche di plastica gialla, è stata benedetta. La gente si affolla. Cento mani protendono minuscoli bicchierini metallici verso i giovani diaconi. Loro versano l’acqua. I fedeli bevono con due sorsi, poi si strofinano la faccia. Acqua, in amarico, lingua nazionale dell’Etiopia, si dice wuha, ma questa acqua ‘è troppo santa’ e allora si usa la parola tsebel, acqua benedetta.

L'acqua benedetta
L’acqua benedetta

La fede di Lalibela e dei cristiani d’Etiopia è fisica. Si beve l’acqua, si viene santificati con segni di cenere sulla fronte, si mangia terra sacra. Che viene chiamata ehmnet, fede. Nella chiesa di Golgotha, uno dei luoghi più santi di Lalibela, kes Betay, il prete Betay, custode di questo cappella rupestre, sorveglia un piccolo cesto. Con un cucchiaino versa nel bicchiere d’acqua terra color cannella. I fedeli, in queste domeniche senza fine, entrano nella più segreta delle basilche, per mangiarla. Per mangiare la terra. Kes Betay non sa tradurmi il suo nome in inglese: la chiama ‘medicina’. ‘Posso dartela solo se sei ortodosso’. Aggiunge una sola parola: ‘Aiuta’. Proviene da un’altra chiesa, una cappella nella quale non posso entrare, un santuario nascosto da un polveroso tendaggio di raso: qui si trova la tomba di re Lalibela (sì, devo raccontarvi di lui), simbolo del sepolcro di Cristo. La terra di questa sepoltura leggendaria è sacra. E’ terra che ha avvolto il corpo più sacro del cristianesimo. Bisogna farla diventare parte del nostro corpo. Bisogna mangiarla.

La benedizione con la cenere
La benedizione con la cenere

 

La cenere è quanto rimane dell’incenso. Nuvole di fumo santo si spargono per Madhanè Alem e per beta Maryam, la casa di Maria. L’incensiere simboleggia il suo ventre. Anche la cenere della legna con la quale si è cotto il pane che verrà usato per kurban, la comunione, viene conservata. Le mani di Habtemarian, prete custode della chiesa Yemrahana Krestos, il primo re-santo, il primo grande costruttore di basiliche in questa regione d’Etiopia, disegnano una croce sulla fronte del mio amico Nati. Ragazzi e ragazze aspettano il loro turno. Ne usciranno mascherati, segnati sul viso dal sacro. I tamburi non cambiano il loro ritmo. Un diacono distribuisce i lunghi bastoni liturgici, i makuamià, ai preti. Un altro simbolo: con uno di questi legni Mosè aprì le acque del mar Rosso. Adesso servono per le danze ipnotiche delle cerimonie religiose e, allo stesso tempo, sorreggono chi non ce la fa più a rimanere in piedi durante le trance sacre delle feste. I preti cominciano un ballo immobile. Fanno oscillare i bastoni, alzano le gambe. I corpi dei fedeli si stringono uno all’altro. Quasi non avverti più il pavimento di roccia sotto i tuoi piedi, senti i sudori, gli odori, persino i pensieri di chi ti è addosso. ‘Ti senti sospeso, strano, fra le certezza di questa folla’, ti dice un amico che osserva la tua incertezza. Lalibela sorprende la tua fede. Se ti lasci afferrare, corri dei rischi. Non sei più un turista. Ma non sai più chi sei.

La serratura di Ymerhanna Krestos
La serratura di Ymerhanna Krestos

Ma Lalibela, oggi, è città di turismo. Attorno alle chiese sono sorti alberghi internazionali (soldi della diaspora etiopica che qualche fortuna ha fatto negli Stati Uniti, donne europee che hanno deciso di vivere la loro vita qui accanto a uomini più giovani), ristoranti appesi al vuoto dei suoi panorami straordinari, lodge dall’aria già stropicciata. Ci sono 146 guide ufficiale. Quando venni qui la prima volta, mi accompagnavano in giro ragazzi magri e senza scarpe. Lalibela, oggi, è grande business. La chiesa d’Etiopia possiede hotel e ristoranti. Visitare il complesso sacro, per uno straniero, per un fernji, costa 50 dollari e guardiani occhiuti non lasciano spazio a sotterfugi.

Il bastone e i sandali
Il bastone e i sandali

 

E allora provi a svicolare il ritmo della visita turistica. Rimani solo a beta Gyorgis, la solitaria chiesa di San Giorgio, la più bella, o trovi un nascondiglio nella penombra di Golgotha. E magari c’è un prete con il quale sussurrare due parole di inglese.

