Dancalia, Aysa’iyta/’With a little help from my friends’

Mercato
Mercato

Amici? Sì, credo di sì. Io sono felice di ritrovarli. E’ vero, sono uomini di città, vivono ad Aysa’iyta. Ogni anno li ritrovo allo stesso posto. Non si muovono di mezzo metro. Ci vediamo all’improvviso e c’è un sorriso di incredulità. Sto cominciando a pensare che un giorno accadrà che io non verrò. Oppure qualcuno di loro non ci sarà. Poi scaccio questo pensiero e mi godo l’abbraccio, il minuto veloce che passiamo insieme, le solite chiacchiere di ogni anno. I saluti in una lingua che ignoro.

Questa è Aysa’iyta, mi dicono che significa: ‘se gridi, avrai soccorso’. Mi auguro che sia così, anche se non intravedo pericoli in questa strana città. Antica capitale del sultanato afar. Città lontana, lungo la pista che va a Gibuti. Oggi qui è sorto uno zuccherificio, ci sono le piantagioni di canna da zucchero, hanno imbrigliato le acque del fiume Awash e hanno costruito condomini per sessantamila abitanti. Stanno, al solito, buttando giù vecchie case. C’è una casa bellissima appesa al crepaccio verso il fiume Awash: è bellissima e sta crollando. E’ già crollata, abbiamo anche sognato di comprarla, una volta. La prima notte di Aysa’iyta camminiamo sempre lungo la strada principale. Chi deve partire all’alba dorme per terra accanto al bus. C’è un negozio che manda dolcissime nenie sufi. E i ragazzini giocano a calcio balilla. Un tempo vi era dipinta una bella luna gialla su un intonaco azzurro. E’ svanita con gli anni

Mahummud
Mahammud

 

Mahammud, il mercante di chiodi

Conosco Mahammud da sempre. Non so come sia accaduto. Sta in un angolo del mercato. Sempre lo stesso. Stende le sue merci per terra. E’ un ferramenta, Mahummud. Un mercante di chiodi. I suoi chiodi sono bellissimi. La loro capocchia è una giravolta dello stesso ferro della punta. Una volta ci portai uno scultore e ne comprò cento. Per fare un istrice. E’ osservante, Mahummud. Spesso ha la barba tinta di hennè e il segno di ha molto pregato in fronte. Viene dal Wollo. E’ arrivato qui quarant’anni fa. Indossa una collana di grani. Gli riporto sempre le foto scattate l’anno prima. A volte lo sorprendo, altre volte mi vede da lontano e mi sorride. E’ stato malato, quest’anno. Ha avuto la ‘malattia dello zucchero’. Prende delle pillole. Ma non ha potuto viaggiare. Aveva pochi chiodi, questa volta, e il viso stanco. Suo figlio lavora allo zuccherificio. Sogna di andare all’università.

 

Mohammed, amico di Ahmed
Mohammed, amico di Ahmed

Ahmed, la sura del viaggiatore

Il vecchio Ahmed (avrà la mia età) dorme fra i pilastri della moschea. Stracci per terra, un cuscino, il leggio per il Libro. Ha viaggiato per il Corno d’Africa. E, alla fine, ha deciso di tornare a casa. Ha scelto di vivere da saggio. Senza niente. Solo un pagliericcio. Mi appare sereno, tranquillo.

Cerco sempre di entrare in moschea. E sempre accade che un ragazzo si arrabbi e ci voglia cacciare. Non riesco a spiegargli il mio interesse per l’Islam. Lui grida e minaccia. Arrivano i vecchi, arriva Ahmed. Mi sorridono e calmano il ragazzo. Che non si convince, ma si rassegna a noi, intrusi nella moschea. Se non se ne va (mi attraversa sempre il pensiero che vada a cercare amici per prenderci a botte), siede scontroso in uno spigolo. Ci sfioriamo con gli occhi.

Ci sediamo attorno ad Ahmed e lui recita per noi la sura del viaggiatore. E’ un momento di bellezza.

Quest’anno Ahmed era via. Al mercato, credo. C’erano le sue cose. C’è ancora, per fortuna. E’ stato un altro vecchio a difenderci dal ragazzo arrabbiato. Ha voluto essere fotografato, sa che io riporto le foto. Ci ha lasciato stare un po’ lì, in silenzio. In una preghiera di silenzio.

