Timkat, Etiopia/Una storia di acqua e di occhi

 

Lo sguardo del prete che porta la Tabot
Lo sguardo del prete che porta la Tabot

Ho visto un prete guardarmi con occhi di cui non so dire. Non c’era sorpresa nel suo sguardo. Nemmeno diffidenza o ostilità. Non era incuriosito. Ma non mi perdeva di vista. Occhi bianchissimi su un viso nero. Pupille come l’ombra di un albero. Mi guardava senza chiedersi. Forse seguiva la mia ‘diversità’.

Le donne suonano il tamburo
Le donne suonano il tamburo
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La processione per l’unico sentiero di Debre Sina

In quei primi metri, appena usciti dalla piccola chiesa circolare, ero il solo bianco che stava seguendo la processione del Timkat nell’isola di Debre Sina, una delle cinque del lago Ziway, Rift Valley etiopica. Quel prete, scuro, con una barba caprina, aveva un compito importante: stava trasportando sulla testa, coperta da broccati rosso vermiglio e velluti dorati, la tabot, la Tavola della Legge, o, come raccontano, la replica dell’Arca dell’Alleanza, segno e simbolo del cristianesimo etiopico. Usciva dal luogo più sacro della chiesa. Qui, in mezzo al lago, quella Tavola stava per compiere un viaggio avventuroso: avrebbe raggiunto la costa meridionale del lago, i prati di Womecha, per passarvi la notte. Il prete mi fissava, mentre camminava con quell’oggetto prezioso in testa. Io guardavo lui. Cercavo di fotografarlo. Anche io non lo perdevo di vista. Io sì, ero curioso dei suoi pensieri.

Il lago Ziway
Il lago Ziway

 

Timkat è la festa più importante del calendario cristiano dell’Etiopia. E’ l’Epifania. Non ricorda l’arrivo dei magi a Bethlemme, ma il battesimo di Cristo nelle acque del Giordano. Per questo volevo essere lì: in riva a un lago, dove l’acqua torbida sarebbe stata benedetta da una croce. Era un Timkat rurale, solitario, lontano dai fasti delle grandi città o dei luoghi santi dell’Etiopia. Avevo affittato una barca di metallo dal fondo piatto e avevo raggiunto l’isola di Debre Sina, il monte Sinai. Là vi era una piccola chiesa e vi abitavano pochi monaci e preti. Fra cui, il piccoletto che continuava a guardarmi.

I tappeti davanti alla piccola processione
I tappeti davanti alla piccola processione

 

Il sole giocava con nuvole polverose (nelle foto avrei reso vivacità alla polvere). Era tempo di cominciare il viaggio. Metà del pomeriggio, le donne lo sapevano e avevano impugnato il grande tamburo per accogliere la tabot fuori dalla chiesa. I preti erano apparsi illuminati dalla luce di un tramonto ora sì scintillante. Gli uomini si erano mossi: i piedi di chi portava la Tavola sacra non potevano toccare il suolo dell’isola. Vi erano quattro tappeti e una stuoia. Gli uomini se li passavano in una staffetta disordinata, sudando copiosamente: dovevano stenderli davanti alla processione dei preti, era una manovra instancabile, faticosa, il piccolo corteo avanzava in un sentiero stretto e malmesso. I tappeti dovevano precederlo. Bisognava raggiungere la radura in riva al lago dove una barchetta stava aspettando. La gente batteva le mani, le donne facevano rimbombare i tamburi.

Gli uomini tolgono i sassi, un gesto inutile e prezioso
Gli uomini tolgono i sassi, un gesto inutile e prezioso

 

Altri uomini e ragazzi compivano un’impresa santa e inutile. Toglievano sassi e pietre davanti alla processione. Erano centinaia e centinaia, i sassi. Loro cercavano di raccoglierne quanti più possibile e li lanciavano oltre il confine del sentiero. A volte scalzavano una pietra più grande e la toglievano di mezzo. Ne restavano comunque molte, tutte direi: era un cammino di soli sassi. Ma anche io mi chino e afferro due sassi e li getto di lato. Il gesto inutile. Da fare.

