Riti arborei di Lucania/L’incredibile, strana storia della Rocca.2/

Sorridi di questa umanità

e cedi la strada agli alberi.

(Franco Arminio)

Il lungo viaggio della Rocca
Il lungo viaggio della Rocca

 

Ai prati di Pedarreto, crocevia del Pollino, avviene l’incontro. Rocca e pitu hanno viaggiato per due giorni. Hanno scavalcato il fango e sfidato la pioggia. Stanno per uscire dal bosco. Oggi, terzo giorno della festa, arriva il sole. A benedire la montagna. Adesso è tempo di conoscersi.

'I due metri stanno davanti'
‘I due metri stanno davanti’

 

Le grandi feste delle montagne, qui, al Sud, hanno la forza della tradizione, di abitudini che scorrono sugli anni, hanno la gioia della ripetizione: i gesti sono sempre uguali, si replicano. Appaiono immutabili. Eppure sono anche sorpresa, emozione, attesa, imprevisto. Ogni anno è rinnovamento, sono i fiori del ciliegio che ti lasciano senza parole anche se sono anni che vedi fiorire quell’albero davanti a casa. Sappiamo cosa accadrà, conosciamo il ritmo della festa, ma il cuore batte come se si fosse di fronte a uno spettacolo improvviso. Da due cammini diversi, la Rocca, la cima dell’albero, l’abete bianco tagliato nella solitudine della foresta di Cugno d’Acero, e la pitu, il faggio che vorrebbe essere abete, abbattuto a Pizzalonga, si incontrano nelle praterie di Pedarreto, là dove la gente di Rotonda, per tre giorni, ha costruito un paese dei boschi, una comunità delle foreste. Sistemate ad anfiteatro, ci sono le capanne e le baracche delle notti provvisorie. Ci sono le griglie e i letti, i tavoloni e i frigoriferi. E poi c’è l’altare, la piccola statua bianca del santo. Don Stefano è salito su e la Messa è sul prato. E’ la devozione del Pollino.

La messa a Pedarreto
La messa a Pedarreto

 

Le grida sono dietro le cortine degli alberi. La Rocca è all’ombra. Trasportata dai suoi uomini appare sulla scena. Aspetta per un momento e poi parte di corsa. Passo da bersagliere. Grande curva sull’erba. Fino a raggiungere l’altare, imbandito di fiori e pani benedetti. Là viene sistemata, distesa di fronte al santo. Diventa navata di una chiesa della montagna. Da un altro sentiero, ecco il movimento corale dei mandriani della pita. E’ un’ondata, un grido, un galoppo di bufali. I cappelli si levano in un saluto. L’albero sterza sul prato. Si blocca. Ha i segni dei giorni di pioggia. I buoi possono avere un po’ di pace, gli uomini vanno verso l’altare. Rocca e pitu possono solo intravedersi.

La condivisione dei pani
La condivisione dei pani

 

Le parole di don Stefano. Mani al cielo per pregare. Volti che si fanno seri. Potrei giurare che ognuno conserva la posizione dello scorso anno. I caporali sono in prima fila. Riconosco gli uomini e le donne. Il canto di Sant’Antonio. Le ceste con i pani. Coperti da un telo bianco. Il gesto della benedizione. Il senso del sacro delle montagne. E poi la distribuzione. Bisogna condividere il pane. Vado dietro a Franco, il caporale della pita, lo costringo a fermarsi, voglio una sua fotografia. Ha eleganza nei gesti, Franco.

Franco e il pane
Franco e il pane

 

Poi, come sempre, nessuno sembra dare un comando, ma gli uomini hanno aggiogato nuovamente i due buoi, i doppiometri sono già al loro posto, in cima alla Rocca, la puntano verso il cielo, gli altri offrono la spalla al peso. La partenza è quasi un silenzio, una fretta. E’ tempo della strada, dei tornanti, c’è l’asfalto, la discesa verso la valle. E subito si raccontano le storie di quando si scendeva a valle per sentieri scoscesi, con gli asini e le scuri e l’albero si portava giù per dirupi affidandosi alle proprie mani e al destino. Si narra di pitu lanciate nei precipizi e di buoi forti come elefanti che smuovevano alberi conficcati a terra. Il racconto è epica del Pollino. Adesso, la fatica e l’adrenalina sono i tornanti che si annodano uno dopo l’altro. I ragazzi della Terribilia, gruppo storico della pitu, già provano i muscoli: a loro toccherà domare il tronco nella discesa.

