Riti arborei di Lucania/Rotonda, l’incredibile, strana storia della Rocca. 1/

Il bosco
Il bosco

 

‘Una rocca sta in alto. In cima alla montagna. Domina le valli. Andiamo a prenderla lassù. E poi la nostra Rocca starà vicina al cielo, quando l’albero sarà innalzato’. I roccaioli, dopo tre giorni di cammino, mi spiegano le ragioni del nome dato al ‘loro’ abete che, dalle cime del Pollino, stanno trasportando a spalla fino al paese, fino a Rotonda, fino alla chiesa Madre.

Le praterie del Pollino
Le praterie del Pollino

Il Pollino è una montagna corale. Si arrampica e ridiscende, unisce due mari, confonde le cime, aggroviglia le geografie, si spezza in gole, rassicura in improvvise praterie per poi inerpicarsi in spettacolari e asprei timpe rocciose. Gli uomini parlano dei suoi boschi come terre di legni e funghi, di vecchi cacciatori e cavalli bradi. E poi ti dicono di un parco di cui diffidare, ma che mettono sulle insegne dei bed & breakfast. Bellezza e pasticci di terre sui confini. Sono queste montagne a raccontare i riti degli alberi, a narrarti delle feste sacre a sant’Antonio (dicono che il santo sia passato di qua risalendo l’Italia), di fatiche immense per compiere una straordinaria cerimonia dei boschi. Per cinque giorni, fra la notte dell’8 giugno e il giorno del santo, il 13 giugno, è la festa dell’abete. E’ follia, meraviglia, fatica immensa, gioco serissimo, identità di un paese. E’ devozione a sant’Antonio. Questo è il Sud. Terra di Lucania ai margini della Calabria. Lingua che sa del calabrese. Qui avvengono visioni che compiono miracoli. Uomini e donne, per i giorni di una festa grandiosa, fanno le prove di essere comunità.

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L’Ape del Mastro. Raggiungerà la montagna
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Il paese. Alle cinque del mattino
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I buoi, nella notte della salita, stanno nella casa di Gaglione. Là dove il santo apparve
L'accampamento di Pezzalonga
L’accampamento di Pezzalonga

Mezzanotte, dopo il cibo alla contrada del Grinciaso, là dove è la casa del caporale della Rocca, la casa di un miracolo, di una visione del santo, di un uomo, il patriarca della famiglia che ritrova le sue gambe, si sale a santa Maria. Litanie, preghiere, invocazioni. Voci a semicerchio. Gesti e parole. Due buoi aspettano di lato. Qui bisogna pregare, sparare i primi fuochi alla notte, chiedere aiuto al divino e agli spiriti dei boschi. Poi è solo salita. A piedi, verso la montagna. I tornanti, le case al buio, il cielo senza stelle. Otto chilometri fino ai prati di Pedarreto. Sono le tre quando si arriva fra i faggi di Colle Impiso. I materassi nei camion o sotto un grande tendone. Pochi gradi sopra zero. Coperte. Sonno collettivo. La notte è breve. Sa di adrenalina e impazienze. Che la festa cominci. Alle cinque e mezzo, è già fuoco, caffè, biscotti, crostate. E vino e formaggio. C’è da partire. L’albero non aspetta. La giornata sarà di pioggia. Ognuno di noi lo sa. Ma si deve camminare. Uomini rimangono al fuoco. A loro toccherà cucinare. Un tempo le donne non salivano in montagna. Gli uomini preparavano il cibo. E’ ancora così, nei giorni della festa.

