(Quasi) un diario in pubblico

Andrea_Semplici151121_000021 gennaio

La bambina con gli occhiali fasulli, fatti di filo di paglia, e lo sguardo severo, guarda male le vacche, non fotografo, lei sta lì, il vestito sporco e bello, lo scialle, le scarpette di plastica, chiama l’amica che lascia il cesto con la merda di vacca (Piana di Gheralta)

 

2 gennaio

‘Il Regno’, libro di Le Carrère accanto a ‘Il lamento di Portnoy’ di Roth negli scaffali della libreria del Gheralta Lodge (Gheralta Lodge)

Axum, la nostra macchina si ferma davanti all’Africa Hotel.

Greta fa l’aeroplanino sul terrazzo dello Yeha Hotel. Come ventidue anni fa. Le stele sono indifferenti (o forse no).

(Axum)

 

3 gennaio

Leggo: ‘Sotto il sole, lo può intendere chi abbia lavorato sotto il giorno aperto di giugno, luglio, di agosto, come un bracciante: stare sotto la natura senza scampo, né ombra’. Guardo i contadini fra campi di stoppie e pietre. Parole scritte da Erri De Luca (Axum)

Un uomo dà l’elemosina. Un birr. Il mendicante cerca fra i suoi stracci e porge alcuni spiccioli di centesimi come resto al dono ricevuto (un birr è meno di cinque centesimi di euro) (di fronte alla chiesa di Enda Yesus ad Axum).

 

4 gennaio

Di fronte all’ingresso alle chiese di Lalibela, hanno messo un atm, un cash-dispenser, una macchina da Bancomat, insomma. Chiedo è più importante Dio o il denaro? Mi rispondono: ‘Dio’ e poi mi chiedono 50 dollari per entrare (di fronte a Medhane Alem, a Lalibela).

L’odore pungete e assoluto della merda dei pellegrini. Hanno scavato piccole trincee rettangolare. Lì i pellegrini si accucciano. Le code degli shamma ingrigiti coprono il culo. (a fianco del complesso delle chiese rupestri di Lalibela)

 

5 gennaio

Il fulgore di Habte Mariam, prete di Yemerhenna Kristos, nei suoi abiti da cerimonia. Agita la croce con orgoglio e forza (Yemerhenna Kristos)

I quattro amici camminano da cinque giorni. Ora bevono talla da barattoli di latta arrugginiti. Hanno lasciato le mogli a guardare figli e animali. Sono seduti si un tronco, hanno ancora una lunga salita davanti (Nel bosco di ginepri di Mesku)

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6 gennaio

Il sentiero è esposto. Dirupa verso valle, non vi è pericolo, ma io non vado avanti. Un ragazzo dalla tuta blu e la maglietta dell’Etiopia se ne accorge e si mette di fianco a me. Mi protegge. Alla fine lo ritrovo in cima al passo, gli offro un barattolo di talla (tre birr, un settimo di euro) e lui ha un sorriso aperto (cammino fra Yemerhenna Kristos e Dagosach)

I ragazzini a cui rifiuto money, shoes e t-shirt, mi tirano sassi dietro. Da lontano (Dagosach)

 

7 gennaio

Il soldato, contro cui sono schiacciato, non trova di meglio che dirmi: ‘Juventus’. E ha un sorriso (notte di Natale, ingresso a Beta Maryam).

L’uomo è venuto da Debre Marcos. L’anno prossimo verrà sua moglie. Sa che non avrà la benedizione di Lalibela, è venuto in bus. Solo chi viene a piedi può sperare nel perdone del re-santo. L’uomo tiene in mano una candela (ingresso a Beta Maryam, oltre mezzanotte)

 

8 gennaio

E’ una donna avvolta nella tunica gialla delle monache: appare disperata e piangente mentre si prostra, solitaria, sul confine della trincea di pietra fra Beta Mercurios e Beta abba Liqanos. Il suo è un salmodiare senza rimedio. Non alza la faccia da terra (Lalibela, secondo gruppo di chiese).

Finalmente mi siedo sul grande albero. Da qui la chiesa di San Giorgio appare nella sua grande bellezza (Lalibela, chiesa di San Giorgio).

