Una terra instancabile/L’Etiopia di Marco Paoli

 

Lunedì prossimo alle Nazioni Unite a New York verrà inaugurata la mostra del fotografo fiorentino Marco Paoli.

Marco ha realizzato uno fra i più belli libri fotografici sull’Etiopia e ora le sue foto cominciano un lungo viaggio.

Il libro è appena uscito per Giunti. Si chiama ‘Ethiopia’.

Questa è la storia che ho scritto dopo aver visto le foto di Marco. Alcune sono in questo post

 

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Non sapevo come cominciare queste pagine. E mentre lo scrivo, davvero non lo so. Mi dico anche: questo è un libro troppo serio e troppo bello perché io, nelle sue prime pagine, possa scrivere delle mie incertezze. E non devo parlare di me. Ma dell’Etiopia. Dell’idea dell’Etiopia. Delle geografie dell’Etiopia. Delle sue genti e dei suoi alberi maestosi. Dell’emozione che produce questa terra così grande, così diversa, così instancabile.

Torno e ritorno in questo paese. Da molti anni. Vi ho scritto attorno due libri. Ho cominciato a viaggiarvi perché mi illudevo di fare il giornalista di guerra. Tempi molto lontani. Quella guerra finì e come molti altri ci accorgemmo finalmente che questo paese-continente era una meraviglia. Non potevamo andarcene. Qui dovevamo rimanere. Per un po’. Almeno per un po’. In una terra che non ci dava pace e che, allo stesso tempo, ci donava un incanto. Una magia che non era soltanto africana. E non era semplicemente esotica. Era altro. Prima ho usato la parola ‘instancabile’ per definire questo paese. È venuta fuori così. Senza che vi pensassi. Ho immaginato che le mie dita abbiano afferrato i passi, i milioni di passi, di uomini e donne che ogni mattina si mettono in cammino nella polvere delle strade dell’Etiopia. Una sfilata di shemmà, scialli di cotone bianchi e spessi, tessuti a mano, che si muovono come se fossero uccelli migranti inseguendo i primi raggi di sole. Mi sono sempre sorpreso a chiedermi: ‘Dove vanno?’. E poi, senza risposta e senza ragione, quasi sempre ho camminato con loro per un po’.

Altopiano
Altopiano

 

Ma non volevo dire di questo andare, non ora, almeno, era solo un avvertirvi che in questa terra non ci si stanca, a ogni passo vi è un altro orizzonte, un’altra pietra, un’altra storia da ascoltare. Chi sale su questi altopiani, chi scende nel taglio brusco della Rift Valley, chi si arrampica fino sulle vette dei monte Bale, chi si perde fra le savane della valle dell’Omo, chi calca la lastra di sale dei deserti dancali, chi, immobile, si siede sulle sponde del lago Awasa a guardare il volo degli uccelli, riporta con sé un desiderio irrimediabile: qui devo tornare, non posso andare via e dimenticare. L’Etiopia non è un luogo per collezionisti di turismi: qui accade qualcosa, accade negli alberi, accade nel conforto dell’ombra rassicurante degl’immensi sicomori come in quella, trapuntata e mutevole, delle acacie a ombrello, accade qualcosa nelle strade che si aggrovigliano lungo le scarpate o nelle risalite dei crepacci dell’altopiano, nelle acque di fango dei fiumi e nella luce accecante del deserto di sale. Non si può essere stanchi di questo paese.

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Dopo tanti anni, io non conosco ancora la sua lingua intricata. Duecento e sessanta segni sillabici, divisi in sette ordini. E se anche conoscessi l’amarico mi sentirei inadeguato: è solo una delle decine di idiomi e dialetti che si parlano fra gli altopiani celesti e le savane delle sue terre meridionali. Una lingua che, spesso, crea il futuro usando solo il presente: è come se questo gioco grammaticale riflettesse l’immaginario dei suoi popoli, il loro modo di affrontare l’esistenza. Le sue lingue sono come una metafora: ho visto guerre e miseria da affamati in Etiopia, eppure io, che di mestiere faccio il cronista, racconto, senza negare niente, della sua tenacia, della sua forza, del suo camminare. Della sua bellezza. E’ la bellezza che mi tiene qui.