Si riparte. Di corsa
Si riparte. Di corsa

I roccaioli devo fare poco strada. Un tornante e già ci si può fermare. Sotto un faggio, già cuochi e cambusieri (ancora una volta solo gli uomini nelle cucine) hanno apparecchiato la tavola. Il viaggio, questa volta, è passeggiata festante, felicità leggera delle soste. Il vino, le bibite, le olive. E poi il formaggio, la frittata, la carne arrostita, la delizia della porchetta. Le ciliegie, le albicocche, il caffè. Il vino. C’è tempo per le chiacchiere, per la memoria, per i ricordi, per le storie. Giuseppe, nipote di Franco, mi racconta del miracolo.

La tavola in attesa
La tavola in attesa

 

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‘Il babbo di Franco, mio nonno Giuseppe, era migrato in Francia. Tornò al paese che aveva trentacinque anni. E una malattia alle gambe. Non riusciva più a camminare. Passava i suoi giorni a letto, nella casa di famiglia. A Grinciasa. Era devoto al santo. Suo fratello Luigi era caporale della Rocca.

Una notte qualcuno entrò nella camera di mio nonno. Lui si svegliò. E vide un monaco. Una visione. Era il santo, una penombra, un’apparizione. Giuseppe si tirò su. Non ebbe paura. Udì delle parole. Era un invito. Il santo gli chiedeva di salire alla montagna per la festa. Gli disse: ‘Ti aspetto’.

La mattina fu di eccitazione. L’uomo litigò con la moglie. Si intestardì, non voleva sentire ragioni. Voleva andare anche se le sue gambe erano immobili. Alla fine prepararono l’asino e partirono. Salì in montagna. Andò al campo dei roccaioli. Aspettò l’albero. Pregò. E senti che qualcosa accadeva nella sua anima, ma il corpo rimase immobile. L’asino lo riportò al paese. Il giorno del santo, si preparò ad aspettare la processione. Sedeva sempre al solito posto. E quando passò la processione, avvertì una sensazione di forza, un brivido nella sua pelle. Senti la vita tornare nei suoi muscoli. Si alzò in piedi, mosse un passo, due passi. Camminò. Giuseppe camminava. Fu una sera di preghiere e feste.

Quella notte il monaco riapparve. Indossava il saio scuro e si appoggiava a un bastone.

Quell’anno, Giuseppe comprò i buoi. E, dal 1959, furono i suoi animali a portar giù la Rocca e la pitu. Poi divenne vicecaporale della Rocca. Suo fratello, Luigi, è stato caporale per 42 anni. Alla sua morte, nel 2007, Franco, il figlio di Giuseppe, ha preso il suo posto.

 I due fratelli, Giuseppe e Luigi, morirono molti anni dopo il miracolo. Entrambi nei giorni della Tredicina di sant’Antonio. Poco prima di morire raccolsero i figli attorno al letto e si fecero promettere che sarebbero saliti alla montagna, nonostante il dolore e il lutto. ‘Anche se dovessi andarmene il primo giorno della festa, voi dovete andare’, disse Francesco. E loro andarono, con i vestiti in nero, ma salirono’.

 L’otto di giugno, prima notte della festa, notte della salita alla montagna, ci si ritrova prima della mezzanotte nell’aia della casa della famiglia Lauria. Per un mangiare assieme prima della fatica. Torte salate e crostate. Vino e caffè. Qui c’è una piccola statua del santo. La stanza della visione non c’è più. Ma là dove era la vecchia casa, in una costruzione in cemento, c’è una stalla. E qui due buoi vengono sfamati e dissetati. Saranno loro a condurre in paese la Rocca.

