Voglio diventare albero

La sorgente di pitt' a curc'
La sorgente di pitt’ a curc’

Voglio diventare albero.

Non posso crederci. Sono davanti a me. Il cielo è smagliante. Il vento è orchestra. Il verde è un volo veloce. Le rocce vorrebbero rotolare. E loro? Quale scultore ha avuto la pazienza di scolpire la loro forma?

Serra del Crispo, Monte Pollino, Pini loricati

Mi inginocchio. La testa a toccare il prato, la terra. Elliot Smith canta: ‘Io ti sarò fedele qualsiasi cosa accada’. Le lacrime stanno lì. C’è musica attorno, sinfonia di sassofoni e contrabbassi, corde e ottoni. Musica terrena a sfiorare una genesi. Mi inginocchio tre volte. Una preghiera. Giardino degli Dei, Serra di Crispo, appena tre ore di cammino. Piani di san Francesco, piani di Iannace (qua già sono stato, loro mi avevano salutato, la pioggia era tempesta e loro erano indifferenti, ma uno sguardo ce lo gettammo, non era una promessa, era, da parte mia, un’intesa possibile, un forse, uno spiraglio. Lo so, siete, lì, oltre la cortina dell’acqua, non vi vedo, ma so che ci siete. Da parte loro, non so, non abbiamo la stessa anima, ma possiamo guardarci l’uno con l’altro). Allora, e l’estate era ancora da venire, andavamo nella montagna per l’abete bianco della festa, entravamo nei boschi che già sono Terranova del Pollino e venivamo da Rotonda con alla testa un caporale dalla corona di fiori.

Serra del Crispo, Monte Pollino, Pini loricati

 

Gli alberi approvarono l’addio del loro fratello, gli uomini avevano chiesto permesso. Il viaggio, sotto la tempesta, diventò festa, impresa, storia, felicità, fatica, offerta al Santo, comunità provvisoria di uomini e donne, devozione. Non immaginavo che sarei tornato, non credevo che sarei stato capace di tornare quassù. La ‘montagna corale’, definizione di Franco Arminio della quale mi sono sempre appropriato. Qui, in questa vetta che non è tale (il Pollino è una montagna senza gerarchie, sa le regole della democrazia greca, grazie al vento ha ascoltato filosofie), l’acqua della sorgente pitt’ a curc’, che ti indicano mille metri prima, ma poi ti nascondono l’ultima svolta. Ci arrivi perché segui il ruscellìo dell’acqua. Scivoli sul fango e poi bevi. Gesto normale, gesto di mistero. Mani, bocca, corpo. Gesto fisico. Segui lo scroscio gelato all’interno dei confini del tuo corpo. L’acqua ti dice che esisti. Non trovo gli aggettivi per raccontarlo (aiuto), ma ho la forza per deviare nel bosco, lasciare i faggi indietro e ritrovarmi nell’ultimo prato, palcoscenico, spazio da teatro, piazza a duemila metri, vento che rimbalza e se ne va e loro a corona, grandi vecchi in piedi, pronti all’applauso, ma poi si fermano, stendono i rami, oscillano gli strobili che devono essere le pigne, basta il loro cenno d’assenso, stanno lì, con una espressione seria e contenta. ‘Non credevo che ci sarei riuscito. Non posso crederci’. Cerco le altre pagine: ‘Nitidamente stagliate alla luce del mattino, queste stupende montagne sembrano fondersi al tramonto in una nebbia ametista. Una visione di pace’.

Serra del Crispo, Monte Pollino, Pini loricati

No, che non sono d’accordo, Norman. Forse per te che venivi dalla Scozia. Questa non è pace, questa è vita, splendore, ribellione alla gravità, vanno in senso contrario, alberi che scalano il cielo e il cielo acconsente, accoglie, riscrive le geometrie. Novecento e più anni, ha un pino loricato. E’ qua, lo so. Ecco, dico il nome, non mi piace il suono che ha in tedesco; botanici boemi e austriaci (negli anni della prima indipendenza italiana) si innamoravano di questi alberi, ma nessuno, se non un botanico di questa terre poteva dargli il nome di Pino Loricato. Pino-corazza. Per proteggere il candore di una ‘pelle bianca’. Pino leucoderminis. Raccontano che il suo legno sia impregnato di resina. Non crolla mai, il pino. Rimane lì. Fantasma reale. Niente più linfa, ma lui sta lì, in piedi. Grande Vecchio, assieme agli uomini, alle donne, ai piccoli. Lì nell’assemblea di Serra di Crispo. Aspetta. Aspetta che la coreografia si completi nuovamente. Sfida Zeus e i suoi fulmini. Sfida le ferite. Sfida il vento. ‘Mostrami tutta la tua potenza’, grida alla furia della neve. Il legno si sbianca fino a diventare argento, ma l’albero rimane piantato nella roccia, nel calcare, cresta della Serra. Dicono che la gente di queste terre volesse portarsi dietro, oltre il mare, l’odore e la bellezza delle montagne che, forse, mai avrebbero rivisto e allora il legno di pino loricati divenne baule da trascinare nella pancia dei bastimenti. I silvicoltori sanno che la resina resisteva alla salsedine. Le donne ci costruivano ceri votivi. Ad altre divinità. Gli dei sono discreti in vetta al Pollino, lasciano spazio agli alberi. Anche loro, creatori, ne sono ammirati. Come i briganti prima dell’ultima battaglia, come il migrante che sale qua per l’addio e la nostalgia, come i ragazzi che qua tornano ostinati per dormire in montagna dove i loro nonni facevano i pastori. Con il nero del pino loricato a fare sentinella, custode, guardiano della notte.

Serra del Crispo, Monte Pollino, Pini loricati

Ecco, il libro finisce qui. Lascio la ragazza accanto all’albero. Tocca la corteccia-ragazza, con il dito sfiora la sua ferita, la cicatrice come se accarezzassi il filo di una intimità. Chiudo gli occhi. La memoria diventa felicità purissima, fino alle lacrime, oltre le lacrime. Un’altra carezza. Inconsapevole. Consapevole. Voluta senza volerlo. Desiderata e solo ora ti accorgi che era desiderio. Entro nell’apertura dell’albero. Rimango lì. E’ bagliore di vita. Ne intuisco, senza comprenderlo, il segreto.

Serra del Crispo, Monte Pollino, Pini loricati

Il libro che (non) scriverò non sarà così. Ma non posso dimenticare. Nunzia rimane seduta su una pietra, si prepara per la notte. Lei rimane.

Serra del Crispo, Monte Pollino, Pini loricati

Io voglio diventare albero. Come vorrei rimanere anche io qua. Vedere il gioco del tempo. Il coraggio, non c’è il coraggio. I pini mi guardano.

Mi incammino per lo stesso sentiero. Non mi volto indietro.

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