Dancalia/Modernità di Hamed Ela

Il risveglio di Khadir
Il risveglio di Khadir

Il vecchio Khadir (è più giovane di me) mi vede passare che il cielo si è appena schiarito in un bianco-latta. Ai confini della Piana del Sale non c’è il fulgore dell’alba. Il giorno è rassegnato, ha l’andare dell’abitudine, dell’immobilità, di una lanuggine quotidiana. Khadir fa un gesto con la mano, piega le dita e le muove verso di sé. Vieni qui. Poi tocca la stuoia che protegge le corde del suo letto. Siediti. Lo faccio. E così appare anche Mussa. Adesso siamo in tre sul letto. Khadir imbozzolato nel telo della notte. Mussa ha la forza di un’età orgogliosa. E ben tre denti d’oro. E allora lo fotografo. Lui fa il serio e chiude la bocca. Indossa uno strano cappello, quasi da prete ortodosso. Faccio smorfie e mostro i denti. E allora Mussa mostra i suoi. Poi ci diciamo le solite tre parole. Detesto non saper conversare con questa gente. Quanti racconti smarrisco. Khadir non vuole alzarsi. Entra e esce dal suo lenzuolo. Passano gli intagliatori.

I denti di Mussa
I denti di Mussa

Modernità di Hamed Ela. Fino a pochi anni fa, a quest’ora, intagliatori e cavatori sarebbero già stati in marcia verso la cava. Ora c’è un camion che li aspetta appena oltre la linea delle capanne. Camminano con la piccozza, il piccolo e strano gadmò in spalla. Non c’è alcuna ragione di tenere questo strumento dalla vaga forma di un ferro da stiro sopra la spalla sinistra, ma lì sta. Potrebbero temerlo in mano. Un braccio è piegato ad angolo retto e loro sono un po’ storti, mi appaiono come camerieri con un vassoio quasi all’altezza del viso. Il gadmò è avvolto in uno straccio, è stato affilato per ore il giorno prima. Un tempo lo strofinio del ferro sulla pietra era il solo rumore costante di Hamed Ela. Gli intagliatori sono tutti afar. Tutti musulmani. Lavoratori specializzati. Gli estrattori sono partiti prima dell’alba, hanno camminato per almeno tre ore prima di raggiungere la cava. Sono manovalanza, in genere sono tigrini. Cristiani. Non posso permettersi il camion. Vanno a piedi. Un intagliatore rinuncia a parte del suo guadagna e si paga un passaggio pigiato sul pianale di un vecchio Iveco. Il proprietario del camion aspetta in piedi di lato alle ruote. Si paga prima di salire. Venti birr, quasi un euro. Il lavoro di un mattone di sale. Il camion parte. L’uomo conta e riconta i soldi.

Il camion per la Piana
Il camion per la cava
Gli intagliatori
Gli intagliatori

C’è un’aria di ‘abbandono’. No, forse è inerzia. O forse ho un pregiudizio. Mi accorgo di scrivere sempre: ‘un tempo’. Come un vecchio, come un ricordo. La partenza delle carovane era un storia grandiosa appena pochi anni fa. Centinaia e centinaia di cammelli che si mettevano in fila e con una lenta sicurezza si allontanavano verso la Piana. Era una marcia della fatica. Una danza immobile dove le gambe degli uomini e quella degli animali si mischiavano in un rito inevitabile di ogni giorno. Adesso gli uomini non lo dicono, ma appaiono consapevoli che un’epoca è finita. E, come qualsiasi evento della vita in questa solitudine, accade con lentezza, con il senso dell’immobile e dell’immutabile che, impercettibilmente, cambia. Nessuno accelera la fine. Oggi si lavora, oggi si va, che importanza ha, se siamo gli ultimi. Nella piana c’è il sale, saremmo due estrattori invece di tre a sollevare una lastra. L’uomo del tè ha già portato le sue teiere dorate e ha cotto nel fuoco il pane duro della colazione. Per oggi andiamo, domani appartiene ad Allah.

Cammellieri
Cammellieri
La cava
La cava

Tornare al campo dei bianchi, dopo i passi nella Piana, è uno sbalzo. Qui esiste l’imbroglio del ‘programma’ e il futuro ci deve essere. Senza un futuro, noi non riusciamo a vivere e il panico si insinuo affilato nella pancia. E poi ci sono i tabù diversi. Se vai al cesso sulle pietre grigie, vedi il mondo attorno a te e pensi che tutti stiano guardando il tuo sedere che caccia via la digestione. Hai vergogna. E non ricopri la tua merda. Che subito si mummifica al caldo delle pietre. Le mosche ne approfittano. Poi c’è la nudità, il timore di un semibuio, lo svanire del sipario di quella che noi chiamiamo intimità. La comunità dei bianchi ha questo limite: mette un confine invalicabile a ciò che si condivide. Può spostarlo lievemente nel tempo di un viaggio. Oltre è difficile andare. Meglio non fare domande.

La gente di Hamed Ela si allontana con passo deciso dal villaggio con una bottiglia d’acqua in mano (la modernità) e fa un cerchio di latrine a cento metri dalle capanne.