In cammino con la botticella
La prima salita e la botticellaLa valle del Vacquarro

I piani del Vacquarro

 

La direttissima
La direttissima

Uno strappo immediato. Per non farsi mancare nulla. I piedi già protestano. Si sale solitari, o a coppia. A piccoli gruppi di amici. La strada è conosciuta, le feste hanno la rassicurazione dell’abitudine. Della tradizione. Salita nel bosco. Il fiato si spezza subito, le gambe provano a protestare, ma vengono messe a tacere. Il sole sorge sotto nuvole che negano il cielo. Mario comincia a raccontarmi della fatica, mi mostra uno sperone di roccia ai confini del cielo: ‘Là dobbiamo arrivare’. Vorrei non saperlo, mi appare irraggiungibile. Prima si scende verso i piani del Vacquarro. Valli e fiumi, terre un tempo glaciali. E i piedi che già hanno il sapore dell’acqua. Il torrente Frido. Sosta di anice e caffè. Prima della direttissima. Per darsi forza. Salita a piano inclinato. Ripida come una scala appoggiata a un muro. ‘Dopo quell’albero, finisce’, mi avverte Mario. Lo fa per tenermi su. Ci sono mille alberi, qual è il prossimo? I piedi cercano la presa nelle foglie umide, si scivola sulle pietre, soste a guardare in basso. Un passo dopo l’altro. Si aggira un costone di roccia. ‘Da qui l’albero può scendere solo portato a mano’, mi avverte Mario. Un passo. Poi un altro. Cercando il fiato e muscoli che tirano sulla gamba. Guardo i piani del Pollino, la serra del Prete, la serra di Crispo, c’è una ferita nella foresta provocata da una valanga. Silenzio. E’ bello quassù. Fermarsi rallenta il fiato, le gambe strepitano. Poi, senza accorgersene, sei in un falsopiano. Sali e scendi. ‘Ci saranno degli strappi’. Devo dirvi di Mario.

Il bicchiere di Mario
Il bicchiere di Mario

In queste montagne imparo l’Italia. Apprendo il Sud. Mai mi sono seduto a tavola con un poliziotto, un agente penitenziario, un militare, un carabiniere. Li vedo solo nelle piazze delle manifestazioni. E ora qui, in montagna, dividiamo pane, formaggio e salsiccia piccante. Parliamo. Il figlio di Mario fa il poliziotto. Sulle volanti di Milano. Ha cambiato turni pur di essere alla festa. Mario, invece, sta sotto le strade battute dal figlio: ogni giorno posa le mani sulle leve della Grande Fresa. Operaia specializzato. Scava gallerie nel sottosuolo. La nuova Metro di Milano uscirà anche dal suo lavoro. Undici metri in otto ore per avanzare a colpi di trapano colossale. La modernità, la contemporaneità. Mario che va per i boschi, fa riti degli alberi e perfora il mondo. Imparo che la sua macchina ha 19 pistoni. Ed è piccola. Che in un giorno, in tre turni di lavoro, va avanti per trenta metri. E’ tranquillo, Mario. Dorme al cantiere e passa la metà delle ore di un giorno sottoterra. In squadra con lui abruzzesi, campani, siciliani. Il Sud che fa la ricchezza del Nord.

Pane e frittata
Pane e frittata
Colazione
Colazione

Il mio taccuino è macchiato di fango, fogliame e pioggia. Penso che sono imbecille a scrivere con una stilografica.

La festa ha la forza nel compiere gli stessi gesti, percorrere gli stessi luoghi. Radura di Iannace. E’ la natura che cambia le sue geografie. Il torrente ha preso spazio, allargato la radura, portato giù ciottoli, ha fatto le prove della sua forza, ha deviato il suo corso. Una tavola di pietra è il tagliere della colazione. Non sta più al centro, ma ai lati della piccola prateria. Si beve l’acqua che scorre. Immergendovi il bicchiere di vetro. Che si tiene appeso alla cintura grazia a un anello di ferro.

Gli uomini tagliano il pane, ne scoprono il ripieno di frittata ai peperoni. Passa il formaggio. La coppa. Coltelli ben affilati. Ecco il formaggio. Il fuoco per asciugarsi i piedi. Il vino nei bicchieri. L’anice, il caffè, la crostata. La perfezione del mattino. C’è un albero morto al centro della radura. Sta lì da solo. Il torrente si deve essere portato via le sue radici. E’ come se il legno avesse dato vita alle acque. Non vuole venire giù. Sta lì. Solitario come un dinosauro che ricorda i suoi tempi. La fatica degli uomini e delle donne si scrolla di dosso. Questo è solo il primo passo, le prime ore del grande viaggio. Un uomo, non ricordo chi, mi dice: ‘Sono quarantadue anni che il 9 di giugno faccio colazione qui’. Mi viene la pelle d’oca.