Il libro
Il libro

 

Lalibela è un miracolo. Venti anni fa era quasi irraggiungibile. L’aeroporto era una pista sterrata, impraticabile durante la stagione delle piogge. Via terra era un viaggio di fatica e quindici di ore di fuoristrada dalla più vicina strada asfaltata. Valeva la pena. Lalibela è stata creata dalla più misteriosa delle dinastie etiopiche. Gli Zaguè regnarono pochissimo su queste terre. Fra il 1137 e il 1270, poco più di un secolo. L’antico regno di Aksum era oramai scomparso, la genealogia regale dei ‘re dei re’ salomonidi, eredi di Menelik I, il figlio di re Salomone e della regina di Saba, si era interrotta. Un notabile, un militare zaguè si impossessò del potere. Ricostruì l’impero d’Etiopia nella solitudine inaccessibile delle motagne del Lasta. Oscurità del lontano medioevo d’Etiopia: gli zaguè non coniarono moneta, non hanno lasciato cronache, non avevano scambi con altre terre (il loro regno era lontano dal mare), nessuno viaggiatore straniero giunse mai alla loro corte. E i salomonidi (dinastia imperiale destinata a durare fino al negus Hailè Selassié, cioè fino quaranta anni fa), una volta riconquistato il potere, li bollarono come usurpatori. Eppure questa gente, questi re, hanno eretto le chiese più incredibili e folli, miracolo di ingegneria rupestre, della storia cristiana dell’Africa.

I guardiani del Golgotha
I guardiani del Golgotha

 

L’Etiopia è stato il primo paese cristiano del mondo, convertito alla nuova religione agli inizi del IV secolo. Prima di Roma, prima di Costantino. E i re zague, Yemrahana Krestos, Lalibela e Na’akweto La’ab, nonostante il loro potere fosse considerato frutto di una sopraffazione, furono canonizzati dalla chiesa ortodossa. E come poteva essere altrimenti? Guardatevi attorno, a Lalibela, nuovo nome del villaggio che, otto secoli fa, era chiamato Roha (era il nome arabo di Edessa, città santa e martire del cristianesimo siriaco – prova che vi erano contatti con le chiese orientali): quello che vedete non è credibile. E così dovette pensarlo anche Francisco Alvares, prete portoghese, primo europeo a raccontarci di Lalibela. Vi arrivò nel 1520 (quattro secoli dopo la costruzione delle chiese, dunque), al seguito della prima missione europea in questa terra africana (le navi di Vasco de Gama avevano doppiato il Capo di Buona Speranza appena trent’anni prima). Alvares non credette ai suoi occhi quando il suo mulo si impuntò di fronte alla trincea scavata nella roccia vulcaniche che nascondeva beta Gyorgis. Vent’anni dopo scrisse il racconto del suo viaggio: ‘Giuro su Dio che tutto quanto qui sta scritto è verità, e c’è molto di più di quanto io abbia scritto, e se mi sono limitato a questo è perché non mi si accusi di mendacio’.

Beta Gyorgis
Beta Gyorgis

 

Povero Alvares. Nemmeno gli archeologi contemporanei sono riusciti a risolvere i mille rebus di Lalibela. Chi ha costruito queste chiese formidabili? In quanto tempo? Anche gli etiopisti più attenti, come Richard Pankhurst, a esempio, sembrano arrendersi. Dicono che almeno diecimila persone hanno scavato le montagne di Lalibela. Ma poi aggiungono che, forse, ne erano necessari più di quarantamila. Ma questa città solo oggi ha venticinquemila abitanti. Venti anni fa, era un villaggio di cinquemila abitanti. Non è possibile che queste terre fossero così abitate otto secoli fa. Il mito di Lalibela rivela che il re-santo e i suoi operai scavavano di giorno. Nella notte, erano gli angeli a continuare il loro lavoro. La città sacra, la Nuova Gerusalemme, undici basiliche rupestri incastrate una sull’altra, fu finita in soli 24 anni.

La terra sacra
La terra sacra

 