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Ripeto: non capisco una sola frase di amarico, ogni volta che torno devo imparare nuovamente a salutare o semplicemente a dire ammassaghenallo, cioè ‘grazie’. Eppure quando sento una donna cantare, con un fluire di suoni che sono scioglilingua e scioglicuore, ho la sensazione di capire ogni cosa. Ogni sfumatura, ogni variazione. So anche che quando la gente della Rift Valley ha visto la bellezza di Lucy, l’ominide più celebre della nostra preistoria, non esitarono a ribattezzarla: dinquinesh, ‘sei meravigliosa’. E, alla fine, un’altra parola, sì, l’ho imparata, perché ho intuito che avesse importanza, che fosse una bussola per smarrirsi ancor di più nell’universo etiopico. E’ tizità. Sta per nostalgia, mi dicono. Ma non è nostalgia, è qualcosa di più. E’ qualcosa che rimane. Che rimane dentro di te e non riesci più staccartene, a separartene. E’ saudade, direbbero in Brasile. E’ il profumo degli eucalipti dopo le piogge, è il sapore eccitante del berberè, spezia piccante (e dolce, allo stesso tempo) che dona diversità ai cibi di questa terra. E’ la musica, le sue scale pentatoniche e ripetitive fino alla trance, pizzicate sulle corde del krar, piccola arpa tradizionale. Tizità sono anche le variazioni da funamboli dell’Ethiojazz, musica straordinaria delle notti di Addis Abeba. Notti che hanno unito i cantori del passato ai giovani musicisti della contemporaneità. Tizità sono i fiori gialli del meskel che, a ogni settembre, annunciano la fine della stagione delle piogge. Dico settembre, ma qui i mesi hanno ritmi inafferrabili. Il calendari giuliano si mischia con quello gregoriano. Il tempo indigeno (dei popoli oromo, degli afar, della gente del Sud) si confonde con le scansioni lunari delle grandi feste islamiche. Perfino le ore del giorno hanno un andare diverso per gli etiopici e per noi ferenj, per noi stranieri: la gente di Addis Abeba ne conta lo scorrere dall’alba, noi dalla mezzanotte. Tutto è diverso in Etiopia. Tutto è etiopico. Qui l’Islam, con buona pace degli integralismi, ha misticismi africani. Il Cristianesimo ha una spiritualità immobile nei secoli e pur modernissima. Il mistero dell’Arca dell’Alleanza, l’urna che conteneva i Dieci Comandamenti consegnati da Dio a Mosè sul monte Sinai, è nascosto fra le chiese di Axum, città santa del Tigray dopo essere stato protetto, per secoli, dalle acque scure del lago Tana. Niente è come appare in Etiopia: golden and wax, cera e oro, dicono le donne. L’orafo modella l’oro in uno stampo di cera. Il gioiello rimane nascosto. Non si vede, non ce ne accorgiamo. Bisogna aprirne la custodia, spezzarla per scoprire il tesoro che abbaglierà i nostri occhi.

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Pensate (e questo è sorprendente, anche se già lo sapete): le genti dei Caraibi hanno trovato messaggi divini in questi altopiani. Come altro spiegare che una ribellione nera delle sponde atlantiche dell’America del Nord abbia eletto a suo Dio l’imperatore di Etiopia? Hailè Selassié, la Luce della Trinità, ultimo discendente del figlio della regina di Saba e di re Salomone, sovrano per diritto celeste, divinità per i suoi sudditi cristiani, era il ras Tafari Makonnen ed è per questo i neri dei Caraibi che lo scelsero come guida spirituale divennero rastafarians. E Bob Marley cantò la forza dell’Etiopia, divenne menestrello dell’Africa. E poi, nel labirinto delle religioni, ecco le tribù perdute di Israele che trovarono rifugio in queste terre lontane; e ancora: la meraviglia di Lalibela, città sacra, città rupestre e invisibile, costruita, attorno al 1200, in poco più di due decenni, da un esercito di angeli-manovali. L’Etiopia è un paese che contiene storie senza fine. E’ una matrioska africana. Alzi un lembo del manto che l’avvolge e trovi mille e mille intrecci. E’ necessario percorrere questi mille fili, ascoltare mille racconti, fermarsi di fronte a paesaggi infiniti se davvero si vuole afferrare almeno un frammento della sua anima. Questa ragnatela inestricabile dei fili d’Etiopia, in questo libro, ha sette nodi. Il viaggio per immagini (a piedi, in bicicletta, in fuoristrada) di Marco Paoli ha attraversato sette mondi, sette porte che mostrano il normale splendore di questa terra.