Si riprende. Le praterie delle alte quote dividono il bosco. Segnali per gli escursionisti. Il sole contende l’ombra alle nuvole. Verde intenso che fa linea con il margine del cielo. Si rientra nel bosco. Cambia la scenografia degli alberi.

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Il palista
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Le corde
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Il taglio della Rocca

Boschi di Terranova, prima frontiera della foresta di Cugno dell’Acero, abeti bianchi mischiati ai faggi. Nessuno ha piantato questi alberi. Sono qui. Da sempre: ‘Se sfaggiassero un po’, l’abete riprenderebbe’. Intanto, gli uomini della festa ne hanno scelto uno. Sono saliti qua quando l’ultima neve provava a resistere alle stagioni del disgelo: era la prima domenica di maggio. Si sono arrampicati su un abete e, quasi in silenzio, si sono detti che andava bene. Poteva diventare Rocca. E’ dritto, ha la chioma folta. Farà bella figura.

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Franco, il caporale, guarda la Rocca
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Gli uomini e la Rocca
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Caduta
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I primi lavori

Ora gli uomini diventano delicati. Hanno mani da boscaioli e sapere di poche parole, ma l’albero deve essere bello bello. E deve cadere con lentezza. Che non si spezzi nemmeno un rametto. Sale il palista, con i ramponi. Deve mettere la corda là in cima. Gioco fra chi trattiene e chi tira. Un uomo dà il primo colpo di scure. E’ l’invito a cadere. Si tira da un lato, si trattiene dall’altro. Non c’è il boom, lo sbang della caduta. Nessuno sembra dare comandi. Eppure so che il caporale, Franco, guida con gesti e sguardi l’andare degli uomini. L’albero cade con gentilezza. E occhi da bambino giudicano l’intrico dei rami. Misurano. Prevedono il lavoro successivo. Gli uomini soffrono per un ramo che si è spezzano. ‘E’ mastino’, dice con qualche timore Franco. Forse non ha l’elasticità per reggere al lungo viaggio che deve compiere per raggiungere il paese. Si lega la chioma. I boscaioli diventano pettinatori e trattano i rami come capelli. L’albero diventa freccia, le corde non devono stringere e non devono essere molli. E’ lavoro da equilibristi, questo. E’ follia. L’abete ora è davvero Rocca, giocattolo, fiore, figlio, bambino, storia delicata: da curare, da riguardare, bisogna essere attenti alla sua fragilità. Metamorfosi di uomini. Le mani abituati alle scure e alle leve della fresa diventano dita da orologiaio o da ricamatrice. Bella bella, deve essere la Rocca. Vengono raccolti i rami verdi caduti, serviranno al trucco, a riempire i vuoti. All’estetica. Credo che Franco dica: ‘Mo’ attaccamo bella bella’.

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Gli gnomi degli aghi di abete
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La legatura
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Il primo trasporto
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La prima fatica
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La Rocca

Ora c’è la procedura. Corde, tavole di legno, cugni. Lavoro da falegnami. Un uomo ha una grossa matita incastrata nell’orecchio. Come un droghiere di altri tempi, come un carpentiere di un’altra epoca. Lavora con maestria, fa segni sul legno. E’ incastro. Un lavoro di seghetto e lima. Un lego dei boschi. Si chiama ‘mbroccattura, questa intrico di legni e corde che tiene fermo il giogo. Si danno colpi leggeri con la scure rovesciate. Si inzeppa. Si allargano fori che cercano rami amputati come puntello. La chioma deve avere una lunghezza, dalla ‘mbroccattura di quattro metri e mezzo. Il giogo è stato ricostruito nel 2012. Le date sono ricordo, vengono incise nel legno. Tutto deve essere resistente, ma deve anche giocare, essere flessibile, ballare un po’, assecondare il movimento del collo del bue. Saranno uomini e animali a tirar giù l’albero dalla montagna. Un’ora, due di lavoro da falegname. Una legatura che trasforma la rocca in fiamma, in missile, in strano obelisco appuntito. Si discute. I pessimisti: ‘E’ spennata’. Gli ottimisti, con occhi giocosi: ‘No, è bella bella’. ‘E spenni ‘sta guccia de vino’. Un giro di bicchieri. La preghiera del bosco, la preghiera per il santo. O tu di Padova/mirabil santo/di nostra Italia/tutela e vanto/ascolta il cantito…’.