La storia di re Lalibela, come degli altri sovrani-santi, è narrata da cronache leggendarie. Il bambino era un predestinato: dopo la sua nascita venne avvolto da uno sciame di api. Non lo ferirono. Era il segno divino: quel neonato sarebbe diventato re. Lalibela significa ‘le api riconosco la sua regalità’. Gli zaguè rivendicavano anche una discendenza diretta con Mosè. Il giovane Lalibela subì attentati per impedire che si realizzasse la profezia. Un diacono e un cane morirono per aver mangiato del cibo avvelenato a lui destinato. Lalibela, disperato, decise di morire con loro e mangiò lo stesso cibo. Ma Dio aveva grandi progetti per quel ragazzo: Lalibela non morì, rimase in coma per tre giorni e fu portato in volo a Gerusalemme. Questo era il compito che il cielo voleva affidargli: costruirne una replica della città più santa del mondo in Africa. Il re rientrò nelle sue montagne trasportato dall’arcangelo Gabriele. E, una volta sul trono, avviò la più straordinaria delle imprese architettoniche del medioevo africano: il piccolo villaggio di Roha si trasformò davvero nella copia di Gerusalemme. Nella montagna furono costruite, scavando la roccia, un groviglio di basiliche monolitiche, ipogee e semimonolitiche, collegate fra loro da un reticolo di passaggi sotterranei e gallerie. Città sotterranea, eppure esposta al sole. Città invisibile, eppure meravigliosa. Lalibela voleva farne meta di pellegrinaggio. I cristiani d’Etiopia dovevano venire fino a qui per poter vedere il volto di Cristo. Il loro altopiano era, oramai, accerchiato da terre musulmane, Gerusalemme era irraggiungibile e troppo lontana per i cristiani di questa terra. Rimasero isolati, soli, lontani. Lalibela (dopo la morte del re-costruttore, il villaggio di Roha prese il suo nome) era davvero una Nuova Gerusalemme. Una Gerusalemme nera. Un canyon venne allargato e ridisegnato: il fiume che vi scorreva a ogni stagione delle piogge venne chiamato Giordano. E qui si svolgeva la più grande delle feste ortodosse, il Timkat, l’epifania di questo cristianesimo, che celebra il battesimo di Gesù da parte di Giovanni Battista. Un piccolo monte, a ridosso delle chiese, divenne il Calvario. Qui si scavarono le tombe di Adamo (è uno degli ingressi all’area delle chiese), dei patriarchi e dello stesso Gesù Cristo. Una cappella venne dedicata alle vergini martiri di Edessa. La chiesa di Maryam è la sola affrescata con stupendi dipinti raffinati. Madhanè Alem è una immensa cattedrale a cinque navate lunga oltre trenta metri. Beta Amanu’él è perfetta con i suoi cinque absidi. Tutte, tranne il santuario di Marqoréuos, sono orientati verso Est. San Giorgio protestò vivacemente con Lalibela perché nessuna chiesa era a lui dedicata e il re rimediò costruendo la più bella fra le basiliche di pietra: beta Gyorgis è solitaria, a pianta cruciforme greca, commovente al tramonto. Non ci si accorge di questa costruzione fino a quando non si sta per precipitare nella sua trincea. San Giorgio vigilò personalmente sui lavori della sua chiesa: il suo cavallo ha lasciato le impronte nel tufo del passaggio sotterraneo che conduce all’ingresso.

Beta Gabriel e Rafael
Beta Gabriel e Rafael

 

Dejene ha 17 anni. E’ il figlio di kes Betay, il prete custode della chiesa di Golgotha. Mi dice che sta studiando, è diacono, e ora vuole andare all’università ad Addis Abeba. Poi spera di tornare a Lalibela e diventare prete. Parla un buon inglese e mi racconta della terra, dell’acqua, della cenere. Vuole che lo fotografi sotto i bassorilievi che raffigurano i dodici apostoli. Mi parla del Libro di David. Due turiste giapponesi vorrebbero entrare nella cappella. Ma Golgotha, sepolcro di Cristo, è vietata alle donne. Dejene spiega che furono solo gli apostoli a entrare nella sua tomba dopo la resurrezione. Maria Maddalena rimase fuori. Suona il cellulare nascosto nelle pieghe delle vesti bianche del padre. Kes Betay si allontana e comincia una fitta conversazione. Dejene crederà agli angeli-muratori? Chi ha costruito questa meraviglia? Gli eremiti che avevo incontrato nei primi anni che venivo a Lalibela hanno lasciato le loro strette grotte scavate nelle pareti delle trincee delle chiese. Se ne sono andati, cacciati dal turismo, immagino. Non erano belli da vedere con la loro povertà estrema. E non c’era più solitudine attorno a loro. Oggi sono migliaia i turisti stranieri che arrivano a Lalibela. I preti, spesso, indossano occhiali scuri per difendersi dai flash delle macchine fotografiche. Tassano chi usa telecamere. Possibile che ignorino che oggi anche un cellulare fa un video? Dejene si immerge nella lettura di un libro sfiorato da mille mani, sembra dimenticarsi della mia presenza. La modernità, qui, in questo improvviso silenzio, è in equilibrio con una storia sacra a cui possiamo solo credere.

La collina di Lalibela
La collina di Lalibela

 

(questo articolo è apparso sul numero di Aprile del Messaggero di Sant’Antonio)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

print

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.