Le cartoline di Alex

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Alex (da illavoroculturale.org )

 

Come è stato possibile? ‘Sono passati venti anni’. Lo avevo scritto sulla pagina giusta all’inizio di quest’anno. E il 3 luglio di quest’anno, l’ho dimenticato. Venti anni. Da quando i tuoi amici sui gradini della Badia Fiesolana intonarono, alla fine di una cerimonia di lacrime e abbracci (ricordo Adriano che parlò dei faggi fiammeggianti delle tue montagne), una dolcissima ‘we shall overcome’. Sono passati venti anni da quando ti sei impiccato a un albicocco in uno dei luoghi più belli di Firenze. Uno dei luoghi che era anche il mio rifugio, un nascondiglio prediletto. Là dietro la collina del Pian dei Giullari. Là dove non sono mai più voluto andare. Le albicocche dovevano già esserci su quell’albero. Forse ancora un po’ acerbe.

Ricordo gli appuntamenti in treno. Perchè non c’era altro modo di fermarti. Non dicevi mai di no a nessuno. Non facevi gerarchie. Quanto scrivevi era disperso in mille rivoli, in mille riviste invisibili, in mille cartoline. Ricordo il progetto di fare una rivista per una conversione ecologica. Una rivista dei ‘verdi’. Ed era il 1991. Ricordo le discussioni con te, il lavoro con Alina, il senso di qualcosa. Ricordo l’amicizia che avvertivo. Furono giorni immensi. Pieni, colmi di tensione e di voglia di fare. Oggi vedo quel tentativo come un ‘fallimento felice’. Ne valeva la pena.

C’era la tua foto, la foto del palloncino verde, sul giornale di oggi. Per questo, all’improvviso, ho ricordato. Le parole di Adriano. E allora ho ricordato all’improvviso, come è stato possibile aver dimenticato? Otto giorni dopo la tua morte, furono uccisi a migliaia a Srebrenica. Pochi giorni prima eri andato fin da Chirac per implorare di salvare Sarajevo, di salvare la Bosnia. Ho letto in treno il racconto di Adriano. Ho ritrovato lacrime e sorrisi. Il tuo accento multilingue, i tuoi sandali. Gli abbracci a Rio de Janeiro, le riunioni a Roma, gli incontri a Firenze, ritrovarci a Città di Castello. Ci sono stati dei mesi in cui ci inseguivamo. E avevi attenzione. Avevi cura. Sapevi ‘ricucire’, ti ostinavi a rimettere assieme i pezzi. Sanavi le cicatrici.

Ero stato lontano per due mesi. Il ritorno a Firenze. Ero felice di rivedere mia figlia ancora piccola. La prima telefonata fu di Aleardo. Mi disse, in fretta. Ricordo perfettamente quella telefonata. Ci trovammo sui gradini della tua casa, a volte ci passo davanti ancora. E rimanemmo lì a lungo. Parlando di continuo. Oggi ritrovo quanto allora scrivemmo assieme a Gabriele e Alleardo, sta in Internet, chissà come è arrivata in questo universo. Una lettera che mandammo al Manifesto. Ecco:

Alex carissimo, non abbiamo più parole, né lacrime. Tutti hanno già scritto: alcuni con grande amore, con grande amicizia, con dolore profondo e sincero, altri con troppa ipocrisia e cattiveria.

A noi è rimasto soltanto il tuo silenzio improvviso, la tua assenza, la tua lontananza irreparabile. Alex, con te, grazie a te, abbiamo imparato irripetibili lezioni di umanità e di solidarietà reale. Tu, che sembravi non avere mai tempo, sommerso, come eri, dagli impegni, avevi sempre un’attenzione preziosa per ciò che accadeva nella vita dei tuoi amici, dei tuoi compagni, delle persone che incrociavi nel tuo cammino.

In ricordo di Petra Kelly avevi spiegato come lei fosse stata una “hoffnungsträger”, una portatrice di speranze collettive. Anche tu lo sei, Alex. In queste ore abbiamo ricevuto commosse testimonianze dell’amicizia e dell’affetto di decine di persone che ti hanno conosciuto, magari solo indirettamente, magari solo per un colloquio. Ecco, l’esistenza di questa catena aperta e diffusa di amicizie autentiche attorno a te ci ha confermato ancora una volta una verità che avevamo intuito subito, fin dal primo incontro con te: Alex, tu sei stato un piccolo, grande costruttore di ponti. Tra movimenti, tra popoli e culture, ma anche tra persone, traccia concreta di un’utopia spesso inseguita e poco trovata da tutti noi. Ma adesso?

La tua assenza è già insopportabile. Ci chiedi di non essere tristi: invece lo siamo, lo saremo. Siamo tramortiti, annientati dalla sofferenza, dalle domande senza risposta che ci stiamo ponendo. Ognuno di noi sta ricordando i momenti passati con te, le parole, i gesti, i sogni, i progetti che si sono rincorsi fra noi. Stiamo cercando, in questa memoria, le speranze per resistere, per andare avanti.

Possiamo prometterti: cercheremo, come tu consigli, di continuare in ciò che è giusto, ma, senza di te, tutto sarà più difficile. Vorremmo tenere in piedi i “ponti” che tu hai costruito, vorremmo vedere “ponti” che sapremo non distruggere o devastare proprio ora che tu, Alex, ti sei lasciato alle spalle quello più impegnativo da attraversare e accettare. Una cosa faremo, non occorreva che tu ce lo chiedessi: vogliamo bene a Valeria, ne vorremo sempre e a lei vanno gli abbracci più forti’.

Adriano ricorda la tua passione per le cartoline. E’ anche mia, questa passione. Ho sempre con me un elenco di indirizzi postali, di quelli che non si usano più, scritto su un microtaccuino oramai quasi illeggibile. Ricordo che, ogni volta che partivo, chiedevo ad Alex di dirmi chi avrei dovuto incontrare e lui mi dettava una serie infinita di nomi, numeri di telefono, indirizzi appunto. Tutti preziosi. Anche a me piace mandare messaggi variopinti, mi è sempre piaciuto inviare e ricevere cartoline, mi piace che gli amici le mettano sul frigorifero con una calamita. Mi piace, Alex, avere un’abitudine che è la tua. Mi piacerebbe mandarti una cartolina. Troverò l’indirizzo.

 

 

 

 

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