‘Ce la chiudo io la bocca’

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Il grande orologio sotto la pensilina. Minuti dell’attesa. Sono già stato in questa stazione. Quando viaggiavo per evitare i Freccia Rossa. Ragazzi, immigrati, cinesi con grandi valige. Gli esperti dei treni low-cost. Per andare a Firenze da Bologna, il trucco è l’ interregionale fino a Prato. Poi un locale fino alla stazione santa Maria Novella di Firenze. Con dieci euro, te la cavi. Devi ignorare gli inganni degli orari delle ferrovie, beffare i loro algoritmi e gli imbrogli degli orari di carta. Ci vuole un sapere disperato.

Poi si fanno incontri.

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Al ragazzo non chiedo il nome. Ho pensato: ora ci parlo. Non l’ho fatto. Non ho coraggio da vendere, io. Già è tanto se sono su questo treno. Ci sono per sbaglio, io non volevo fermarmi a Prato. Così è accaduto. Ho dieci minuti per scrivere. Come il ragazzo. Che non ha mai scritto. Però usa il cellulare. E va in su e in giù per il vagone. Spazio aperto, treno per pendolari, sedili dall’aria consunta. Di una disattenzione sconcia. Cerco la parola: i signori delle Frecce non hanno attenzione per i viaggiatori del treno Prato-Firenze. Non sono queste le parole, ce ne vorrebbero altre, rimangono nascoste. Pagano troppo poco, i passeggeri di questo treno di sfigati. E poi il ragazzo non ha pagato e fuma nel corridoio dondolandosi avanti e indietro. Si è già preso due multe e alza le spalle con scatti da guerriero fragile. Ha capelli scalpati da un lato, indossa una tuta, un segno sulla guancia destra, la barba dura, gli occhi a fessura. Non si guarda attorno. Non vede nessuno. Non sa di essere in mezzo a decine di persone. Nessuno si volta verso di lui. Ma tutti ascoltano. Sì, perché parla a voce alta. Con parole del napoletano. Almeno così suonano alle mie orecchie del Nord. Io lo guardo, ma obliquamente, cercando di non essere visto. Anch’io, credo, ne ho una paura che non dichiaro e che rimane nascosta sotto pelle. Ancora una volta, non è la parola giusta. E’ qualcosa di pavido, di poco nobile. Il ragazzo, invece, non si nasconde. Conosce la sua rabbia, sa che potrebbe uccidere. Almeno di questo lui ne è convinto. Anche se non l’ha mai fatto. Se ne crede capace, e questo per ora è sufficiente. Io scrivo le sue parole sui bordi di un giornale. Quelle che afferro mentre lui cammina. Con il passo dei nervi. E’ un monologo. Non so se l’altro, al capo di un altro cellulare, risponde o solo ascolta. Da una casa, da un bar, da una strada.

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‘Rocchino si è preso i domiciliari. Non sono arrivato in tempo. Ha solo avuto questa fortuna. Tutt’apposto, solo che non aggio fatto a tempo. E così ‘amo a fare noi gli stronzi. E’ un bordello, qui. ‘Amo a fare chi è più cattivo? Io gli metto l’acido sul viso. Vuol fare a chi è più cattivo? Mo’ vengo io, tu statte buono. Ci penso io. Non parla più. Ce la chiudo io la bocca. Ma sì, si è scappato. C’è agitazione questa mattina. ‘Aggio capito tutto quanto. E’ subentrato il parente. Se io mi pippo la cocaina, sto tranquillo. E lui, invece. A mani nude me lo mangio vivo. Deve tenersi un coltellino o lo spray al peperoncino. Altrimenti me lo mangio’.

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Tutti ascoltiamo, nessuno alza lo sguardo verso il ragazzo. Si appoggia a un passamano del treno. Fuma. E parla. Con furia. Si tocca il cappellino. Un cerchio di vuoto attorno al lui, ma non è così facile. Non c’è spazio davanti alle porte. I ragazzi voltano la schiena. Lui parla.

E’ breve il viaggio fra Prato e Firenze. Arriviamo. Io scendo, lui ci mette un po’. Poi fa un balzo, si ferma sul marciapiedi. I pantaloni della tuta sono larghi, molli. Mette il cellulare in tasca. Fa un passo. Poi cammina, non sa cosa fare delle mani. E’ da solo. Si ferma in fondo al binario. Gli sto dietro. Lui va a avanti, si ferma, sta lì, riparte. Ritira fuori il cellulare. Lo fissa.

Lo guardo andare via. Dal lato del mercato. Sono io a rimanere fermo. Non ho un pensiero per Rocchino.

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