Ahmed ha indosssato una giacca elegante. Un’imprevista giacca di tweed sulla giallabia. E’ venuto a salutarmi all’ora di pranzo. Spalla contro spalla. Salamaleikun. Maleikusalam. Volevo che mangiasse con noi. Non poteva, non era sicuro di come era sta macellata la capra che stavamo mangiando.

Abebe
Abebe

 

Abebe, l’uomo della poste

Ho visto crollare negli anni l’ufficio postale. Un tempo vi era l’insegna, oggi questo grande cartello giallo tappa il buco di una finestra rotta. Ci sono sempre capre in coda. E c’è Abebe. E’ arrivato qui nove anni fa. Cosa avevi fatto di male, uomo dell’altopiano, per essere mandato quaggiù? Il tuo ufficio è uno sgabuzzino. C’è una cassaforte che intralcia ogni tuo gesto. Ti dico: dai, la spostiamo di lato, siamo in tanti, ce la facciamo e così starai più comodo invece di contorcerti ogni volta. Niente da fare, non vuole. Oramai colleziona le mie foto. Compro francobolli. Ho portato cartoline da Addis Abeba, solo per imbucarle qui, le affido ad Abebe, che mi passa la spugnetta per incollare i francobolli. Me ne dà sempre tre o quattro, ha imparato che mi piace riempire le cartoline di francobolli. E’ assurdo tutto questo. Le cartoline dopo un paio di mesi arrivano. A volte, due incollate una all’altra.

Assefa
Assefa

 

Assefa e il Basha Hotel

Che non mi senta chi ho portato fino a qui e poi gli ho detto: ci passiamo due notti. E lui mi ha guardato incerto fra la disperazione e la rabbia da turista. Dormiremo sul tetto, gli dico (e adesso è sempre più disperato, ma gli passa dentro un’idea di sorpresa). Ci sono letti con le zanzariere celesti, nella notte un asino raglierà svegliandoci tutti di soprassalto, canizze si inseguiranno nel buio, grandi uccelli verrano a curiosare, gli ippopotami sguazzeranno nelle acque barrendo alla luna (gli ippopotami barriscono?). E poi le stelle, la notte africana, le zanzare, l’Awash. E due soli cessi poco invitanti. Due docce che vanno con il sole. E le loro porte che cadono lasciandoti nudo. Ma la patatine fritte del Basha Hotel sono una meraviglia. E’ il più bell’albergo dell’Etiopia. Che non mi senta chi preferisce un polveroso hotel nella capitale della Dancalia. Si perde l’incanto della notte. Ho incontrato Assefa venti anni fa, quando sono passato qui la prima volta. Allora il Basha Hotel era la nostra avventura dancala. Funzionava persino il generatore. Oggi c’è la luce pubblica. E c’è una veranda. E la birra ben fresca. Non so cosa abbia combinato Assefa per finire qua, viene da Addis Alem, terra degli oromo, credo. Ma lui deve essere amhara. Terra lontanissima, terra degli altopiani. Non so cosa lo abbia spinto a emigrare fino a qui. Sua madre, per la foto, indossa l’abito degli altopiani, la veste elegante degli amhara. Assefa dice: ‘You are in my family’. So che è un duro, mi deve aver preso in simpatia.

Jamal
Jamal

 

Jamal, il sarto

C’è la strada dei sarti. Jamal è grande e grosso. Non so come faccia a manovrare la sua macchina da cucire con quelle mani da spaccatore di pietre. Lo scorso anno affidai a lui la mia camicia da ridurre a mezze maniche. Indossava una maglia dell’Inter. E per questo lo fotografai. Quest’anno è sempre lì, volevo un borsello, ma non aveva voglia di farmelo. ‘Too long’. Allora abbiamo chiacchierato un po’. Ha cambiato squadra: è passato all’Arsenal.

Abdul Khader
Abdul Khader

 

Abdul Khader, l’allevatore

Ha un sorriso da dentista, Abdul Khader. E due mogli nello stesso recinto, due capanne una accanto all’altra. Vive in un villaggio famigliare. Nego, si chiama, se ho ben capito. Vicino a uno dei canali dell’Awash, quasi in fondo alla strada che si interrompe solo fra i coccodrilli del lago Afambo. Ha vacche e capre, Abdul. Ora stanno tornando nei loro ripari in nuvole di polvere. Una delle mogli ha tre figli e venticinque anni. Mi fa entrare in casa anche se il marito non è ancora tornato dal mercato. Eccolo, Abdul, si è fatto una decina di chilometri a piedi pur di andare al mercato. Lo avevo già incontrato. E’ felice di vedermi come se fosse il suo giorno fortunato.

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