Granada, Nicaragua/Il tentativo della poesia

 

Bienvenido poetas del mundo
Bienvenido poetas del mundo

Guardo la carta geografica del Nicaragua. Cerco Jinotega. Cittadina delle montagne, nel Nord del paese. Lontana dalle sponde del Grande Lago. Lontana da dove mi trovo.

Al mattino, nei giorni della poesia, incontro sempre Josè Domingo Romero Castillo. Viene da Jinotega. Ha occhiali spessi, capelli bianchi, una camicia azzurra. Seduto su un gradino di piazza de los Leones, di fronte alla Casa de los Tres Mundos, quartier generale del Festival della Poesia, mangia riso e fagioli, cibo nazionale in questo paese. Qua lo chiamano gallo pinto (che bel nome: sta per ‘gallo maculato’). Josè ha un solo paio di pantaloni. Nient’altro oltre a quello ha indosso. Ma so che nella sua borsa di tela c’è un piccolo libro dalla copertina bianca, stropicciato da troppe letture. E’ povero, Josè. Poverissimo. Tre anni fa, questo contadino di sessanta anni seppe che i poeti del mondo, los poetas del mundo, si incontravano a Granada, la più antica città coloniale del Centroamerica, città del lago Nicaragua. Decise che era tempo di prendere una corriera. Il primo viaggio della sua vita. E’ qui anche quest’anno. La poesia fa muovere i contadini in questa terra. E Josè è un poeta. L’ho conosciuto a un taller de poesia, a un seminario per apprendere l’arte della creatività. Era seduto accanto a me. Per una settimana, ci siamo incontrati tutti i giorni in attesa di ascoltare i poeti.

Managua, cafè de poetas. Ritratto di Ernesto Cardenal
Managua, cafè de poetas
Ernesto Cardenal
Ernesto Cardenal
Josè Domingo Romero Castillo
Josè Domingo Romero Castillo

Gli dico che sono di Firenze. A Josè brillano gli occhi: ‘La città del pittore Leonardo’. Un momento di silenzio. E poi ricorda Mastroianni, Giuseppe Verdi e Sofia Loren. Nell’ordine. Mette una mano nella sua borsa: ‘Posso leggerti una poesia?’. Cerca i versi di Roma. Non li trova e allora mi invita a sedermi, lui sta in piedi davanti a me e legge: ‘Tambièn en el trono/celestial, los Angeles tocan/para nuestro Rey’. E mi parla di Tchaikovsky Paul Muriatt, Ray Coniff, Bethoven, Mozart, Bach. Il poema è ‘La Musica’. Lo ascolto con un soprassalto di emozione. Josè, un contadino di Jinotega.

Ruben Darìo al mercato di Granada
Ruben Darìo al mercato di Granada
Granada, murale
Granada, murale
Il poeta di fronte alla chiesa di San Francesco
Il poeta di fronte alla chiesa di San Francesco

 

Ogni anno, nell’estate centroamericana, stagione secca, metà febbraio, una piccola folla di poeti arriva a Granada da ogni parte del mondo per recitare, dire, gridare, sussurrare le proprie poesie. Una settimana di festival. Le parole scorrono per le piazze, per i chiostri delle chiese, per le strade, sui gradini dei monumenti, fra le bancarelle del mercato. In centinaia e centinaia ascoltano i poeti che, in giorni che non conoscono sonno, regalano ore di felicità.

Casa de los tres mundos
Casa de los tres mundos

 

A notte, vedo i ragazzini di strada fermarsi, con la loro aria da bulli, i berretti arrovesciati in testa, gli sguardi duri, davanti al palco dei poeti. Stanno lì. In piedi. Le braccia conserte. Senza un sorriso. Ma non si perdono una parola. Vedo donne, ragazzine, uomini in giacchetta e cravatta, gente del mercato, impiegati, autisti delle corriere stare a sentire, per ore, i poeti raccontare le loro storie. Ascoltano, quasi intontiti dagli incomprensibili scioglilingua, poeti che recitano in sloveno, in cinese, in italiano, in occitano. E ho visto decine e decine di poeti sconosciuti mettersi in fila davanti ai microfoni dove chiunque poteva dire i propri poemi.