 

9 gennaio

Trhit, si chiama trhit, il prete di Urael, la chiesa che non è tale. Trhit vuol dire ‘denaro’, ‘moneta’. Sfrega il pollice contro l’indice e sorride. E’ felice perché gli ho riportato una semplice fotografia scattata due anni fa. Mi benedice, strusciando la grande croce d’argento sulla mia testa e sulla mia schiena. Sono felice anche io (chiesa di Urael, a Lalibela)

Al mercato, Sasay mi sorprende: conosce la parola ‘hops’, luppolo. Fa la sesta, deve avere almeno 12 anni, ma appare più piccola. Ecco, lei è ‘differente’. Non chiede, è sveglia, intuisce, è dolce. Alla fine le lascio quindici birr e sono desolato quando la vedo fermarsi mentre noi entriamo al Seven Olives. Non la rivedrò, so che abita ‘near the market’, ho una sua foto (Lalibela, di fronte all’ingresso del Seven Olives).

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10 gennaio

Non girarti, non si guarda indietro, sbircio un po’ di nascosto. L’auto (era rossa?) con la quale te ne vai verso la tua Africa. Cammino senza pensieri. Subito si avvicinano un uomo in carrozzella, un lustrascarpe, l’uomo che vende libri. Mi dice: ‘Sei stanco, forse domani’. Non lo guardo, mormoro: ‘Sono triste’. E sono certo che lui non capisce, ripete: ‘Forse domani’. (fra Novis e il Meridian Hotel ad Addis Abeba).

Lo sposo, al momento di mettere al dito di Hiwott l’anello, sceglie di far cantare Celentano: ‘Siamo la coppia più bella del mondo’.  Penso che io avrei scelto Gianna Nannini, inadatta a un matrimonio (Addis Abeba).

 

11 gennaio

Leggo su ‘Spingendo la notte più in là’, un libro che torce e innalza il cuore: ’Dovrei accettare un appuntamento con il dolore. E’ a pagina 29. Ad Addis rivedo sempre il film ‘The interpreter’ e rileggo ‘Spingendo la notte più in là’. (casa di Bole)

 

12 gennaio

Chiudere la sicura delle portiere della macchina mentre ci si avvicina ai mendicanti che stanno attorno al lungo semaforo di fronte all’Atlas Hotel. Mi vergogno di questo gesto. Ma accade sempre. L’ho visto fare dai miei amici napoletani e da Giorgio a Managua (solo quando si avvicinava a certi semafori).

Un uomo, fra le rovine delle case di Kazanchis, raccoglie calcinacci di cemento. Li sistema in sacchi di tela. Ne ha preparati tre. Lo guardo protetto dal finestrino della macchina. Penso che quei sacchi mai ce la faranno a sostenere il peso di quelle pietre artificiali. E mi chiedo come lui possa sollevarli. (Kazanchis)

 

13 gennaio

Cammino da Cecenia a Kazanchis. Troppa gente aspetta i bussini. Non ho voglia di sgomitare. E poi perderei l’assalto, ne sono certo. Perciò, cammino. Un paio di chilometri. Attraverso un quartiere che di notte si illumina di lucine e puttane ai negozietti alle spalle dell’Hilton. Nell’ordine mi parlano dietro: almeno tre taxisti, uno mi dice che è giorno di festa e mi offre un passaggio gratuito; una donna dentro uno dei bar dalle luci ancora spente; una bambina mi affianca per qualche minuto prima di decidersi a dirmi ‘hello’, due bambini mi dicono: ‘China’. Un ragazzo che fa il falegname mi saluta; un matto mi affianca, deve avere un apparecchio per emettere suoni dalla bocca (non lo guardo); un commesso risistema un cappellino rosso su un manichino, una donna aumenta di due birr il prezzo del cartoccio delle patatine fritte; un automobilista mi impedisce di passare; tre uomini cercano di sollevare un’impastatrice di sabbia; un uomo è seminascosto dai pezzi di tela e cartone con le quali ha costruito un minuscolo rifugio appoggiato a una casa in rovina: mangia, mi vede, si nasconde, ha l’aria quasi elegante. Un uomo è sdraiato per terra sotto una coperta di sintetico ruvido. Troppo corta, spuntano i piedi con le scarpe e il suo sguardo stupito, grande, senza alcuna risposta.

