Dancalia/Alì delle bottiglie

As Bole
As Bole

Alì delle bottiglie ha un dente solo. Avrà sei anni. E quel dente è troppo grande per il suo viso polveroso. E’ apparso, Alì: questo capita sempre in Africa. Qualcuno appare in un luogo del nulla. Alì è apparso fra i ciottoli disordinati del torrente Saba. In un punto indefinito del canyon delle carovane del sale, la via di terra fra il grande paese di Berhale e il villaggio di As Bole, la Grande Pietra Rossa. Non dico tutta la verità: qui c’è un roccione che, a metà mattina, protegge dal sole, vi è ombra. Qui è possibile fermarsi, fare una sosta, la gente del canyon lo sa. Alì è stato un minuto da guardarci. Poi l’uomo dell’asino, il ragazzo che sta portando le nostre provviste, lo ha chiamato con un gesto, gli ha passato una bottiglia vuota e gli ha detto di raccogliere dell’acqua dal fiume. Alì lo ha fatto, poi è tornato indietro, i suoi piedi sono scalzi, lo sguardo intontito. Il ragazzo dell’asino ha usato l’acqua per lavarsi con cura avambracci, gambe, viso, naso, orecchie. E poi ha pregato. Alì è rimasto lì. Alla fine, come premio, ha avuto cinque o sei bottiglie di plastica vuote. E i nostri spaghetti avanzati: ne ha fatto poltiglia con una mano e si è messo in bocca un boccone unto e ingombrante.

Lo fotografo. E lui prova, bambino del nulla (dov’è la capanna della tua famiglia?), a fare il gesto dei soldi con la mano.

Alì delle bottiglie
Alì delle bottiglie

Il ragazzo dell’asino si chiama Hussein. Lo abbiamo ingaggiato ad As Bole. Ha sempre camminato davanti a noi. Non ha mai detto una sola parola. Sdreng, sdreng: il basto è ricavato da un bidone tagliato a mezzo. Sdreng, sdreng, contro la schiena dell’asino. Che ha una aria vecchia e muso desolato. Sdreng, sdreng: è uno dei rumori dell’Africa, qualcosa che sbatte contro la pelle di un animale. Se fossero state taniche avremmo sentito lo sciaguattare e un bum-bum ritmato come un trotto. Diciotto chilometri per portare il nostro pranzo e la nostra acqua. Arrivato al villaggio di Melabday, la nostra meta, Hussein viene pagato, infila i soldi in un risvolto della futà, volta il culo e se ne torna indietro. Senza un saluto. Non ne ricorderò il volto.

Il riparo della borgutta
Il riparo della borgutta

 

Noi bianchi usiamo aggettivi abusati: dignità, fierezza…diciamo: i cammellieri sono fieri…i cavatori del sale hanno dignità…le parole hanno perso il significato. Diremmo che un venditore di accendini senegalese ha fierezza? Sappiamo dare solidità alle parole…?

Ghebremedin
Ghebremedin

 

Penso a Ghebremedin, ‘lo schiavo del benvenuto’ (forse è una traduzione scorretta). Lo incontro al riparo della borgutta. Un altro luogo della notte, un posto dell’ombra. Qui i cammellieri fanno campo nella discesa verso la piana del sale. E’ un arhottai, Ghebremedin, guida cammelli da quarant’anni. Da quando aveva meno di dieci anni. Ha otto figli e due fanno questo mestiere che sta finendo. E’ un uomo esausto, Ghebremedin. Ai miei occhi appare esausto. Ha la pelle grattata via. Rughe come ferite. Occhi acquosi. Dice che il suo andare in su e in giù per il canyon del Saba non è mai cambiato. E’ sempre stato così. Ora è costretto a lasciare il sale al magazzino dell’associazione. Prima lo avrebbe venduto lui a mercati dell’altopiano. La sua vita è stata i passi che ha percorso per mesi e mesi ogni anno. Sale, acqua del Saba, corde, merda di cammello, fieno e borgutta, il pane che sa di farina cruda, cotto da una pietra rovente e poggiato sulle braci. Me ne offre un pezzo. Posso definire fiero, Ghebremedin? Nel palmo delle mano, sporca di farina, faccio scivolare cento birr. Gli occhi hanno uno scintillio.

Hussein dell'Hennè
Hussein dell’Hennè

 

A Melabday, affittavamo sempre la stessa capanna per proteggere la nostra cucina. La gente del paese, alla fine, se l’è presa a male: ‘Dovete affittare anche le altre capanne, anche noi vogliamo i soldi’. Dicono che ci sono storie di gelosie dietro a questa protesta. Facciamo campo attorno al presidio medico (vuoto, ma le scatole di vaccino sono state usate e c’è una contabilità dell’antipolio). E’ alto su un poggio, questo edificio. Hussein, un vecchio con la barba tinta di hennè, non ci perde di vista. Mi racconta di aver visto il mare. Ad Assab. Adesso ha la schiena rotta e si è fermato.

Il cammino del canyon
Il cammino del canyon

 

Per un piccolo tratto, guido una carovana. Il cordino che lega gli animali si era spezzato e mezzo corteo di cammelli si era fermato. Raccolgo il pezzo di corda e i cammelli mi seguono. Alla fine il cammelliere si accorge e mi viene incontro. Mi dice di continuare a guidare la sua carovana. Io in realtà tengo in mano solo la corda. Il muso del cammello mi sfiora, come se fosse stupito di vedermi accanto a lui.

Sento un dente spezzarsi. Lo recupero con due dita. Lo guardo. E lo lascio cadere per terra.

Il canyon senza carovane
Il canyon senza carovane

 

Alì (si chiamano tutti Alì?), fratello del capovillaggio di Hamed Ela, mi dice che vuole difendere le carovane. ‘Non permetteremo che arrivino i camion per prendere il nostro sale’. Due camion al giorno portano il carico di tutte le carovane di cammelli.

All’arrivo a Melabday, un altro vecchio, anche lui ha la barba arrossata dall’hennè, uno zuccotto in testa. E’ ben vestito. Cammina con i piedi nel fango. Si ferma e dice: ‘Ciao, bella’. Lo guardo controsole: ‘Salamaleikun’. E ci sbattiamo spalla contro spalla.

Derb legge un libro di storia
Derb legge un libro di storia

Curiosa scena: Derb, l’autista ha tirato fuori una sedia del campo, si è messo dietro un muro e legge con attenzione un libro sulla storia contemporanea dell’Etiopia. Davanti a lui, un uomo solitario si inginocchia verso la Mecca e sento il sussurro salmodiato della sua preghiera.

La borgutta
La borgutta

 

‘L’anno prossimo non cammini. Niente canyon. Sali in macchina, li accompagno io’, mi dice Nati. Due anni fa, me lo aveva detto anche Dini: ‘Ora basta andare a piedi’. Guardano i miei anni e la mia fatica. Il mio volto deve dire qualcosa che non metto a fuoco. Non mi dicono cosa pensano, ma è facile intuirlo. Ci sarà un’ultima volta per risalire il fiume: oramai riconosco le pietre, le pozze, il colore delle pareti franose. Guardo i ciottoli portati via dalla corrente e i massi che l’acqua ha smosso. Non riesco a immaginare la potenza di questo torrente. Ci sarà un’ultima volta. Nati mi viene incontro all’incrocio dei fiumi e si mette in spalla il mio piccolo zaino.

 

(1 dicembre 2015)

 

 

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