 La famiglia Lauria, appena può, va a Padova. Alla tomba del santo’.

 

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Il viaggio della Rocca
Il viaggio della Rocca

La montagna adesso si mostra. Praterie, calanchi, rocce. E la strada dei tornanti. Cielo che si sbiadisce nel sole del pomeriggio. Rotonda è giù. Come sempre appare appoggiata di schiena a un picco roccioso. Sembra che si goda il sole. Come se volesse invitare la sua gente alla quiete. Credo che aspetti. La bellezza della valle del Mercure non sta nello sfolgorio, ma in un senso di normalità. Non so spiegarvelo: questo paesaggio non si impone, sta lì, quasi riservato, appartato, vuoto e pieno allo stesso tempo. I paesi cercano il loro scampo aggrappandosi ai pianori della montagna, stanno in alto e osservano lo scorrere dei torrenti verso la valle. Lo sguardo incappa nella ciminiera della centrale elettrica. Gli occhi sorvolano e vanno a impigliarsi nei ciuffi di ginestre, nel rosso dei papaveri, in fiori viola.

Tornanti
Tornanti
I Due Metri
I Due Metri

 

La Rocca sa del lungo viaggio che l’attende. Avanza con i suoi strappi. Il suo correre dietro al cammino dei due buoi. Chilometri di strada. Passi di festa. Non conto più le soste. Capisco che saranno di un buon tempo, quando staccano i buoi e ci si appresta al panino e al vino. Alla Timpa, ‘il luogo delle collinette di pietra’, so che c’è il furgone bianco del fioraio del paese: per devozione offre vino bianco. Questa volta non mi siedo, bevo e saluto. Vado avanti. La birra appare a un tornante dove hanno costruito una sorta di bassa piattaforma di cemento e piantato tre giovani alberi. Non c’è fretta, oggi. Il corteo della pitu si muove con più lentezza. Possiamo godercela. Nuova curva. Il camion-cambusa ci ha aspettato. Ora è il panino che si ingrossa in tre strati: pomodoro, mozzarella, porchetta. C’è il tempo di un dormire uno sopra l’altro, i ragazzi si aggrovigliano, i doppiometri si stendono sotto l’assale del camion. La compagnia si raggomitola all’ombra di un albero. Si sta bene. Questa volta ho capito che c’era da prendersi riposo dalle manovre dell’ape rossa del mastro.

Il mastro
Il mastro

 

Il mastro deve avere i suoi anni e le sue sigarette alle spalle. ‘Non si mangia mai un emozione’, mi raccontano. Se ne sta lì. Guarda da vicino. E da ‘direttive’. Non so se gli ubbidiscano. Ma a tutti sta simpatico con i suoi silenzi. Ero già stato incuriosito dal mastro negli anni scorsi. Gira su una apetta color rosso. Non so come faccia a entrarci dentro con la sua stazza. Ha gigli accanto al faro e il santo, giovane e bello, è appeso sul muso e sulle due fiancate. Di solito marcia strombettando. Oggi è più quieto. In discesa appoggia la ruotina dell’ape alla punta finale della rocca e così frena. Mi dicono che un tempo era il fuochista e sparava all’aria i botti. Poi c’era bisogno del patentino e smise. Deve essere stato un dolore.

L'ape-sant'Antonio
L’ape-sant’Antonio

 Quando la sosta è lunga, il mastro tira fuori una sedia ripiegabile e si mette a sedere lì. La schiena appoggiata alla fiancata dell’ape. I ragazzi cercano qualcosa sotto i teli. Lui non cambia espressione, nemmeno quando mi metto davanti e lo fotografo. Ha la sigaretta in bocca e lo sguardo un po’ in tralice. Sta storto, una mano appoggiata al ginocchio. Ho la sensazione che non gli sfugga niente.

