La Meglio Gioventù

Greta1

Per alcuni giorni, all’inizio di quest’anno, ho camminato con cinque ragazzi sulle montagne dell’Etiopia. Ragazzi con meno di trent’anni. Io ho il doppio della loro età. Ho imparato molto da loro. A non aver paura, a esempio. E’ stata una botta di energia. Che cerco, con la mia incertezza, di conservare e difendere.

Una di loro è mia figlia. Sta vivendo nel Nord del Kenya. Un dottorato. In una terra selvatica, almeno noi la vediamo così. Da dove comunicare spesso è impossibile.

Le altre sono sue amiche: una lavora in una ong a Nairobi.

Un’altra in una start up, sempre a Nairobi.

Parole che sto usando, non sapendo bene cosa significhino. Non abbiamo un lessico comune. Queste parole possono essere incomprensibili a molti. Sono un frammento del presente. Una piccola parte del ‘globale’ dove questi ragazzi vivono. Sono italiani e spagnoli, in realtà si sentono parte del mondo. Vorrebbero non avere confini. I loro amici stanno in Norvegia, a Londra, in Brasile, in Congo, in India, in Australia, in Messico, in Laos. Parlano fra di loro in tre lingue. Ne sanno altre.

Non definiteci, chiedono questi ragazzi. Lo ha scritto un loro coetaneo sulle pagine di un giornale importante. ‘Non siamo la generazione Bataclan (cosa vuol dire? Che sono una generazione destinata a essere uccisa? E uccisa da altri giovani), non chiamateci ‘millenians’’, insistono. Certo loro sarebbero stati su quell’autobus messicano che, a Ayotzinapa, è incappato in una banda di assassini: i 43 ragazzi scomparsi andavano a manifestare. Ma hanno ragione: ogni loro storia è diversa. 40mila ragazzi, lo scorso anno, hanno lasciato l’Italia per conoscere il mondo.

Vittorio è stato ucciso, oramai anni fa, a Gaza. Giovanni era prigioniero di tagliagole ed è rimasto sotto bombe amiche in Pakistan. Greta e Vanessa si sono salvate dall’inferno siriano. Valeria è caduta a Parigi. E Giulio è morto nel centro del Cairo, la città che amava. Loro sono scomparsi nelle terre in cui avevano scelto di essere, le terre che per loro erano parte della loro vita.

Noi conosciamo i ragazzi italiani che sono stati uccisi. Ben poco sappiamo degli altri. Anzi: non ne sappiamo nulla. Per alcuni giorni quasi nessuno si è mobilitato per la scomparsa di Giulio. E nessuno di noi si mobilita (come potrebbe farlo? cosa vuol dire farlo?) per i ragazzi che scompaiono in Egitto o in Messico. Luoghi dove si svolge una guerra anche se fatichiamo a definirla tale, anche se ben pochi la raccontano e ancora meno ne vogliono sapere qualcosa. Eppure come sarebbe prezioso, per i ragazzi del mondo, sapere di non essere soli.

Questi ragazzi hanno un coraggio istintivo. Hanno curiosità. Voglia di sapere. Si indignano per ingiustizie. Non tollerano che la loro geografia sia così ristretta dalla violenza. La allargano grazie alla Rete, cercano di valicare i confini. Vogliono che la libertà sia fisica. Vogliono essere protagonisti senza esserlo. Vogliono ‘far parte’. Corrono dei rischi. Lo sanno. Ma sanno anche essere cauti. A volte non basta. Sanno proteggersi, sono tutt’altro che sprovveduti e incoscienti, ma è la nostra distrazione a scoprire il loro fianco. Troppo spesso, davvero, li lasciamo soli.

Io so, e lo dico con tremore addosso, che questi ragazzi non cambieranno il loro modo di vivere. Continueranno ad andare in giro per il mondo, furiosi per i luoghi che non potranno raggiungere. Saranno allegri e malinconici. Sanno reagire. Si induriranno. Sono incerti e determinati. Cambieranno case, città, abitudini, studi, lavori. Hanno valige sempre in mano, si porteranno dietro libri perchè amano toccare la carta e, allo stesso tempo, sanno usare con maestria i display di un computer. Ricuciranno le Reti là dove si sono strappate. Sanno trovarsi, annusarsi, baciarsi, abbracciarsi. Avranno amicizie e fratellanze. E sapranno, anche se ne saranno e ne saremo tutti tentati, allontanare la rabbia e la paura. Lo hanno detto, con il dolore piantato in gola, il fratello di Valeria e i genitori di Giulio.

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