Lo zabagna della casa di Kazanchi mi saluta con un sorriso. Dieci minuti dopo arriva in casa con un piatto giallo e un tazzina di caffè. (Kazanchis)

 

14 gennaio

Adajè (non giurerei che si scriva così) va in giro a tentoni con due occhiali scuri leopardati. E’ bellissimo. Ha le gambe nude. E’ avvolto in un pesante gabi di cotone, sopra il gonnellino dei kereyu. Fa freddo in questi giorni ad Addis. Piove. Adajè parla solo oromo. A volte ha un sorriso leggero, quasi impercettibile. Da attore navigato. Un cammello è fuggito nella boscaglia. C’è siccità da venti mesi nelle terre kereju. Portano gli animali verso le sponde del lago Zway. Il dromedario se ne era andato. Adajè lo ha inseguito nella notte. Un ramo di un’acacia è volato nell’aria come una fionda. Una spina si è conficcata nell’occhio di Adajè. Là, sul bordo della pupilla. Fra il bianco e il nero. Non vedeva più niente, Adajè. Roba è sua fratello. Roba ha studiato, sa le lingue (amarico, inglese, italiano), ha una laurea. E’ andato a prenderlo e lo ha portato ad Addis. Adajè è stato operato con il laser. La ferita è stata ricucita. Adesso siede, immobile e bello, su un divano bianco. Mangia pasta al pesto. Roba significa ‘pioggia’ in lingua kereyu. (casa di Anna)

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15 gennaio

Ero certo che sarebbe andata bene. E’ stata un’estate bella, molto bella. (un pensiero improvviso, rivolto al passato)

Ho ripreso in mano la stilografica dopo molte settimane. Perde inchiostro. Nero. (questo è un cambiamento: ho riposto la stilografica)

All’albergo Taitu, l’albergo che amo, da anni c’è sempre la stessa pianista. Non so quando arrivi. Suona sempre lo stesso motivo. Tre note, direi. Appoggia la borsetta nera sopra il pianoforte. E suona. Non cambia ritmo, non cambia espressione. Penso che mi piacerebbe seguirla. Dove abita? Com’è la sua casa?

(ai tavolini gialli dell’hotel Taitu, il più vecchio di Addis Abeba)

 

16 gennaio

C’è una donna cinese, forse cinese, seduta sulle sue valige nere. E’ sola in fondo alle scale dell’uscita dall’aeroporto. Elegantissima, altera, bella, infastidita: è arrabbiata per chi deve venire a prenderla è ritardo, forse non verrà, guarda innervosita (ma non lo lascia intravedere) il cellulare. Sta lì, i soldati dalle divise blu, polizia federale, allontanano tutti. Ma non lei. A un certo punto scompare. E io non ho visto chi è venuta a prenderla.

Cammino sul marciapiede a fianco delle rovine di Kazanchis. Hanno abbattuto le case lo scorso anno. Poi si sono fermati. Le macerie sono diventate una discarica dagli odori nauseabondi. La gente ha ripreso a viverci, ad aprirvi negozi precari, a stendervi panni, a cercare di chiudere con plastiche ammuffite uno spazio che, per un po’, diventerà casa.

Guardo un film assieme a Gioele. C’è una ragazza che canta: ‘Volo via’. Io volo via. E poi corre, prima disperata, poi felice, canterà. Cerco di fermare le lacrime.

(casa di Kazanchis)

 

17 gennaio

La città è deserta.

Non c’è luce nella cripta di Menelik. Scendiamo con una pila. Le vecchie tartarughe si sono messe al sole. Hanno il carapace invaso da insetti.

Una donna (ha una divisa della ‘sicurezza’, tuta azzurra) sta nell’ascensore del centro commerciale. Va in su e in giù fra i piani. Pigia i pulsanti. Non ha cambiato posizione nelle ore che sono passate da mia salita alla mia discesa. E’ appoggiata a una parete dell’ascensore.