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Erba fresca per accogliere la Tabot
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La barchetta della Tabot salpa

 

Erbe appena tagliate accolgono i piedi dei preti sul fango della spiaggia. Vengono lanciate al loro passaggio. Una barchetta minuscola, di legno verde, fragile e vecchia aspetta lo strano corteo di ombrelli e vesti sacerdotali. I preti salgono con qualche ondeggiamento sulla piccola imbarcazione. Due uomini spingono. Missione compiuta: i loro piedi non hanno toccato terra. Un solo rematore si mette alla fatica. Il peso dei preti (i più vecchi e grossi stanno a poppa con gli ombrelli e la tabot: la barchetta sembra sprofondare nelle acque, riemerge, è obliqua, inclinata di lato). Davanti due diaconi vestiti di bianco, gli ombrelli sono una cupola protettiva, quasi un guscio di velluti. Con un secchiello, un diacono butta fuori l’acqua che invade il fondale dell’imbarcazione. Il rematore si dà da fare in maniera scomposta, la barchetta quasi zigzaga. ‘La barca deve essere tradizionale’, mi dice un ragazzo che mi vede con pensieri addosso.

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Navigazione
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Flottiglia di barche attorno alla Tabot
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Pellegrini lacustri e smartphone

 

Flottiglia di barche. Barche di metallo. Barche di legno. Barche del lago. Alcune stanno cercando di affondare sotto il peso dei passeggeri, ragazzi remano con frenesie, barche piene di fedeli (con smartphone e macchine fotografiche). Barche con tamburi. Altrimenti si batte sulla chiglia di ferro. Si canta. Le onde danzano e le vesti dei preti sono fradicie. I diaconi non smettono un minuto di gettare acqua fuori dalla barca. Pende su un lato, il legno dei preti. L’altra Tabot aspetta in mezzo al lago, proviene dall’isola di Gelila. Aspetta con la sua piccola flotta di barche devote. Alcune piroghe ci vengono incontro. Qua si pagaia sopra due legni incrociati a punta: quasi una sfida alla fisica delle acque, la piroga sta a galla, le gambe e il culo del rematore è a mollo. C’è vento, fa quasi freddo, le barche ondeggiano. Chi ha il motore fa cerchi attorno agli ombrelli che sembrano emergere dalle acque di fango. E scuote ancor più le barchette dei preti. Corteo irreale. Corteo lacustre.

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La piroga ci viene incontro
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Attesa a Womecha

 

Lo sbarco a Womecha della Tabot
Lo sbarco a Womecha della Tabot

Folla sulla sponda di Womecha. Prateria verdissima. Grandi alberi che affondano radici aeree nell’acqua. Luogo bellissimo. Da solitudine, pascolo di lago. Aquile dalla testa bianca fanno piroette nel cielo. La gente aspetta le barche sacre. C’è un abuna vestito di nero. Sotto l’albero. Qualcuno ha portato i tappeti. Si srotolano davanti ai preti. Ragazzi con i bastoni, fatti di birra locale, corrono urlando e fanno prove di battaglie in difesa delle Tabot (ora sono ben tre). Ridono, ma si danno legnate pericolose e violente. Un vecchio viene a salvarmi. I preti gracchiano i loro canti con voce che è carta vetrata su una lavagna. Processione fino a una tenda biancastra, bandierine appese al vuoto, cinque pullman di pellegrini, un Cristo che bussa alla porta. Sarà notte di dormiveglia sacro. Il cielo diventa un lenzuolo trasparente, sbiadisce nel grigio opaco, con una lentezza, da una nebbia di luce all’oscurità di una polvere sospesa.

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Gli uomini dei bastoni
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Gli uomini dei bastoni
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La tenda della Tabot
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Alba

 

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Alba

 

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Alba
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Il mattino
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Preghiera
Prega appoggiato al grande albero
Prega appoggiato al grande albero
Si prostrano a terra
Si prostrano a terra

 

Preghiera
Preghiera
Davanti al Cristo che bussa
Davanti al Cristo che bussa

 

L’alba non sorprende. Ha altrettanta lentezza della notte. La messa è stata infinita. I fedeli dormono avvolti in sacchi a pelo e gabì bianchi. Coperte attorno al quadrato dei bus. Una donna si alza a legge un libro sacro. L’altoparlante rimanda la voce dei preti invisibili. Un uomo prega appoggiato a un grande albero. Altri uomini non si avvicinano. Si prostrano da lontano. Una donna fissa senza vederlo il Cristo che bussa, vestito con un manto elegante, a una porta. I bambini spuntano la testa da sotto le coperte e si risistemano i vestiti. Questa è un’attesa. Non c’è la meraviglia del sole. Nuvole senza colore lo nascondono.