Amba Gheralta
Amba Gheralta

 

Il primo nodo. L’altopiano.

L’Altopiano etiopico è il più vasto dell’Africa. Una terra di basalto che confina con il cielo. Che i fiumi hanno scavato e trasformato in un intrico di geografie. Pinnacoli come dita di giganti spezzano la superficie dei tavolati. Solo le grandi fosse del fiume Nilo, a Occidente, e del mar Rosso, a Oriente, sono capaci di convincere le montagne a scendere dalle loro altezze e a raggiungere in pochi chilometri il livello del mare. Non sono scarpate, sono precipizi. Le strade sono vertigini.

Il cuore antico dell’Etiopia sono le Terre Alte. I contadini-montanari (gente testarda e conservatrice) di questa Africa hanno scalato ogni montagna pur di coltivarvi il teff, il cereale con il quale le donne fanno l’enjera, focaccia irrinunciabile del cibo di ogni giorno. L’Etiopia, vista dal cielo è un mosaico di campi, un paesaggio cubista, un gioco incomprensibile di disegni geometrici. Basta affacciarsi dai gradoni di roccia che sovrastano la piana di Gheralta, in Tigray, o vedere scorrere i paesaggi della Sokota Road per capire queste parole. I contadini d’Etiopia hanno realizzato il sogno-progetto di Jorge Luis Borges, poeta-scrittore argentino che mai hanno letto: hanno steso sulle loro terre una carta geografica vasta quanto il loro paese e l’hanno trasformata in un affresco.

Lalibela
Lalibela

 

Il secondo nodo. Il pellegrinaggio

Un mondo in movimento, alla ricerca di Dio, di una pietà, di una grazia, di un universo celeste. E’ il pellegrinaggio dei Cristiani d’Etiopia verso Lalibela, la città nascosta. Le sue chiese sono scavate nel tufo, la sua architettura è a rovescio, i suoi manovali hanno lavorato a togliere, non a costruire. Non si alzano verso l’infinito, le basiliche di Lalibela; al contrario, si immergono nella roccia. Sono roccia. Sono montagna. A gennaio, è la Festa più grande. Il Timkat, il Battesimo di Cristo nelle acque del Giordano. E’ l’Epifania degli ortodossi. Migliaia e migliaia di uomini e donne camminano e danzano in processione attraverso la bellezza di Lalibela, si sporgono dalle trincee delle sue chiese, pregano in veglie stordenti, vengono benedetti con acqua sacra. Lalibela è una città divina. E’ la Gerusalemme nera, il centro del mondo nel cuore dell’Africa: qui vi è il Golgotha, il sepolcro di Cristo, il fiume Giordano, vi sono le tombe dei Patriarchi, la casa di Maria, l’ultima dimora di Adamo.

Carovane dancale
Carovane dancale

 

Il terzo nodo. La fossa dancala.

