Lalibela, Etiopia/Strategie di sopravvivenza al Natale

Pellegrino in cammino
Pellegrino in cammino

Alla fine torno a Lalibela.

Ultimo Natale. Ultimo dei tre Natale di questo inverno che non è stato tale. Notte fra il sette e l’otto di gennaio. Data strana, una conseguenza dell’anno bisestile, mi spiegano, discussione teologica, immagino. Nella città dei santi e dei turisti, il Natale ortodosso, quest’anno, si celebra con un giorno di ritardo rispetto al resto dell’Etiopia e del mondo del cristianesimo orientale e africano. Ultimo Natale: dopo il Mawled dei musulmani e il giorno sacro dei cattolici, bisogna venire a Lalibela, cuore dell’altopiano, per assistere a un’altra nascita divina e profetica. Un tempo città inaccessibile, l’antica capitale dei regni zagwe, oggi aeroporto a tredici chilometri di distanza. Bisogna venire a piedi per avere la benedizione di questo re del Medioevo africano che la chiesa cristiana più potente del continente ha voluto santo nonostante appartenesse a una dinastia ribelle ai Salomonidi. Troppo complicata la storia di questo paese. Lalibela riesce ancora a stupire per il suo mistero. Nonostante che i nuovi templi siano i grandi alberghi sorti nel bilico del suo costone. I pellegrini, oggi, rinunciano, in grande maggioranza, alla benedizione sacra di Lalibela e arrivano con centinaia e centinaia di bus fino alle pietre delle grandi chiese. A loro non saranno lavati i piedi.

Pellegrini
Pellegrini
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Le montagne del Lasta
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Habte Marian benedice i pellegrini di fronte alla chiesa di Yemrehenna Kristos
Togliersi le scarpe
Togliersi le scarpe

Folla di pellegrini. Lo stradone di Lalibela è un ingorgo di uomini e donne. Mercati improvvisati. Croci, bastoni sacri, trombette, Bibbie in formato microscopico. Ogni cosa ha un senso, un significato. Ma questa volta non indago. Afferro il sapore del sudore e della talla, la birra di orzo e grano e luppolo, che dà un gusto acido all’aria. E poi l’odore della merda. Hanno scavato un campo, ai confini delle chiese, come latrina. Fosse rettangolari, lungo due metri e larghe mezzo metro. I pellegrini si accucciano e gli shamma ingrigiti coprono il corpo. Rimane l’odore pungente che vola verso la folla in cammino.

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La cerimonia del Natale nella chiesa di Biet Mariam
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La notte di Biet Mariam

 

Notte di Natale. Un uomo, avvolto nella tunica gialla dei monaci, non si arrende: vuole conquistare la prima fila. Natale avviene in un angolo di Biet Mariam, la chiesa di Maria. I preti, i debtarà, gli abuna vestiti di nero, i monaci passano lì la notte nel trance delle preghiere, delle nenie, dei canti, nel rullare monotono dei grandi tamburi, nell’ondeggiare degli ombrelli di velluto e filo dorato. E un uomo sta passandomi fra le gambe, come un gatto, pur di infilarsi verso la prima fila, cerca un pertugio senz’aria, un cammino sotterraneo fra i nostri corpi. I corpi che si pigiano un con l’altro in un abbraccio di sudore e sonno, in un dormiveglia sacro. Attorno è un salmodiare eterno. Altri corpi hanno conquistato la pietra e dormono imbozzolati nel loro abito-lenzuolo. L’uomo si incastra fra me e una donna e non viene più su.

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Tarreke, ‘ha fatto la pace’, nella notte di Lalibela
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La preghiera nella notte
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Le luci dell’alba

 

Tarreke (ma mai sono certo della trascrizione) è lì, nel corridoio d’ingresso a Biet Mariam. Mezzanotte è passata. Nel Natale ortodosso, Cristo nasce all’alba nel gridìo delle donne e nell’ondeggiare dei preti sui bordi della trincea al suono dei sistri. Mancano ancora molte ore. Cristo nasce con il canto dei debtara e la loro danza immobile: è il beza-kullo, che ‘la grazia sia per tutti’.