Obama nella cava
Obama nella cava
L'intagliatore solitario
L’intagliatore solitario

Il lavoro è poco. Alle tre del pomeriggio, i cavatori sono già di ritorno. Un tempo tornavano a buio. Hanno magliette divorate dal sale e dal sudore. Hanno volti di durezza. I ragazzi non vogliono fare questo lavoro. Servono soldi per il chat. Allo stesso tempo non sono molti quelli che vorrebbero andare a lavorare ai cantieri dell’Allana Potash, la multinazionale del potassio (ebrezza del capitale minerario: mi raccontano che i canadesi, dopo anni di promesse e scintillii azionari sul web, hanno venduto agli israeliani:  i duri di Tel Aviv verranno qui, in terra musulmana, ho retropensieri che scaccio. Mezzo secolo fa furono gli americani a sistemarsi quaggiù per il potassio. Tutti pensarono che era gente della Cia che voleva stare in questo crocevia del nulla a guardarsi attorno. Gli israeliani hanno bisogno del potassio della Piana del Sale? A chi chiedere?).

Ahmed è infelice, ma lui è sempre stato ambiguo: prima faceva il barista, ora si lamenta dello small money della Allana. Duemila e cinquecento birr al mese. Appena poco più di cento euro.

Il bar
Il bar

 

Yassin è tornato dalla Piana di malumore. Ma ha cura del suo gadmò. Lo deposita nella capanna. E poi senza salutare la famiglia si lava. Non ha occhi. Sua madre gli fa un segno e allora mi vede. Deve avere qualche gentilezza per il bianco. Sorride con i denti storti. Poi si ricorda dell’altro Yassin, il nipotino appena nato. E allora sì, giuro, si intenerisce, si accuccia, e sfiora le mani minuscolo del bambino. Il neonato ha braccialettini attorno ai polsi e alle caviglie. Gri-gri contro le malignità. Aiuto ad Allah. Ha voglia di vivere Yassin e occhi immensi.

Quando mi alzo per tornare alla mia capanna, Yassin, il grande, il fratello, mi prende la borsa e mi accompagna.

Medina e il nipote Yassin
Medina e il nipote Yassin

Dopo tanti anni, ho visto le mani di Medina fermarsi. Mai avevo visto le sue mani smettere di intrecciare le stuoie. Ero certo che lo facesse anche mentre dormiva. Adesso no, prende il nipote, Yassin, in collo e quasi lo culla. Le sue mani si fermano. Si muovono solo per cacciare le mosche dagli occhi del bambino. Medina è una nonna felice e premurosa. Aisha e Auwha sorridono dietro i loro denti scolpiti e aguzzi e i segni delle scarificazioni. Ho scritto un articolo sulle mani di Medina, devo cambiarlo. Il saluto sono tre tè, due caffè e una coca. Barcollo mentre mi rialzo e non mi volto indietro.

La Piana
La Piana
La strada cinese
La strada cinese

Le parole ad Hamed Ela conquistano solidità. E’ uno dei luoghi al mondo in cui il tuo pensiero occidentale prende senso e dà significato al suono della parola. Le parole diventano una storia concreta. Si sovrappongono alla realtà. Quasi coincidono. Non del tutto, ma quasi. Qui puoi dire ‘energia’ e sai cos’è, la vedi nel caldo insopportabile, nella tua pelle, nella pelle di chi sta accanto, nell’andare degli uomini e delle donne, nella merda scoperta che hai lasciato alle tue spalle, nella polentina unta di burro in una scodella di alluminio, nella cura degli uomini per i loro figli appena nati, negli occhi di Fatuma che si copre il naso ed ora, con i suoi quindici anni, è femmina e già si appresta alla maturità, nell’incedere magro delle futa, nell’acqua da andare a prendere. Dovrei venire qui quando nessuno (nessun bianco turista) avrebbe la sventatezza di scendere nella Piana: quando il calore trasforma tutto in sale. Allora, sì le parole si fermerebbero per diventare solide. Noi amiamo Rimbaud, ma mai lo vorremmo avere casa nostra: sporcherebbe il salotto, direbbe parolacce, si comporterebbe da maleducato, insulterebbe la padrona di casa, si siederebbe per terra…e allora separiamo le sue parole (che bene stanno in un salotto come un soprammobile snob e raro) dal suo corpo. Qua, ad Hamed Ela, non è possibile. Le parole e il corpo di Rimbaud si ricongiungono e sei costretto a fare i conti con il tuo corpo e con il significato di quanto dici e pensi. Non vi è un domani. Vi è l’oggi. Con il suo caldo accecante, la sua luce senza sfavillio e il tempo immobile. Capisci anche perché la poesia di Rimbaud non si sia ammutolita in queste terre: diventò la vita. Noi dimentichiamo appena volteremo la schiena e ricorderemo altro.

Vado dai militari a bere una birra Saint George.

 

(30 novembre, confondo i giorni, ora sarò un andare avanti e indietro)

 

 

 

 

 

 

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