Il privilegio di Trevico

Luce nella Casa
Luce nella Casa

E’ vero: a Trevico non ci sono vetrine. C’è un forno, un minimarket e una farmacia. Funziona il passaparola: sono arrivati detersivi e allora si va a bottega a comprarli. Poi passa un ortolano ambulante. Il bar è strano: apre quando vuole. Altri mi dicono che è chiuso. Voglio un bar.

A Trevico non si arriva. Sono due irpini ad accompagnarmi al paese ed entrambi si smarriscono per strade che sembrano aggrovigliarsi pur di non farci arrivare a porta Alba. A Trevico devi proprio aver voglia di andarci.

Correre nei corridoi dietro alla luce
Correre nei corridoi dietro alla luce

 

Già, c’è porta Alba, perché guarda a oriente. Non c’è la porta dalla parte del tramonto. Ma non cammino nemmeno da parte a parte del paese. Faccio, si e no, cento metri di corso Roma. C’è sempre un corso Roma.

Anche la luce più soffusa, confusa con l'ombra
Anche la luce più soffusa, confusa con l’ombra

 

E’ vero che a Trevico fa freddo. Freddo d’estate. Freddo d’agosto. La nonna di Silvia, al due di agosto, guardava il cielo là fuori, scuoteva la testa: Agust’ cap’ r’ viern’. Agosto è il capo dell’inverno. L’ho sempre pensato, credo che lo dicesse anche Guccini e, se vogliamo, anche Leopardi. Ma perché la malinconia diventa un coltello nella pancia? Voglio che diventi struggimento. A Trevico, forse è possibile. Ho un maglione addosso e i piedi infreddoliti. E’ la mutazione, mi dice Silvia. A me appare come una minaccia.

Luce fuori gamma
Luce fuori gamma

 

Il santo di Trevico si chiama Euplio. Frustato e decapitato. Compatrono di Catania. Me ne parla un ragazzo agghindato a matrimonio. Mi dice: ‘Abbiamo il corpo in chiesa’. Non chiedo come sia arrivato al paese. Deve essere una storia da raccontare. La Madonna del Carmine, invece, è arrivata dal cielo. Portata dai palloncini. E si era persa a Napoli. Ha volato come un aliante pur di arrivare qua. A Trevico è diventata la Madonna dei Palloncini.

Il prete viene da un paese vicino. Ogni giorno. Con una panda verde. Mi dicono che una volta finì fuori strada e non riusciva a uscire dal fosso in cui si era infilato. Ogni volta che sentiva il rumore di una macchina, si toglieva un abito e lo lanciava per aria. Chi lo trovò, aveva visto un camiciola svolazzare a mezz’aria, rimase perplesso di fronte a quell’uomo seminudo rinchiuso in una macchina rovesciata.

Sole obliquo
Sole obliquo

 

Qua i contadini coltivano grano, cucuzz, che poi sono le zucchine serpente. Lunghe e pallide. Ci fa la minestra, con le patane, le patate. Che qua chiamano ciambott. E poi nient’altro. Troppo alto e freddo per gli olivi.

Sole a righe
Sole a righe

 

A Trevico ci sono tre partite Iva, il meccanico, il fornaio e il minimarket. Ma c’è l’ufficio postale. Per le pensioni. Ottocento abitanti. C’è una pluriclasse con otto bambini. Ci sono frazioni giù in valle, ci si affolla accanto ai caselli dell’autostrada. Sette gradi in più in ogni stagione.

Il padre di Silvia, da ragazzo, sognava il cappotto. In paese arrivava il notaio e aveva il cappotto. Chi partì per il Nord negli anni ’60 aveva sogni grandiosi.

Solo che cerca di diventare stanza
Solo che cerca di diventare stanza

Ettore Scola non viene più al paese. La sua casa è una sorta di museo. C’è una porta con su scritto: Dott. N.Scola. E un terrazzo aperto sull’Irpinia, terrazzo di lavanda. Voglio ritrovare Fortunato che da qua è partito per Torino. Voglio sapere se il fratello di Rocco, il più piccolo della famiglia, è poi tornato al suo paese, là in Lucania.

Trevico paga il prezzo del medioevo: i baroni e i vescovi, incuranti del freddo, volevano vivere in alto, dominare gli altri paesi. Hanno lasciato in eredità i mille e passa metri.

Sole di camerata
Sole di camerata

Una notte alla Casa della Paesologia. Una notte tranquilla. Sì, il paese con il più alto tasso di silenzio per metro quadrato degli Appennini. Nemmeno il miagolio di un gatto. Si dorme bene nella stanza in basso. Nella casa ci sono letti, letti e letti, libri un po’ distratti e lasciati lì, spicca l’Artusi Remix del grande Don Pasta, una lavagna occupa una parete con su una lezione di paesologia, buone provviste, disegni sui muri, uno sciacquone che si era bloccato, un teschio di podolica, un quaderno nero con pochi appunti. Una grande casa. Sta cercando un’anima possibile. Bisogna abitarci un po’. Senza fare niente. Annoiandosi, immagino. Neanche un bar. Farsi venire idee balzane. Mimetizzarsi, impossibile, con il paese.

Al mattino, seguo il sole che si spiraglia per le finestre lasciate aperte. Per una manciata di minuti fa disegni nella Casa. Io gli sto dietro, fino a quando se ne va.

print

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.