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I cugni
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La procedura. Si prepara l’mbroccatura
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L’uomo con la matita all’orecchio
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La procedura. I lavori dell’mbroccatura

Esce il sole, entrano in gioco i cavallisti. Gli uomini che metteranno il corpo sotto la Rocca e la porteranno a valle. In testa stanno i doppiometri. I più alti. Gli uomini afferrano l’abete, ne sostengono la chioma, braccia e spalle soppesano lo sforzo. Ora bisogna trasportare giù l’albero. Spalla contro spalle. Buoi aggiogati. Mario, il più alto, forestale, berretto sugli occhi, sa i suoi gesti. Ha la competenza del nocchiero, di chi sta a prua della nave. Alza con le due mani la punta della Rocca. Il suo compagno è altrettanto alto. Sono uomini del silenzio. Nessuno sembra dare il comando. Via. Via. L’urlo è di chi tiene il collo del bue. Una spinta, il tempo di saggiare equilibri, una sosta subito, per trovare il bilanciamento dei pesi, una ripartenza, ora il passo è sicuro. L’albero porta gli uomini. Oppure è il contrario? I piedi accelerano. Gli uomini camminano a passo di bue. In due, dietro, in coda, tengono con due corde la Rocca. Sono i timonieri, assecondano l’onda, ma devono impedire la deriva. Il doppiometro davanti, Mario, ha il compito di evitare gli scogli della navigazione. Lui può andare a sbattere contro gli alberi. La Rocca, no. Deve arrivare bella bella.

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Il primo cammino
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Nella prateria
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I rami per l’estetica

Cammino inverso, in fretta, questa volta. Una fretta che ha soste e attenzioni. Via dal bosco degli abeti, addio della Rocca ai suoi fratelli e sorelle. Una donna appare con funghi bianchi che è andata a cercarsi ai margini della prateria. Qualche vecchio va avanti, cammina solitario appoggiandosi a un bastone. I roccaioli si muovono a scatti. Come velocisti che si allenano. Scivolano, si riafferrano, puntellano equilibri, corrono come a frenarsi puntando i piedi avanti al corpo, non devono perdere il controllo della Rocca. Fanno trenta metri e si devono fermare. E’ una gara di un nuovo sport. Stop and go del Pollino. Le ginocchia sono molli, ma le mani non perdono la presa, l’uomo dei buoi deve spingere il giogo sul collo dell’animale. Che abbassa la testa e gira le corna. E’ un corpo a corpo. Si corre a strappi. Allenamento da superatleti.

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Nel bosco
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Le attese
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I doppiometri
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Sosta

 

E dietro di te hai una notte insonne e di cammino, un’arrampicata al mattino e ora discesa. L’adrenalina fa scorrere il sangue nelle vene. Si avanza nel bosco. Grida a spingere, a incoraggiare. Muscoli che reggono sul filo dei nervi. Ecco, siamo di nuovo al trampolino della direttissima. Franco saggia con i piedi il fogliame. Io perdo subito l’equilibrio e mi aggrappo a un faggio. Si staccano i buoi. Qui non si rischia. I loro zoccoli scivolerebbero via come se fossero pattini. Tocca agli uomini frenare la discesa, spigolare con le suole sulle rocce, dribblare le cunette. Via, via. Rottadicollo. Per dieci metri. Dietro si frena con le corde. Via, via. La coda dell’albero vola nel vuoto, riafferrata con manovra da funamboli. Metà discesa. Una sosta, riprendere il fiato, dare pausa alle gambe, tenere le ginocchia assieme, qualche chiacchierata, il vino per nascondere la fatica. Via, via, di nuovo. I doppiometri tengono in pugno la punta della Rocca. Gli altri s’inventano un sentiero che non c’è. Avanzano sui bordi del cammino. Come se fossero su un filo sospeso. Incespicano e si riprendono. Balzellano. Discesa, discesa. Frenate dell’albero.