Tarreke è venuto in bus, sa che non avrà la benedizione di Lalibela, nemmeno a lui saranno lavati i piedi. Ma è venuto. Da Debre Marcos, dal Goggiam, la dove il re che sarà santo venne umiliato dagli altri studenti, ottocento anni fa. I pellegrini di quella regione cercano un perdono a una colpa perduta nei secoli. Tarreke (mi dicono che vuol dire: ‘ha fatto pace’) accende una candela e ascolta il canto: ‘Questa è la via, all’alba nascerà’. Mi lascia un indirizzo, da incollare sulla busta se un giorno vorrò mandargli le foto.

I cellulari
I cellulari
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Le mani

Si accendono le candele.

Le candele
Le candele

 

Si accendono i cellulari, gli Ipad (questo ce l’hanno solo i monaci con abiti da lusso). Ci sono soldati con Ak47 e fucili mitragliatori. Impalati sui confini delle trincee di pietra delle chiese. Occhiali neri, scultorei, muscoli che pigiano contro la camicia. Nemmeno una piega delle labbra. Cosa se ne fanno di un fucile in mezzo a migliaia di pellegrini? C’è anche un uomo in giacca e cravatta che ha un fucile-mitragliatore. Accanto alle grandi croci in argento. E’ la nuova iconografia del giorno santo dei cristiani.

L'attesa
L’attesa

 

Penso alle prime pagine de ‘Il Regno’ di Emanuele Le Carrère. Ho pensieri strani. Davvero questa moltitudine crede a un uomo divino nato da una dona vergine? Per gli ortodossi d’Etiopia è così, me lo spiegò anni fa un erudito italiano: due nature del Cristo, ma talmente avvinghiate una all’altra da essere solo una. E’ la favola cristiana d’Africa. Sto bene stretto fra questa gente. La mia gamba si è inceppata, non riesco a smuoverla. Ho una candela in mano, la passo ai miei vicini e li fotografo. Stanno al gioco. Loro mi fotografano con Samsung che assomigliano a grandi saponette.

L'alba
L’alba
Pellegrinaggio a Biet Merkurios
Pellegrinaggio a Biet Merkurios

Mitologia dei ladri. Misgan, la nostra guida, ci mette sull’avviso: quei ragazzi parlano di soldi da prendervi. Pellegrini e ladri, devoti e curiosi, gente che si affolla e uomini chini nella lettura di Bibbie lillipuziane. Mani che cercano portafogli distratti. Mani che si incrociano nella preghiera. Bianchi che si spingono in questa follia e subito diventano visibili come fari nella notte. Uomini e donne che si riconoscono in una fede. Sono incerto: forse faccio il tifo per i ladri. Mi giunge notizia di carte di credito sparite e di Iphone volatizzati. Che volevano farci qua in mezzo?

Beza-kullo
Beza-kullo

 

Beza-kullo. Che la grazia sia per tutti. I preti ‘more educated’, con manto nero ed eleganza oscillano al tintinnio dei loro sistri e al ritmo dei loro corpi. Un tamburo viene battuto per ore senza che ci un solo sbalzo, ossessione di mono-tonia. I diaconi, dalle vesti bianche e uno scialle dalla striscia rossa avvolto attorno al corpo, si muovono come una risacca che va e viene. Per sempre. E’ alba, Cristo risorge ancora una volta, il sole illumina le montagne. Perfino le sedie da vescovo vengono portate sull’orlo della trincea che nasconde la chiesa: vi siedono gli abuna con vesti nere o immacolate. Ci sono ministri, presidenti, governatori. Per questo i fucili. Il canto dei preti è indifferente e continua a celebrare la nascita con suoni ipnotici. Siamo in piedi, storditi dalla stanchezza, dalla notte, dalla folla, dalla follia.

La pietra di Lalibela
La pietra di Lalibela

 

Mi piace scoprire che riesco a camminare dopo le ore passate accucciato. Ora ci sarà una colazione con frittata e tè. La cameriera si chiama Itagè, come la regina, come l’imperatrice, e indossa l’abito con i bottoncini degli agaw. Mi piace non avere pensieri. Guardo i pellegrini che riprendono il loro cammino, sento gli autisti dei bus che suonano i clacson come per cambiare il ritmo del tamboro che insiste a essere percosso, lassù, a Biet Mariam.

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