La musica
La musica
Sosta
Sosta

 

La birra
La birra

Ripartiamo. E questa volta è uno sbuffo. Poche centinaia di metri. Un altro tornante e qui bisogna fermarci. E’ tempo che i buoi della pitu ci raggiungano. Che gli alberi stiano un po’ assieme. Gli ultimi metri dobbiamo farli senza darci troppa distanza, questa non è una corsa. Siamo arrivati alla fonte di Goreghe. Qui ha la campagna il babbo di Peppino che sta già spendendo il vino fra i roccaioli. Vado al tavolo dei cristiani grandi. Ci sta anche il bagno per chi non va nei boschi. Le ragazze scompaiono in coppia. Mi siedo. E appare la genziana. Sono le mani del vecchio a produrla. Vecchio che oggi è giovane e felice anche se le sue gambe fanno le bizze. Sta lì, con gli amici e racconta. Parla dei confini della montagna e lo dice solo per spiegarmi che le terre dei comuni, una volta, erano decise dalla pendenza delle acque. E’ il crinale a dividere Terranova da Rotonda. Assaggio la genziana, distillato di radici e grappa. La ricordavo amara e questa è dolce. Ne bevo due bicchieri e il mondo va per conto suo. Da qui non mi alzo. Mi piace stare a questa tavola.

L'uomo della genziana
L’uomo della genziana
Pita e Rocca affiancate
Pita e Rocca affiancate

 

Ma la pitu arriva, si affianca alla Rocca, ora quasi potrebbero allungare le mani se ne avessero. Potrebbero toccarsi. Oltre la loro fatica, gli uomini cantano sant’Antonio. Ne vedo il sudore e riconosco le voci di stanchezza. Ancora due chilometri. E allora si canta la devozione. Eh eh eh, viva sant’Antonio. Poi i comandi della partenza. Mario, il doppiometro, alza il braccio e si va. Il bue di sinistra è stanco e va incoraggiato con le grida: Argè,Argè, Argè e lui divincola il collo. Il bue di destra è astuto e cerca di scaricare la sua fatica sul collega di pariglia. Gli uomini stanno lì a dirimere il loro andare. Andiamo bene, quando slanciano i passi e trovano il ritmo. Occhio, quando avvertono un’attenzione. Buono, buono, quando decidono che è tempo di fermarsi e un ragazzo accorre con la forcella a sostenere il giogo e la Rocca per il riposo degli uomini e dei buoi.

Il viaggio prende ritmo
Il viaggio prende ritmo
La rocca davanti alla sua gente
La rocca davanti alla sua gente
L'ultimo sforzo
L’ultimo sforzo

Ultimi metri, ultimi metri. Ultima sosta, ai filari di una vigna. Appare la gente, il pubblico, uomini e donne, giovani e anziani hanno portato le sedie, scampagnata, stanno lì, dietro alla piccola vigna. Birra in fresco nell’acqua di montagna, vino tirato via dalle cantine e il panino alla porchetta avvolto nella carta stagnola. Questa volta me lo evito senza rifiutare. Passo la mano, a me straniero è concesso qualche rifiuto. Ma il vino devo berlo, un nuovo tocco di brindisi. Ultimi metri, ultimi metri. Il sole se sta andando, l’ombra è già distesa sulle vallate. La Rocca sa dove sarà ospitata. Alla contrada Puzzicelli. Nella campagna di donna Maria, curva dei suoi mille anni. Eccola, avanza spedita con un bastone e sembra essere lei a decidere la manovra dell’albero. Gli uomini ruotano e fanno girare l’albero, la Rocca entra a retromarcia, un’ultima salita, ancora un salita, ancora una fatica. Si ritrovano in tanti sotto l’albero, i buoi staccati, solo gli uomini a sostenere l’abete, una giravolta nell’aia. Qui la Rocca deve passare la notte. Va accomodata, sdraiata, se ci fossero coperte andrebbero rimboccate. Con le pietre si costruisce un appoggio. La Rocca non deve dormire per terra. Che stia comoda e bella. Donna Maria controlla con la sua severità. La figlia, Giuseppina, passa con il limoncello. Io me ne sto solo su una pietra. E non mi decido a venir via.

Donna Maria
Donna Maria

 

 

 

 

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