Mi raccontano della lavatrice e delle suore. Loro non vogliono una lavatrice per pulire i panni, in maniera adeguata, dei bambini. Dicono: ‘La vita è sofferenza’.

(Addis, casa di Kazanchis)

 

18 gennaio

L’uomo parla al telefono. Incessantemente. Con l’altra mano, la mano destra, gingilla con la forchetta e gioca un frammento di frittata che non si decide a mangiare.

(La Parisienne di Bole)

Il vecchio prete, vestito di nero della Trinity, mi sussurra: ‘You are a good guide’. Guardo le tombe dell’imperatore e dell’imperatrice con la luce alle spalle. Per la prima volta.

(Trinity Church).

 

19 gennaio

A Robit, sulla strada dell’altopiano, compriamo dieci chili di cipolle. A Butajira, sulla strada della Rift Valley, compriamo zucche. Sempre.

A tavola, parliamo della siccità. Mentre mangiamo.

Ho incrociato lo sguardo con il prete, nerissimo, barba nera, sguardo roteante e limpidissimo, che portava sulla testa il broccato che nascondeva le tabot. Non ha cambiato espressione mentre mi fissava. Attorno a lui, gli ombrelli di velluto proteggevano le tavole della legge. Un gruppo di uomini sudava nel mettere sotto i piedi dei preti i tappeti. Non volevano che toccassero la terra. In molti spostavano sassi: una fatica inutile, ma preziosa. I sassi sono migliaia, ma io ne sposto uno. Il simbolo della divinità, le tabot, non posso essere portate da uomini i cui piedi toccano terra.

(Ziway, isola di Debre Sina)

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20 gennaio

Il prete che mai ha sorriso in una notte, ha cambiato espressione. Occhi da fanciullo mentre benedice la folla di chi è sulla sponda di fango del lago. Occhi felici mentre schiaffa con forza l’acqua torbida in faccia ai fedeli. E’ ebrezza pura. Con una mano si sorregge la veste, con l’altra impugna un secchiello azzurro, lo riempie di acqua e diventa bambino. I suoi occhi sono un grande sorriso.

(sponda di Womecha, costa meridionale del lago di Ziway)

Il guardiano dell’Hailè Resort ha una divisa da posteggiatore troppo larga per lui. Saluta con un geometrico movimento della mano. Saluto militare. Come lo sto guardando?

(Hailè Resort)

Avrei voluto raccontare degli uomini-cancello automatico. Nessuno, immagino, né ha mai scritto. Poi i giorni sono passati. Questi uomini non esistono. Sono lì. Stanno in una stanzetta gelida nella stagione delle piogge, un materasso per te. Sbrigano commissioni di casa, aprono il cancello, nessuno scende di macchina per aprirlo, c’è un’apertura elettronica con due gambe e due braccia. Sta sempre lì, dorme vestita per essere pronta se i padroni tornano a notte. Ha, nei casi migliori, un buon stipendio: qualche cosa di più di cento euro al mese.

Nemmeno io, senza programmi, racconto la loro storia.

(Addis Abeba)

 

21 gennaio

Le notti di Addis Abeba sono affollate dalle chiese. I canti, graffi nell’aria, degli ortodossi sono nenie come carta vetrata su una lavagna: voci di gola che un megafono elettronico disperde dell’aria. Prima dell’alba, è il grido del muezzin a popolare la notte. So che Rhaimo è sveglio e si inginocchia verso oriente. So che Asalech si svegliava e alzava le mani al cielo. Un gesto che è anche di Rahimo. Le preghiere entrano nel mio sogno. Anche io mi sveglio e guardo il gioco delle luci: i lampioni attraversano le tapparelle e fanno linee astratte sulla parete di fronte al mio letto.

(Addis Abeba, casa di Bole)

C’è una piuma piccolissima, per terra, quasi sulla porta della sala della casa di Anna. Una piuma leggera sul pavimento di legno. Deve essere stata indossata da un uccello piccolissimo.

(Addis Abeba, casa di Bole)

 

22 gennaio

Questa notte è stato il canto di una donna. Non sono sicuro che non fosse un sogno. Non ci sono canti di donne nelle chiese ortodosse. Non c’è una chiesa così vicina. Ma ho sentito, prima dell’alba, una donna cantare.