E’ il luogo più fragile e più feroce (insomma, il più vivo, la prova che la Terra è viva) del pianeta: in Dancalia, il fuoco è appena sotto i nostri piedi, sta lì a cinque chilometri di distanza dalle suole delle scarpe. Qui si avverte pulsare il cuore della Terra. Qui un mare si è prosciugato e ha lasciato in eredità una coltre di sale spessa tre chilometri. Qui tre faglie tettoniche si incrociano, si scambiano magma, si abbracciano per dimostrare di essere ancora capaci di separare i continenti. Qui, spinti da venti, i laghi sono mobili, avanzano e retrocedono mentre il loro biancore acceca gli occhi degli uomini. All’opposto, un lago dalle acque limpidissime inganna la vista e si mostra nero come il catrame. E’ una delle porte attraverso le quali il fuoco cerca di uscire dalla pancia della Terra. E proprio qui, in Dancalia, gli uomini strappano il sale a un fondo marino disseccato. La Dancalia è epica. E mostra tutta la follia e la fatica dell’umanità.

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Il quarto nodo. Il mercato.

E’ uno dei pochi passaggi che permette di risalire o discendere la ripida falesia dell’Altopiano. Il crocevia di Kombolcha, città dei confini fra le Terre Alte e le discese verso la Rift Valley, è sempre stato un luogo strategico, incrocio di diversità, di cammini, di sentieri, di strade costruite in anni coloniali. Bati, appena sotto il crinale dell’altopiano, è sempre stato un centro ideale per gli incontri, per gli scambi, per conoscersi. Bati è il ritrovo dei mercanti e dei carovanieri. E’ il mercato. Il più grande dell’Etiopia. I popoli in cammino del bassopiano, nomadi e allevatori, qui incontrano i contadini sedentari dell’altopiano. Si scambia sale con verdure, utensili metallici con animali, tessuti con polli. E oggi, in più, si vendono l’un con l’altro cellulari e dromedari, caricabatterie e vacche, secchi in plastica cinese e farina di teff, Mp3 e berberè che arrossa gli occhi. ‘Il mercato è bello, è la vita, lo spettacolo delle ragazze, delle cose che si amano, in un’atmosfera di spensieratezza’, scrive il geografo Eugenio Turri. A Bati bisogna salire sulla torretta in legno della polizia e fermarsi del tempo là sopra: è un grandangolo sulla bellezza del mercato.

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Il quinto nodo. L’oriente,l’Islam, Arabia Felix in Etiopia.

Raccontano che ci sono 362 vicoli (strade, scalinate sconnesse, svolte improvvise, spiazzi tinteggiati con calce bianca, slarghi per mercati) a Harar, una delle città sante dell’Islam etiopico. Dicono anche che le moschee siano novantanove. Harar, nel nostro immaginario occidentale, è Arthur Rimbaud, il Poeta più grande, il ragazzo che prima dei venti anni aveva già scritto ‘Io è un altro’ e non aveva più niente da scrivere. Qui trovò rifugio, inquietudini, speranza, malattia, vita, insomma, e forse scrisse senza mai più farci leggere le sue pagine.

L’Oriente etiopico è un altro viaggio. Questa è terra dell’Islam, savane verso la regione dei Somali. E’ un’Arabia Felix in Africa. Harar è la quarta città santa per il mondo dei musulmani.

I pellegrini di Allah, almeno tre volte all’anno, impugnano un bastone biforcuto come le corna di un nyala, antilope africana, e si incammino verso la cupola bianca di Sheick Hussein. E’ il santuario più sacro dell’islam sufi d’Etiopia. Sorge ai confini fra le terre dell’Arsi e quelle del Bale. E’ un tempio bellissimo, immacolato. Qui è sepolto Hussein, saggio dell’anno Mille, predicatore della nuova religione. Per secoli, quando era impossibile un viaggio verso l’Arabia, pregare sulla sua tomba, per un musulmano etiopico, equivaleva al pellegrinaggio alla Mecca

Il passaggio dei pellegrini ha modellato le pietre di questo luogo sacro. I loro piedi e le loro mani hanno creato un’architettura translucida. Bisogna contorcersi per entrare nella tomba venerata di questo sceicco mistico. Bisogna credere a Sheick Hussein. I pellegrini vi ruotano attorno, pregano in atto di omaggio, camminano al buio, si prostrano a terra. Passano la mano fra i sassolini del pavimento. Jawara, chiamano la terra attorno alla tomba. Terra santa perché protegge un corpo sacro. Le mani raccolgono polvere di argilla. Poi uomini e donne si leccano il palmo e sulla lingua rimane il sapore acido della terra. Questa fanghiglia va poi spalmata sulla fronte, sul naso, sulle guance, sul collo. Ecco, così si è santificati.