Verso il luogo del battesimo
Verso il luogo del battesimo
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In cammino verso il luogo del battesimo
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La barchetta con le candele
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Benedizione
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Benedizione
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Benedizione incrociata

 

Attesa de battesimo. Dell’acqua. Si lascia passare l’alba, si lascia che il sole finalmente si decida ad apparire e riscaldi il cielo, il vento soffia dal lago e il freddo è intenso. Processione fino a dove fiume e lago si ritrovano. Gli uccelli volano via, quattro aquile dalla testa bianca fanno coppie su un grumo di erbe galleggianti. I preti cantano, pregano, fanno funzionare un generatore, megafoni e microfoni graffiano l’aria che ha il taglio del vetro. I preti ruotano su loro stessi, croci di legno, vangelo che racconta di Giovanni, facciamo golfo attorno a loro. Siamo cento persone. I preti si arrotolano i pantaloni alle ginocchia. Una donna si spoglia, passa le vesti alla figlia, rimane in mutande e si tuffa urlando. Nessuno si volge da quella parte. Lei nuota lontano, riaffiora dalle piccole onde.

Bagnati
Bagnati

 

 

Tre preti in mezzo al fiume che è lago. Le vesti sacre annodate in vita, il microfono penzola sull’acqua, la grande croce di legno diventa simbolo e forza. Va verso il cielo, si genuflette verso l’acqua, la sfiora, si rialza, un bambino ha una barchetta di candele (si spengono subito e il legno affonda). La croce viene immersa, la testa del prete, grande e grosso, è piegata verso l’acqua. Benedizione, gocce che grondano, urlo delle donne, trionfo, il miracolo. Due preti, il vescovo e gli occhi di chi portava la tabot, ora si guardano. Sono uno di fronte all’altro. Fanno scivolare le mani in due piccoli secchielli, si schizzano l’acqua in viso. Battesimo. Con gentilezza.

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Battesimo
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La gioia del battesimo
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La gioia del battesimo
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Lancio dell’acqua
Battesimo
Battesimo
Battesimo
Battesimo

 

E poi è il battesimo di tutti. Uomini in mutande si tuffano. Donne vestite. I due preti lasciano ogni serietà e prudenza, scelgono la felicità. Prendono i loro secchielli, li affondano nell’acqua. Io metto al riparo una delle macchine fotografiche, so cosa sta per accadere. Non mi muovo, prometto di non muovermi, ma faccio un passo di lato, al riparo della spalla di una donna. Ecco, l’acqua, il suo schiaffo, la sua bellezza, il suo freddo, il suo volo. Acqua sui capelli, sulla faccia, sulle gambe, sul petto. Schizzi che fanno stelle bianche sul vetro dell’obiettivo. La gente si spinge. Acqua sulle nostre teste. L’abuna lascia la battaglia con un sorriso da gentiluomo. Giurerei che fa un inchino. Rimane il prete che mai ha sorriso. Quello con la barba da capra. I suoi occhi sono un ebbrezza quasi ubriaca. E’ felice come un monello. Sa di stare combinandola grossa, ma, dalla sua, ha la benedizione divina. Questo è un battesimo. La gente porge il capo, si china e lui versa sui capelli l’acqua che sa di fango. Altri puntano avanti il viso verso la minaccia e lui ride, riempie il secchio e slancia il lago verso gli occhi, il naso, la bocca, le vesti di chi è lì davanti. Rito sacrificale. Attorno è bagno collettivo. I bambini piccoli strepitano, ma i genitori li portano in prima fila, a prendersi l’acqua in faccia. E’ fanciullezza pura. E’ gioco. E’ bellezza. Ci nascondiamo uno dietro l’altro, sono fradicio fino ai calzini, poi ci scopriamo: prendimi, prete, sono qui per la tua acqua, per il tuo battesimo felice. E i suoi occhi ridono, ridono, ridono come un clown allegro. Non esce dal lago, sta lì. Stanchissimo, esausto, le braccia mollate, le vesti sacre bagnate. Lasciamo che l’acqua ci scivoli addosso. Porgo la mano a un uomo grosso, si era dato molto da fare con i tappeti. Ora è felice. ‘Grazie’, gli dico. E incrocio i miei occhi con quelli del prete che se sta lì, i piedi nell’acqua, e il secchiello vuoto in mano.

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