Giovani a Dirià
Giovani a Dirià
Fabrica de poemas
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Un mattino, nel parque di Granada, cinque poeti hanno sistemato alcuni piccoli tavoli, offrono gratuitamente poesie ai passanti. E’ un miracolo: si fermano venditori ambulanti di occhiali, turisti, donne di casa, studentesse, mendicanti, bancari appena usciti dall’ufficio. Jairo chiede una poesia d’amore per Violeta. Solange, giovanissima, vuole versi sul ‘cercare’. Marta domanda un poema sulle donne del Nicaragua. Un’altra chiede un ringraziamento per il ritorno a casa del figlio. Questa è la fabrica de los poemas. A decine si siedono per avere la loro poesia. Confessioni personali che diventano versi in pubblico.

La fabrica de los poemas, Jairo, poesia per Violeta
La fabrica de los poemas, Jairo, poesia per Violeta
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Carnival poetico de Granada

Ci devo credere, allora: in questo piccolo paese dell’America Centrale, il Nicaragua, la poesia è parte della vita. E’ nell’aria. I versi accompagnano i giorni importanti, la vita quotidiana, i desideri, gli amori, i dolori, gli entusiasmi, la lotta, le sconfitte. Avrei dovuto saperlo: anni fa, Pablo Neruda, il poeta sommo del Latinoamerica, aveva già scritto: ‘Il Nicaragua è terra di poeti’. La sua Rivoluzione, alla fine degli anni ’70, la Rivoluzione sandinista che abbatté una dinastia di tiranni durata quasi mezzo secolo, fu guidata, anche e soprattutto, dai poeti.

Chiesa a Granada
Chiesa a Granada
Pittore alla casa de los tres mundos
Pittore alla casa de los tres mundos

 

Leggo le statistiche sul Nicaragua. Ho sempre dubbi sui numeri che fotografano un paese. Poco più di sei milioni di abitanti. Due milioni e mezzo vivono nelle campagne. L’agricoltura è la prima fonte di reddito. Mais, riso, fagioli. 132esimo paese (su 187) nelle classifiche dell’indice dello sviluppo umano. Un terzo della popolazione vive con meno di due dollari al giorno. Il 63% dei contadini sono considerati poveri. Il reddito medio non raggiunge i 150 dollari al mese. Il Nicaragua, dopo Haiti e Guatemala, è il terzo paese più povero del Latinoamerica. E questo stesso Nicaragua ha desiderio, tempo, passione per la poesia. Uomini e donne, qui, si incantano per le parole. Ci si innamora con i versi. I poeti scatenano tifo da stadio. All’uscita dall’aeroporto di Managua, assieme alla statua all’eroe nazionale, il ribelle Augusto Sandino, l’uomo che, per primo, ottanta anni fa, sfidò le oligarchie centroamericane, vi sono le poesie di Rubén Darío, il cantore principe del paese, il poeta che, fra la fine dell’800 e i primi del ‘900, scardinò la lingua spagnola ‘per entrare nell’aria del mondo’. In città, la sua statua si arroventa al sole, assieme a quella di Sandino, davanti al Palacio Nacional. I suoi ritratti sono ovunque. Nei negozi, nelle case, nelle scuole. I suoi versi sono appesi, come uno slogan, sul frontone della vecchia cattedrale di Managua, spossata da due terremoti: ‘Si una patria es pequeña, uno grande la sueña’. ‘Se una patria è piccola, uno la sogna grande’. I bambini del Nicaragua leggono Darìo. Lo amano. Lo ripetono. E io penso a quanto noi, ragazzini italiani, abbiamo detestato Carducci.

Gioconda Belli
Gioconda Belli
Carneval poetico di Granada
Carneval poetico di Granada
La fabrica de los poemas
La fabrica de los poemas

‘I poeti, da noi, sono venerati’, scrive Gioconda Belli, 67 anni, grande scrittrice nicaraguense. Sergio Michilini, 67 anni, pittore friulano, muralista, migrato in Nicaragua trent’anni fa, ha dipinto un quadro dove Darío e Dante si sfiorano con le loro penne in mano.

Mejija Godoy
Mejija Godoy
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Ernesto Valle
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Poetas

 