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Il sesto nodo. La diversità assoluta.

Il Grande Sud. Le acacie sono ombrelli. La polvere cancella i paesaggi, li trasforma, li fa riapparire, li nasconde. Il fiume Omo sa costruire scenografie e si curva come se fosse un gomito solo per farsi ammirare. I ragazzi scavano tronchi di legno e li tramutano in canoe. Le vacche vengono allineate una accanto all’altra. I ragazzi-mandriani le tengono ferme per le corna. C’è aria di sudore e adrenalina. L’arena è stata scelta con cura: hanno estetica del paesaggio le genti del Sud. Le acacie sono confine del terreno da cerimonia. Gli uomini sono a semicerchio, le donne guardano con nascosto interesse i loro eroi. Un ragazzo dovrà diventare adulto saltando senza cadere sulla schiena dei buoi, dovrà correre come se fosse su una scogliera (e mai ne vedrà una), non dovrà mettere il piede in fallo e usare il dorso degli animali come appiglio per i suoi piedi nudi. Solo il successo in quest’ impresa, il ‘salto dei buoi’, gli consentirà di diventare uomo. ..

Ecco, vi è riuscito, con un balzo finale. Non è caduto. Ora è adulto. Il villaggio se ne va a festeggiare. Rimango solo nell’arena. C’è solo la polvere alzata dagli zoccoli delle vacche, dalle corse degli uomini, dall’eccitazione delle donne. E’ come se il paesaggio fosse avvolto in una soffice carta velina. C’è una pace trepidante. Cerco ombra sotto le acacie. Un uomo è disteso per terra, anche lui ha bisogno del riposo, il corpo è steso su un letto di foglie, la testa è appoggiata su un cuscino di legno. Mi siedo accanto a lui…

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Il settimo nodo racchiude tutti gli altri

Attraverso questi nodi, seguendo i mille fili del viaggio in Etiopia, alla fine mi ritrovo sotto un albero. La natura, ovunque, è il migliore degli architetti. Il settimo nodo del viaggio in Etiopia li racchiude. Gli alberi camminano. Dal Nord al Sud del paese. Dalle savane alle foreste, dagli eucalipti che proteggono le chiese ai grandi alberi solitari dell’altopiano. Gli alberi sono vivi. I colossali sicomori sono casa, rifugio, ombra. Crescono come giganti perché gli uomini hanno bisogno di luoghi perfetti. Le radici diventano letto, sedia, schienale. Gli alberi sono saggi: qui gli uomini del villaggio si trovano per prendere le loro decisioni, per dirimere conflitti, per passare il tempo di una festa, per giudicare, per vivere assieme il dolore dell’ultimo viaggio di un paesano. A volte, gli alberi nascondono gli amori fra due ragazzi e incoraggiano a incrinare le regole di una società machista. Sotto gli alberi si beve birra di orzo e si affondano le dita nell’enjera. Il cibo è ritmo della giornata. Nessun ospite se ne può andare senza mangiare. Gli alberi sono i fari di ogni viaggio in Etiopia. Guidano il cammino, sono alberghi delle ore del riposo, sono mete della giornata, sosta dell’andare. Nelle radure di alta quota, sopra i quattromila metri, le lobelie e le euforbie cercano di far le veci degli alberi e di guidare i nostri passi come paletti di una pista da sci. Nella foresta di Harenna, versante meridionale dei Bale, muschi e rampicanti usano gli alberi per scalare l’aria e per diventare muraglia verde. Liane cercano disperatamente di ancorare gli alberi al terreno.