(Addis Abeba, casa di Bole)

Al volo, salgo su un minibus, fra Kazanchis e Atlas Hotel. Cerco di pagare con tre birr. Ho sempre pagato due birr e cinquanta. Questa volta, il ragazzo del finestrino, mi indica una moneta da cinquanta. Il prezzo ‘giusto’ è un birr e cinquanta centesimi. Sussurro: grazie. Lui dice: eshi. Non ci vedremo mai più. Ha una maglietta gialla. Vorrei vedere casa sua, il suo letto.

(al semaforo dell’Atlas Hotel, appena sceso).

 

23 gennaio

Le ragazze del Melange Coffee (un macchiato ogni mattina, verso le nove, due wi-fi possibili e incerti) sorridono fra di loro e mi occhieggiano. Da domani non mi vedranno. A un certo si chiederanno da dove venivo e dove sono finito. Poi dimenticheranno. Se passate di qua, questo caffè dai due wi-fi sta dietro l’angolo di Novis, di fronte all’hotel Meridian (è il secondo wi-fi, una donna anziana mi ha dato la password). Prendete il dolce alla crema e fragola, se avete fame. E il macchiato. Salutatemi le ragazze.

(Melange Coffee, Addis Abeba)

Alla fine accade. Devo gratitudine a una impiegata Ethiopian Airlines. Naso schiacciato, piccola, occhialini neri. Si è data da fare. Ho cercato la soluzione. Io volevo fingere: non avevo sbagliato (ancora una volta) il giorno della partenza. La mia esperienza di Etiopia. Non so partire, non voglio partire. Quella ragazza che mai avrei notato se l’avessi incrociata per strada, si è data da fare. Ha risolto. E poi ha detto: ‘Forse lei non voleva partire…’. Credo che abbia detto: ‘May you wish to stay’. ‘Non voglio partire’, ho risposto. Ho pagato 135 dollari di penale (è stato un accordo fra me e lei) e ho preso il biglietto.

(Addis Abeba airport)

Asayta

 

24 gennaio

Un ragazzo di Sorrento, fa il cameriere in estate, torna da Lanzarote. Parliamo di fotografia. E di futuro. Sul treno per Tiburtina. Ci scambiamo gli indirizzi.

Un ragazzo nero, magro e bello. Mi dice: ‘Ho passato tutta la notte qui’. Ha in tasca un biglietto per termini.

Una ragazza che forse è slava o forse no. Ha una bambina minuscola in una sorta di infanset (credo che si chiami così). ‘E’ così piccolina’. Cerca un riparo dal freddo. Ma non vi sono rifugi alla stazione di Fiumicino Aeroporto. Solo due senza fissa dimora conoscono un luogo più protetto dal vento. Non glielo indico.

Incontri alle cinque del mattino.

(stazione di Fiumicino Aeroporto).

‘Controllano più noi che loro. Questi balu’. In coda, davanti al controllo passaporti. Lo dice un uomo piccolo e chiacchierone. Indossa una tuta blu. Perché non gli dico che ‘balu’ è l’orso che si gratta nel ‘Libro della Giungla’?

(Aeroporto di Fiumicino)

La nebbia che sta a terra sulle campagne. Ha un colore che sfuma verso il viola.

Il gruppo di case protese verso il fiume. Da anni e anni le vedo, sono belle, mi chiedo chi abiti lì, deve esserci una chiesa. Appaiono irraggiungibili. Da terra, dal fiume. Solo dal treno si vedono. Non so dove siano.

(treno Frecciargento)

Come tutto è cambiato. Sono bastate poche ore. Una mezza nottata. Nient’altro. Tutto è svanito e riapparso. Cambiato. In maniera irrimediabile

 

25 gennaio

Il freddo che senti salire dentro i pantaloni africani mentre pedali sui sassi eleganti e sconnessi della città antica.

La televisione accesa, i telegiornali, il diluvio delle notizie, il tempo che si accartoccia e cerca di prenderti, ti prende.