Salman Rushdie, lo scrittore indiano, venne qui nel 1986 e non fece altro che incontrare poeti che avevano fatto la Rivoluzione. Lo raccontò con la passione di un cronista militante. I poeti, allora, erano ministri e dirigenti, uomini e donne che cercavano di ricostruire un paese. Nel primo governo sandinista tutti scrivevano poesie. Persino il ruvido Tomás Borge, ministro degli interni, scrisse come suo primo discorso una poesia: ‘Mi venganza personal/será el derecho/de tu hijos a la escuela y a los flores’. ‘La mia vendetta personale/sarà il diritto/dei tuoi figli alla scuola e ai fiori’. Alla fine di una feroce guerra civile, Borge invitava al perdono e alla condivisione. In quel governo c’erano tre preti: Ernesto Cardenal, monaco e poeta, candidato al Nobel per la letteratura, era ministro della cultura (in un paese devastato si pensava anche alla cultura!); suo fratello Fernando, gesuita, all’istruzione; Miguel D’Escoto, della congregazione missionaria Maryknoll, agli esteri. E Cardenal pretese che il diritto alla poesia fosse inserito nella canasta basica, l’elenco dei beni di assoluta necessità per gli uomini e le donne del Nicaragua, promosse i talleres de poesia, seminari che si svolgevano negli ospedali, nelle carceri, nelle caserme di polizia, fra gli anziani e i bambini.

Ninna nanna
Ninna nanna
Cristo e Sandino
Cristo e Sandino

Il primo tiranno della famiglia Somoza, il primo Anastasio, l’uomo che, nel 1934, aveva ammazzato con le sue mani Sandino, fu ucciso, nel 1956, da un poeta di 27anni, Rigoberto López Pérez. Nel 1970, Josè Leonel Rugama, a 21 anni, era già un poeta celebre e aveva fatto in tempo a scrivere della ‘Terra vista dalla Luna’: poeta-guerrigliero, resistette da solo all’assalto di decine di soldati del nuovo dittatore, un altro Anastasio Somoza. Non si arrese, fu ucciso. Divenne leggenda. Oggi i ragazzi recitano le sue poesie. I poeti sono la storia e il mito del Nicaragua.

Il caffè e i poeti a Leon
Il caffè e i poeti a Leon
Nuestra signora di Solentiname
Nuestra signora di Solentiname

 

Josè Maria Zonta, 54 anni, poeta costaricense, sui gradini della chiesa di San Francesco a Granada, mi guarda con un sorriso magico. Poi mi detta: ‘E’ la fotosintesi. In Nicaragua la poesia è l’ambiente, il caldo, il sole, il colibrì. E’ un’intemperia. E’ possibile solo qui’. Mi sembra di ascoltare Gioconda Belli: ‘Il cielo azzurro, le nubi monumentali, i tramonti smaglianti, l’odore della pioggia. Il Nicaragua ha mosso la mia poesia’. Incrocio queste parole con quelle che già conosco di Ernesto Cardenal e dei suoi 90 anni: ‘I poeti devono prendere ispirazione dalla realtà, dai cartelli stradali, dai supermercati, dalla pubblicità, dai trattori. La poesia deve contenere storia, economia, dati, geografia, politica, statistiche’. Gioconda ed Ernesto hanno ben ascoltato i suggerimenti del loro maestro, Josè Coronel Urtecho, un poeta che scelse di vivere sulle sponde del rio San Juan, fiume remoto, in mezzo alla foresta: ‘I poeti devono mangiare del buon pesce e devono scrivere buone poesie. E avere buona fede. Devono essere uomini di fede’. Alla fine sono colpito dalle parole di un prete di campagna, del parroco del piccolo paese di Dirià, terre alte del centro del Nicaragua: ‘La poesia è un’arma di giustizia contro coloro che attaccano la nostra dignità – dice, quasi sillabando, el cura Roberto Ramos – E’ il grido libertario del nostro essere. E’ il riflesso dello spirito creatore vivo dentro di noi. La poesia è il linguaggio dell’anima’. Sono stupito, sorpreso, meravigliato. In Italia mi aggrappo a Milton Fernandez, 57 anni, uruguayano, attore ed editore: la sua piccola casa editrice ha avuto il coraggio di pubblicare le cinquecento pagine di Canto Cosmico, ultima, immensa opera di Ernesto Cardenal. Milton, da anni, vive a Milano, vado da lui perché sono certo che abbia uno sguardo più distaccato. Macchè: ‘A Medellìn, in Colombia, – mi racconta – la gente si arrampica sugli alberi per ascoltare i poeti del festival che là si svolge. In Uruguay, di fronte all’ospedale dove Mario Benedetti, il nostro poeta, stava morendo, vi fu un pellegrinaggio di migliaia di persone. La poesia è irrinunciabile per un latinoamericano’. Ne sono certo: a Santiago del Cile ho passato notti insonni ad ascoltare ragazzi azzuffarsi attorno alla poesia di Pablo Neruda. ‘I poeti hanno il dono della parola – mi spiega Dante Lìano, 67 anni, guatemalteco, docente di letteratura ispanoamericana alla Cattolica di Milano – Creano la simbologia della vita, sono un monumento nazionale’ . In fondo, invece di cercare smentite, avrei dovuto fidarmi delle parole di Ericka Picardo, 38 anni, poetessa di León, città coloniale del Nord del Nicaragua. Le credevo ingenue, ma così non è: ‘Tutte noi avremmo voluto essere amanti di Rubén Darío. Era il nostro principe azzurro’. León è la città natale di Darío. Infine, vado a cercare il più giovane dei poeti nicaraguensi. Ed Ernesto Valle, 23 anni, non ha idee diverse da quelle dei suoi padri: ‘Ci innamoriamo ancora con la poesia. Ho studiato dai gesuiti e la poesia era storia di ogni giorno. Per me, aspirante cineasta, Pasolini è un poeta, prima di essere un regista’. Leggo una poesia di Ernesto (il suo nome e la sua storia non sono un caso: il padre, scrittore, è amico fraterno di Ernesto Cardenal): racconta Managua attraverso il viaggio che fa, ogni giorno, da casa all’università.

