Matera, la Festa della Bruna/Appunti per un racconto che non ho scritto. L’ebanista invisibile

Angelicchio
Angelicchio

Angelicchio aveva 85 anni quando, tre anni fa, venne fino al laboratorio di Peppino per incontrarmi. Piccolo e magro. Dalla memoria formidabile. Angelicchio è un ebanista. Non un semplice falegname, ma un ebanista. Ha costruito, per tutta la vita, mobili. Ha fabbricato porte, cassoni per il grano, bare. ‘Il falegname mette chiodi, un ebanista sa lavorare il legno’, mi spiegarono. Angelicchio è stata una delle storie invisibili della grande Festa della Bruna, la Festa di Matera. Dal 1952 al 2011, quasi sessanta anni, ha costruito gli scheletri dei Carri Trionfali che hanno trasportato la Madonna della Bruna nella processione finale del 2 di luglio. Solo fra il 1961 e il 1969, Angelicchio passò la mano. Fece un conto, quella sera, Angelicchio: aveva fabbricato l’armatura di ben quarantanove carri. Per quaranta ha lavorato in solitudine. Negli ultimi anni, aiutava Eustacchio. ‘E’ sempre stato un orgoglio lavorare al Carro’, mi disse Angelicchio.

Gli ebanisti del Carro Trionfale sono personaggi sconosciuti. La gloria pubblica è dei cartapestai che ne costruiscono la meraviglia. Ma senza questi falegnami, il Carro non esisterebbe.

I cieli sopra Matera
I cieli sopra Matera

 

Aveva 24 anni, Angelicchio, nel 1952. Fu un cartapestaio celebre, Ciccillo Pentasuglia, a chiedere la sua collaborazione. ‘Ma si era sbagliato. Credeva che avessi esperienza – ricorda – Non era così. Non sapevo niente del Carro’. ‘Te la senti?’, insistette Pentasuglia. ‘Me la sento di lavorare’, rispose il giovane. Ammette: ‘Quell’anno feci più che altro il garzone. L’anno successivo, lavorai da solo. Pentasuglia veniva a vedere e annuiva in silenzio’.

‘Quando cominciai, il Carro aveva le ruote di legno. I semiasse erano di leccio. La sua ossatura era vecchissima. Ogni anno la lavavamo con la calce bianca. Nel 1956 fu deciso di cambiare. In Puglia comprammo lo chassis di un camion Calabrese. Togliemmo le gomme dai cerchioni’. Perché la gente di Matera vuole sentire il carro arrivare, vuole il fragore metallico delle ruote di ferro sulle chianchie, le pietre bianche del Piano dei Sassi. La Festa della Bruna sono anche i suoi suoni, i suoi rumori, le sue grida.

Sassi
Sassi

 

A metà marzo, Angelicchio prendeva un mese di ferie. Ogni giorno si alzava alle quattro del mattino. Andava a piedi lungo la strada di campagna che, allora, collegava i Sassi al cantiere alle spalle della vecchia chiesa di Piccianello. ‘Ho sempre avuto qualche guaio di salute – ricorda l’ebanista – Ma a marzo stavo benissimo. In perfetta forma. ‘Maestro, ha ripreso colore’, mi dicevano’. Nel 1972 capitò che si cominciasse a lavorare a maggio. Fu una corsa contro il tempo. Quattro settimane per costruire lo scheletro, le torri, i pilastri, i sostegni dei bassorilievi e il meccanismo meccanico che alza e abbassava la statua della Madonna. A quel tempo, i lampioni della città erano sostenuti da cavi. Erano necessarie tre persone (due manovali e un frenatore) per azionare il rullo che consentiva alla Madonna di salire e scendere ogni volta che un cavo elettrico si avvicinava.

Mettersi belli
Mettersi belli

 

‘Riandavo al Carro quando il lavoro dei cartapestai era quasi finito. C’era da sostenere i pupazzi’. Così chiamò le grandi statue di queste presepe viaggiante. ‘Il carro doveva essere largo al massimo due metri e ottanta. L’arco che conduceva alla piazza della cattedrale era tre metri e venti’. Bisognava essere artigiani certosini. L’urbanistica dei Sassi dettava le misure del Carro. Rimanevano appena venti centimetri per lato. L’auriga tratteneva il fiato quando si avvicinava l’arco della cattedrale. A proposito, le torri del Carro non potevano essere più alte di quattro metri e mezzo.

Nel 1996, alla vigilia della Festa, per una brutta storia di pizzi (Matera si rifiutò di pagare la protezione del Carro. La malavita pretendeva 24 milioni di lire), il Carro venne bruciato. In tre giorni Angelicchio e i cartapestai riuscirono a far sì che potesse intraprendere comunque il suo viaggio.

Ha visto cambiare le tecniche della cartapesta, Angelicchio. ‘Quattro cambiamenti di lavorazione per i rivestimenti’, dice. Negli anni ’50, Pentasuglia utilizzava la carta dei sacchi di cemento. Solo negli anni ’70 cominciò a essere usata la carta di giornale. ‘Solo le pagine della Gazzetta del Mezzogiorno. Quelle del Corriere della Sera non funzionavano’, spiega. Poi vennero i tempi del cartoncino e del cartongesso per coprire le intelaiature. I materiali del cartapestaio, da alcuni anni, condizionano il lavoro dell’ebanista. Cambiano le colle: ‘Quelle di farina di pesca facevano venire i vermi dopo un po’ di tempo’.

‘C’era un ultimo compenso per l’ebanista – ricorda Angelicchio – all’auriga spetta di diritto il rostro del Carro. A noi spetta la porta della torre dove sale la Madonna’.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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