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Direttissima
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Coralità
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La fatica
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Il timone

Doppio tornante. Manovra. Si va in retromarcia. Mi rendo conto che ognuno di loro sa cosa fare. Hanno fatto questo andirivieni per dieci, venti, trenta volte. Si aggirano le curve. Arriva la pioggia. Non è nuvola arrabbiata. E’ una tempesta a scroscio. Il cielo non dà speranze. Siamo un’arca di Noè. Cerate, impermeabili, persino ombrelli. Oppure, niente, prendersi tutta l’acqua del mondo: ‘Attenzione, l’erba è bagnata’. Via, via. A passo di carica. L’albero fende la muraglia di acqua. E atterra nuovamente ai piani del Vacquarro. Questa volta aspetto indietro, dal bosco, li guardo dall’alto, sento la pioggia scendermi nella schiena. Metto una giacca sopra all’altra. Mi piace essere qui. Voglio prendermi tutta l’acqua del cielo. L’albero è sulla sponda del fiume. Che comincia a ingrossarsi. Il torrente prende velocità. Gli uomini guadano senza cercare il passaggio sui sassi. Piedi nell’acqua. Questa volta è orgoglio puro. Piede sull’altra riva. Sosta. Vino sotto l’acqua. Sono più forti della tempesta. Piove e chi se ne frega. Sant’Antonio non si è certo fermato per la pioggia. Gli uomini sembrano guerriglieri di una nobile causa. Nemmeno Che Guevara si fermò per un uragano. Nemmeno l’albero lo fa. Due cavalli neri accompagnano il suo galoppo. I buoi spingono, gli uomini corrono nel fango. Se dovessi scrivere, direi che questa è una strana, incredibile storia.

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Davanti al fiume

Cammino sotto l’acqua, risalgo verso il passo dell’Impiso. Ora conosco la strada, lascio l’albero, vado avanti, da solo, alle mie spalle, sento le voci degli uomini che spingono in salita.

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Il vino e l’acqua
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Che importa la tempesta

La piccola conca dell’accampamento. Un falò immenso sotto la pioggia. Pioverà per ore. I vestiti fumano. Il vino corre. Eh eh eh, viva Sant’Antonio. Ancora preghiera. C’è un lago attorno al fuoco. I piedi stanno nell’acqua. Nessuno sembra badarci. I cuochi pensano ai pentoloni dove cuocere la pasta, alle braci per gli arrosti. L’albero ha il suo riposo. I buoi si accucciano. Gli uomini della Rocca sono stremati. Arrivano, hanno più cura dell’abete che non di loro. Staccano i buoni, sistemano con attenzione l’albero. Che passi una notte tranquilla, come se anche lui avesse bisogno di riposo. Io spero che non si accorga di essere in mezzo ai faggi. Ombrelli e fuoco. Guardo i miei pantaloni fumare, come vorrei asciugare le scarpe. Non posso credere che siano appena le cinque del pomeriggio. Il cielo ha il colore della notte. La pioggia è un sipario. Sediamo in cento ai tavoloni sotto una tenda. Che importa se piove. Che importa dei calzini colmi di fango. L’albero è arrivato e la pasta è cotta alla perfezione.

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Il falò

Questo è il Sud. Stasera ho il pensiero a un’epica. Comunità provvisoria. Il gruppo della Rocca è familiare. Qui si è cugini, zii, parenti, incroci di sposalizi, ragazzi che si vogliono bene. Si torna dai luoghi dell’emigrazione per portare quest’albero. Che, fra due giorni, andrà a unirsi alla pitu, al faggio che vorrebbe essere abete. Che altri uomini hanno tagliato là, nei boschi più bassi. Anche loro stanno preparandosi al viaggio. La festa è un meccanismo impossibile che funziona nello stare assieme. Penso che questi uomini e queste donne sono stati capaci di tenere l’anima del Sud in questi boschi, in questi paesi. La fatica di questi giorni è per il Santo, tutti mi raccomandano di scrivere questo. Io so della loro devozione. La vedo, la sfioro, posso dire di toccarla. Ma io credo che questi giorni incredibili siano anche per la loro terra. Per questa terra. Senza gli alberi che viaggiano e si uniscono, senza la festa, l’anima del paese si sarebbe smarrita da tempo. Per qualche ora, per qualche giorno, con una fatica irragionevole e splendida, il Sud è vivo. Ed è padrone del suo futuro.