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L’albero sovrano, in queste terre, è il sicomoro. La sua corteccia è pelle di elefante, la sua ombra è fitta, le sue foglie sempre verdi. E’ immortale, il sicomoro. Gli antichi veneravano gli ‘alberi maestosi’. E i moderni, contadini e viaggianti per l’Etiopia, compiono gli stessi gesti dei loro progenitori. Si avvicinano, con passi di lento rispetto, all’albero, ne sfiorano le radici, le scavalcano, le osservano, ne sono ammirati e, in qualche modo, intimoriti. Ma poi l’ombra del sicomoro è accogliente. E’ come entrare in una chiesa, in una navata circolare, in una grande casa colma di cuscini, in una sontuosa sala da ballo rurale senza pareti e con un’unica grandissima finestra aperta sul mondo. Il sicomoro invita…

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Ecco, il mio viaggio finisce all’ombra di un sicomoro. So di essere arrivato. Appoggio la schiena al tronco, me ne sento rassicurato, mi addormento.

I saluti hanno significato in Etiopia. Non possono essere frettolosi. Nella fossa dancala, gli uomini si avvicinano con lentezza e poi, all’improvviso, quasi come se fossero marionette, afferrano il braccio dell’amico e tirano la sua mano fino alla bocca. Ne baciano il dorso ossuto. L’altro, subito dopo, compie lo stesso movimento: tira il braccio e bacia la mano dell’amico. Entrambi ripetono due volte il gesto, l’affetto, l’incontro di pelle e labbra.

In altopiano, faccio un mezzo inchino e allungo la mano e con il palmo dell’altra sostengo l’avambraccio della mano tesa. E’ segno di gentilezza, omaggio, riverenza.

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Come posso salutare il grande albero che ancora mi sta proteggendo con la sua ombra? E’ ancora un gioco di mani, le alzo, gliele mostro, mi illudo che i suoi spiriti siano compiaciuti. Poggio il palmo sulla corteccia e aspetto. Il canto della terra di Etiopia mi raggiunge lentamente. E’ un brivido. E’ dolcezza ed è adrenalina. La mia pelle si elettrizza, mentre il cuore si placa. Mi guardo attorno, questa è la strada che da Lalibela si arrampica verso le terre più alte degli altopiani etiopici. L’orizzonte è privo di confini. Ma so che lo raggiungerò e che lui si sposterà. Il cielo è cristallo, le nuvole sono scomparse. L’aria è tersa. Una donna cammina lontana riparandosi sotto un ombrello nero. Questa è l’Etiopia.

 

 

 

 

 

 

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3 pensieri riguardo “Una terra instancabile/L’Etiopia di Marco Paoli

  • 11 Novembre 2015 in 20:21
    Permalink

    Caro Andrea non sai k piacere mi a fatto vedere il tuo nome su facebook ti ricordi di me sono la sig della vetreria in cercil rod ad addis abeba amiica di Maria Viarengo di torino sei venuto al negozio con dei cioccolatini auguri x i tuoi libri se ai piacere teniamoci in contatto

    Risposta
    • 11 Novembre 2015 in 21:49
      Permalink

      Ciao….come stai? Sai che arrivo ad Addis domenica….sarò ospite di Anna Dies, la conosci? Mi tratterò una settimana, poi vado in Dancalia, ma poi mi fermerò fino a dopo Natale. Ci vedremo, spero.

      Risposta
  • 23 Novembre 2015 in 18:26
    Permalink

    Mi ritengo fortunato perchè nella vita accanto a drammi e dolori immensi ho avuto anche molti privilegi e gioie altrettanto immense. La gran parte di queste le ho avute da questa terra meravigliosa e da queste popolazioni, persone donne e uomini che nobilitano la famiglia umana. Vorrei tanto che le divisioni e le tragedie che affliggono ancora questo universo diventino quanto prima lontani ricordi e sono certo che prima o poi ciò si avverererà . Conoscere e amare l’Etiopia è un imperativo categorico per tutti noi. Sono grato ad Andrea Semplici che come pochi altri sa di cosa sto parlando. Oggi registro con immenso piacere che un altro fiorentino si aggiunge con questo bellissimo libro alla nostra tribù.
    Asgamennalou e isghiaberstellin.
    Giampaolo IRTINNI (Menelik)
    FIRENZE

    Risposta

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