Kostner è lì, con la sua fisarmonica. Sorride a tutti. Al mattino aveva la barba, al pomeriggio se l’era rasata. Ho un dubbio, ma lo scaccio. Cambio marciapiede e mi avvicino per salutarlo. ‘Sono felice di vederti qui’. Penso che con questa ‘amicizia’ non metto più un centesimo nel suo cassettino. Faccio piccole promesse che so che non manterrò.

 

26 gennaio

Il buio al mattino. Ad Addis ha la diversità del tempo e la sua costanza, la sua conservazione. Sai che ore sono, guardando i giochi di luce sulla parete della tua stanza, guardando il profilo del grande albero che con veloce lentezza diventa più chiaro nell’alba.

L’elettricista all’angolo. Cerco il suo negozio per far riparare il mio rasoio. Sono rimasto a mezzo della barba. So che sarà una giornata ‘difficile’. L’uomo è un vecchio (poco più dei miei anni, il negozio non dovrebbe esistere). Ha l’aria del magazzino, il suo negozio. E lui è spaesato. Non capisce come è fatto il mio rasoio. Non sa ‘aprirlo’. Non sa togliere le pile. Ma poi sparisce nel retrobottega e il rasoio ricomincia a funzionare. ‘Sbloccante’, dice nel suo dialetto. ‘Niente’, aggiunge, quando gli chiedo quanto vuole. Fuori fa molto freddo. Vorrei tornare a comprare le pile.

(Via Sorio, credo. 4b, su internet vogliono convincerti ad andare alla ‘clinica dei rasoi’).

Freddo addosso. Due maglioni. Uno sull’altro.

Ho scritto su twitter (il luogo inadatto per la poesia): ‘Se non dovessi tornare/sappiate che non sono mai partito/il mio viaggiare/è stato tutto un restare/qua, dove non fui mai (gc)’

Riceve molti ‘I like…’. Qualcuno condivide. Alcuni commentano. Il gioco delle parole. Quinto commento: ‘Forse è caso, ma PL è nato all’ultimo viaggio’. Non so se ci siano errori, ma capisco. Capisco. Da mesi ogni giorno segnavo sull’agenda: andare a trovare, andare a trovare, andare a trovare. Mi ero segnato il numero di telefono. E’ un impegno che non ho rispettato. Non sono andato, non ho telefonato.

Ho sorriso quando ho visto che il tuo ultimo libro è sul tuo paese. Appunto, viaggi immensi che ho invidiato e poi, alla fine, si rientra al bar Aurora, dove ci si stringe nei mesi dell’inverno.

 

27 gennaio

Il bar all’angolo. I tavoli come se fossi a casa. I giornali, le tovaglie bianche, il vasetto con i fiori, il budino di riso appena scaldato. Loro, la coppia del bar, sono seri. Troppo seri. Non sorridono mai. So che hanno cura delle piante. Ma mai ho visto un sorriso. Eppure aprono le porte della loro casa per un cappuccino o semplicemente per stare lì. A leggere un giornale. Al bar, ascolto la storia di un donna che vuole diventare adulta e di un clown che si maschera dietro il naso rosso. Una storia di poliamore. Naturalmente c’è un sito web dedicato al poliamore.

(Padova, lungo il canale).

Appaiono i banchetti con i fiori infreddoliti di una primavera che non c’è.

L’edicolante, che ha l’aria dell’uomo bello e consapevole di esserlo, mi prepara il giornale appena mi vede avvicinarmi. Vorrei dirgli: ‘Un giorno di sorprenderò’.

(Padova, lungo il canale)

28 gennaio

Ful e hummus in un bar dai tavolini bianchi e senza anima. Non assomiglia all’Africa.

Cinque euro nello scatolino di legno del ragazzo con la fisarmonica. Un gesto imbarazzato.

(Padova, fra la periferia e il centro)

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29 gennaio

Un uomo suona il piano alla stazione di Padova. Non ha preso lezioni, ha imparato da solo. Dalla tasca spunta un rosario. Non alza mai la testa. Suona dieci minuti. Poi prende la sua borsa nera e se ne va in fretta

(Stazione di Padova)

Le prime immagini di Firenze: l’insegna appesa all’edicola: Fuilong Travel, visti per la Cina; i ragazzi senegalesi hanno cambiato merce: cuffiette, adattori per computer, accessori per la ricarica. Sugli stessi scatoloni di cartone, trasformati in bancarelle;  gli stessi uomini e donne sgangherati in attesa sui gradini della stazione. Si avvicinano a chi solleva la valigia e allungano la mano. La ragazza cinese si fa trasportare la valigia. Tre mesi, quando sono partito, il ragazzo cercò le mie tasche: ci guardammo e ne uscì un ridere strano.