La vecchia cattedrale
La vecchia cattedrale
La cattedrale di Leon
La cattedrale di Leon

 

Vado all’ospedale pediatrico di Managua: La Mascota. Cerco Fulgencio Baez, 66 anni: è il primario del reparto delle leucemie e dei tumori infantili. Sfioro i letti e ho i brividi addosso nonostante i trenta e passa gradi di caldo. Nei protocolli terapeutici appare la poesia (e i clown, la musica, la lettura). Cardenal e i poeti sono venuti fra i letti dei bambini e hanno parlato di poesia, hanno fatto incontri di poesia. ‘Non so darti certezze scientifiche – mi dice Fulgencio – ma so, per sicuro, che un bambino sereno reagisce meglio alle cure e trova il coraggio di sfidare la malattia. La poesia li ha incantati, emozionati, meravigliati. Ho visto padri scrivere poesie con i loro bambini malati’. Lo stupore è compagno di questo viaggio centroamericano. Fulgencio intuisce le mie esitazioni: ‘La poesia, qui, in Nicaragua, è dentro di noi. Io non ne ho mai scritte, ma quando è nato il nostro primo figlio il mio primo istinto è stato scrivere una poesia’. Il reparto leucemie della Mascota fu creato, trent’anni fa, da un pediatra-poeta-rivoluzionario. Fernando Silva, 88 anni, sì, è un poeta straordinario, e fu lui, in un paese martoriato dopo vent’anni di guerra e aggredito da una controrivoluzione, a volere che vi fosse attenzione ai bambini colpiti dalla leucemia. Allora, ed era il 1986, morivano tutti. La Mascota, in questi trent’anni ne ha salvati mille e settecento. Anche con la poesia. E Fulgencio ci tiene a dirmi: ‘Solo un poeta avrebbe potuto sognare questa storia’.

Malpasillo
Malpasillo
Poeti di Nicaragua
Poeti di Nicaragua

 

Ci si mettono anche commercianti e uomini di affari a Granada a dirmi: ‘Viva la poesia’. E poi aprono il libro dei conti: ‘Nei giorni del festival quintuplichiamo i nostri fatturati. Sono stati aperti almeno cento negozi in più grazie a chi arriva in città per ascoltare i poeti’.

Managua
Managua
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Orchestra

 

Attenzione, i giornalisti, spesso, vogliono vedere solo ciò che vogliono vedere. E’ vero: non sono andato dietro le quinte del Festival della Poesia. Non ho fatto un’inchiesta. Ma gli accordi di un musicista solitario mi hanno attirato nella sala più grande della Casa de los Tres Mundos. Josè Manuel suona la chitarra con maestria. Ha occhi da malinconia: ‘Non hanno voluto che dicessi le mie poesie sul palco – mi dice – Questo è un mondo chiuso. I poeti si conoscono fra loro, sono un’élite, ci sono invidie, gelosie, rivalità. Non ti fare ingannare dalla poesia’. Esco e incontro Victor, un giovane impiegato di Managua, dalle parole tristi: ‘I miei colleghi di lavoro mi guardano come un marziano quanto parlo di poesia. I miei amici sono presi dai loro cellulari e non hanno tempo per i versi. Tutti qui pensano solo al denaro, agli affari. Il modello che ha vinto, qui, in Nicaragua, è il liberismo radicale’. Anche Victor scrive poesie.