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La grigliata
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La cena. Con i piatti di ceramica, le posate, i bicchieri…

 

Un altro Mario, cuoco e fuochista, mi mette una cotechina nel piatto. Me la gusto con gioia.

Alla fine passa anche la frutta. La frutta, non ci posso credere. Ciliegie ed albicocche. E la crostata. Non voglio andare via da qui.

Mi chiedo come Mario possa raccontare tutto questo agli operai che stanno con lui trenta metri sotto il cemento di Milano.

 

 

 

 

 

 

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8 pensieri riguardo “Riti arborei di Lucania/Rotonda, l’incredibile, strana storia della Rocca. 1/

  • 18 Giugno 2015 in 15:52
    Permalink

    Carissimo Andrea,
    Complimenti per il Tuo racconto, Grazie di aver scritto e fotografato una manifestazione che mi sta molto a cuore. Io conosco tutta la storia della Rocca e della festa di S.Antonio a Rotonda perche l’ho vissuta diverse volte, ci sono nato e cresciuto fino all’età di 17 anni a Rotonda, nel lontano 1972 sono dovuto emigrare in Svizzera.
    Comunque ogni tanto quando mi è possibile scendo per partecipare a questa straordinaria tradizione.
    L’ultima volta che ho partecipato ho girato anche un video.
    Nelle foto che Tu hai publicate ho visto diversi miei parenti.

    Grazie mille

    Saluti dalla Svizzera

    Nicola Mastrolorenzo

    Risposta
    • 18 Giugno 2015 in 18:33
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      Grazie, Nicola. Credo di capirti molto bene e le tue parole mi rendono felice. Sono tre anni che vengo a Rotonda per la festa, quest’anno mi sono deciso a stare con la Rocca e mi hanno accettato. Sono stato felice. Un caro saluto a te

      Risposta
  • 18 Giugno 2015 in 17:55
    Permalink

    Gran bel pezzo, mi sembrava di essere lì! Ha raccontato in maniera splendida una tradizione che forse solo chi la vive o abita in questi posti può comprendere. Complimenti

    Risposta
    • 18 Giugno 2015 in 18:32
      Permalink

      Grazie, Fabrizio. Grazie per l’accoglienza…

      Risposta
      • 19 Giugno 2015 in 9:58
        Permalink

        Per l’accoglienza devi ringraziare i cittadini di Rotonda. Io sono di un paese confinante dove c’è un rito simile e so in prima persona quanto significhi questa tradizione per la comunità, a Rotonda ancor di più che in altri posti.

        Risposta
        • 20 Giugno 2015 in 12:11
          Permalink

          Viggianello, immagino. Due anni fa, mi piacerebbe tornare quest’anno. Ma questo lavoro sugli ‘alberi’ è diventato troppo grande per me. Come mi piacerebbe seguire i due riti più piccoli che ancora non ho mai visto: Pedali e Zarafa…forse ho bisogno di qualche pausa…sì, il senso di comunità…sapessi quanto mi ha dato…

          Risposta
  • 18 Giugno 2015 in 20:46
    Permalink

    complimenti sei entrato nell’anima della festa, nell’anima della montagna e degli alberi. sei entrato nell’anima della gente!
    bravo!

    Risposta
    • 19 Giugno 2015 in 10:21
      Permalink

      Grazie, Anna, provo solo a raccontare ciò che vedo e ciò che mi raccontano. A volte, credo di sfiorare la vostra anima e allora ho la pelle d’oca. Un abbraccio.

      Risposta

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