Cosa fai quando entri casa dopo tre mesi? Penso: accendo la televisione. Invece mi siedo sul divano dove ho passato ore della mia adolescenza. Senza un solo pensiero da afferrare.

(Firenze, fra la stazione e via della Chiesa)

 

29 gennaio

Sto lì. Il cielo grigio dell’inverno. Non fa troppo freddo, ma io ho freddo. Il laboratorio è chiuso. Io già avevo addosso il piacere delle chiacchiere che ci saremmo detti seduti uno di fronte all’altro. In mezzo, mille frammenti di macchine fotografiche. Penso: sarai andato in montagna. E’ un problema, le mie macchine hanno bisogno di essere rimesse a posto. C’è un cartello, stampato con grandi caratteri. Appeso dietro la grata. C’è qualche volantino pubblicitario per terra. Il cartello dice: ‘Causa morte prematura del titolare del laboratorio…’.

Sto lì. ‘Dimmi che non è vero’. ‘Non posso, ti direi una bugia’.

 

30 gennaio

Amici con la barba bianca. Il ragazzo che lavora nella moda e ha un orecchino. Mille frammenti di macchine fotografiche. Il monocolo che stringevi all’occhio per il mestiere di riparatore. Il segno delle mille sigarette fumate. Le tracce dei filtri bruciacchiati. Da qualche parte c’è il mio obiettivo spezzato in due. Ricordiamo quando portai qui la macchina invasa da farina di castagne. Appare un antico proiettore con le istruzioni copiate a mano. C’è l’assenza e il futuro, l’addio e la vita, in questo piccolo laboratorio sommerso di macchine fotografiche (che se potessero raccontare quello che hanno visto…).

(Là, dalle parti di viale Europa)

Il kebabbaro pakistano parla da kebabbaro pakistano. Non ci sono trucchi, né eleganza, né bontà nel suo negozio. Un grande bussolotto accanto alla cassa chiede offerte per la moschea. Due ragazzine si abbracciano. Lei cerca di toccarla la gamba. L’altra s’imbarazza, ma poi si abbracciano. Ci sono versetti del Corano alla parete.

(Via sant’Agostino)

‘Ho fame’, grida a notte un uomo. Ha la voce della rabbia e del nulla. E’ matto. Fruga nel cassonetto. ‘Ho fame’. Tutti ne stiamo lontani.

(Piazza Tasso)

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31 gennaio

Il sole tiepido della Maremma. Un albero dai fiori rosa, improvvisi. Abbasso il finestrino dell’auto.

(strada fra Giannella e Argentario)

Alla stazione di Grosseto, parcheggio a un passo dal piccolo monumento al buttero. Sul gradone della statua ci sono rom, slavi, homeless, sgangherati e pieni di birra in tarda mattinata. ‘Sporchi e cattivi’. Dalle voci roche e sopra i toni. Apro lo sportello e un uomo, basso, ingolfato, con un cappotto nero rimediato in qualche Caritas, jeans che scendono e viso gonfio. Allunga la mano senza convinzione: ‘Un panino…’. Non so che altro dica. Al mio silenzio: ‘Dopo?’. Poi gira la schiena e torna fra i suoi. Io sposto la macchina. Penso che ho il computer e le macchine fotografiche.

Più tardi, quegli uomini e una donna rom sono ancora lì

(Stazione di Grosseto)

 

Mangio falafel nel centro di Grosseto. Un uomo e una donna, un padre e una figlia, parlano di un ragazzino che ha vinto quattro medaglie d’ora alle gare di nuoto. Ne parlano con l’uomo del kebab (che vende anche pizza, panzerotti e teglie di pasta al forno). Io penso: ‘Strano, non ci sono neri qua’. Credo di essere ad Addis.

(centro di Grosseto)

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