Carneval poetico di Granada
Carneval poetico di Granada
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Carneval poetico de Granada

Cerco di raccogliere storie. Parole. Sono contento di aver incontrato Josè Manuel e Victor, hanno cercato di forare il pallone dei miei sogni. Un bagno di realtà. Ma poi, nei girotondi di Granada, mi imbatto in Eleazar Rivera, 39 anni, poeta salvadoreño. Ha scelto di recitare una poesia su Oscar Romero, arcivescovo di San Salvador, ucciso, nel 1980, sull’altare dagli uomini della morte della giunta militare che allora governava il piccolo paese centroamericano. Romero, oggi, è Santo. Decisione di Papa Francesco. Beatificazione lo scorso agosto. Per i salvadoreñi è stato un giubilo. Un’allegria. Un trionfo. Per la gente del Centroamerica, quel prete era già San Romero de America. Stava alzando il calice, quando un assassino gli sparò in faccia. Eleazar, allora, aveva appena quattro anni e oggi mi dice: ‘Romero era rigido, formale, conservatore. Ma i poveri lo avevano convertito. Non hiuse gli occhi di fronte alla violenza che allora attraversava il nostro paese. Scelse i poveri, scelse di battersi contro le ingiustizie’. Eleazar prende il microfono in mano: ‘Una bala apagò tu voz; ma no el eco de tus palabras/Tus homilias, semilla germinada; acordes de una sinfonia’. ‘Un proiettile ha spento la tua voce/Le tue prediche, semi che hanno germinato; accordi di una sinfonia’. La poesia come specchio di una coscienza. ‘Tus palabras palpitan y siguen sangrando en la geografia de la rosa’. ‘Le tue parole palpitano e ancora sanguinano nella geografia della rosa’. L’ultima parola che Oscar Romero pronunciò fu ‘sangre…’.

Ernesto Cardenal
Ernesto Cardenal
Josè Maria Zonta
Josè Maria Zonta

Ernesto Cardenal, nella prima notte dei poeti a Granada, sale sul palco e solleva al cielo una mappa del lago Nicaragua. Tutta la piazza sa il significato di questo gesto: quel lago e questa terra stanno per essere trafitti dal Gran Canal, un secondo canale interoceanico fra Atlantico e Pacifico. Un immane taglio di 278 chilometri. Dalle imprevedibili conseguenze ambientali. E’ la più colossale e misteriosa opera al mondo. Per Cardenal è ‘una mostruosità’. A Granada, quella notte, ha letto versi sul lago Nicaragua, dice che le sue acque ‘riflettono il volto di Dio’. In Nicaragua, assicura Gioconda Belli, la poesia di Cardenal fu ‘la colonna sonora della Rivoluzione’, oggi è la voce di una battaglia ambientalista e planetaria.

Maschere del carneval poetico
Maschere del carneval poetico

 

I fili della poesia mi riconducono a Managua, la capitale invisibile, mai veramente ricostruita dopo il terremoto del 1972. Può accadere (e accade: io ero lì) che l’ambasciata di Francia renda possibile (e già questo è sorprendente) la pubblicazione delle poesie di Solomon de la Selva, altro grande poeta nicaraguense, morto a Parigi più di mezzo secolo fa. E io ascolto l’ambasciatore Antoine Joly dire: ‘Non dimentichiamo: l’economia è un mezzo, la cultura è un fine. La poesia è un fine’. Vorrei alzarmi e abbracciarlo. La poesia fa miracoli.

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Ho una nostalgia irrimediabile per le passeggiate, a Granada, assieme a Alfredo Ulloa, 66 anni, poeta costaricense, teologo e conduttore radiofonico, giocoliere di parole: ‘La poesia è oralità, speranza, allegria. Non deve chiudersi nelle accademie. La poesia è il popolo. Sta nelle piazze, nelle strade, nei parchi. La poesia racconta storie che nessun altro racconta’.

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4 pensieri riguardo “Granada, Nicaragua/Il tentativo della poesia

  • 7 Febbraio 2016 in 17:05
    Permalink

    Come sempre il tuo scritto mi trasporta in un mondo che non conosco…inutile dirti che mi fai venire voglia di partire per essere là nella terra dei poeti!

    Risposta
    • 7 Febbraio 2016 in 18:20
      Permalink

      E’ una follia, Cinzia

      Risposta
  • 15 Febbraio 2016 in 19:52
    Permalink

    Conosco la realtà, non credo sia folle. Sicuramente difficile.
    Ma ognuno vive la vita che può.

    Risposta
    • 16 Febbraio 2016 in 13:34
      Permalink

      A volte, solo a volte, la vita che vuole

      Risposta

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