Granada, Nicaragua/Cerco il ritmo di un poema

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Al mattino, come sempre, come lo scorso anno, incontro Josè Domingo. Il mio primo incontro nel primo mattino del Festival della Poesia. E’ seduto sulla porta de la Casa de Los Leones, l’immensa casa dove è nato Ernesto Cardenal. Indossa una camicia di lana, Josè Domingo. Da montanaro. Viene dal freddo, dalle montagne del Nord. Da Jijnotega. Ma qua la temperatura è oltre trenta gradi. Josè Domingo viene a dire le sue poesie. Subito mi chiede se può leggermene una. ‘Saber pedir’, si chiama. Un quaderno, le pagine con grafia antica, rotonda, ordinata. Elegante. Poche correzioni. Due, tre. Con penna rossa. Ascolto.

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Saber pedir
Josè Domingo
Josè Domingo

Cosa sto facendo qui?

Ascolto il suono della poesia. Non seguo le parole, non mi sforzo di tradurle nella mia mente. Cerco il ritmo. A volte ho l’illusione di trovarlo.

Evelyn monta la mostra delle foto dei poeti. E’ una mostra bellissima, la fotografia delle parole.

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Nicolàs
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Monica

Come sempre prendo abitudini, voglio abitudini. Danze immobili è il mio andare. In calle de la Libertad accade questo:

Comida por strada, calle de la Libertad
Comida por strada, calle de la Libertad

A sera arriva sempre un camion nero, scoperto, sporco. Ha legna, platanos, sacchi di carne, patate, grandi teglie annerite, una griglia, carbone, catini di plastica. Scendono un uomo dalla camicia lurida e l’aria devastata, una donna grossa con una veste a fiori sudata e un grembiule macchiato, una donna più anziana solo ossa, nervi e gli occhi induriti, un ragazzo obeso, alto e l’aspetto di chi pensa che altro non sia possibile. Ogni notte mettono il tavolo nello stesso posto, davanti a un portone che dice: ‘Scuola yo puedo’. E cominciano ad arrostire le carne, friggere enchilladas e tortillas. L’uomo lercio sta dietro al fuoco e affetta platanos, il ragazzo spalma fagioli sulle tortillas, la donna vecchia e secca arrostisce, la donna grassa compone il cibo sulle foglie di platano ed è la sola che può aprire e chiudere la cassetta di legno dei soldi. E’ buona la loro carne. Sono squisite le loro repochetas.

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Inciampo di continuo in Arthur Rimbaud. Josè Maria mi racconta di un quaderno di poesie che nessuno ha mai trovato. Arthur  scrisse poesie (poemas) in una notte di Harar. Tutti noi vogliamo credere che Arthur non smise di scrivere. Josè mi dice che un italiano ha trovato questo quaderno, ma non lo dice a nessuno. Carlos dice che corteggiò Gioconda recitandole i versi delle Illuminazioni. E lo fa ancora, a tavola. Lo guardo affascinato. Anche io me ne sarei innamorato. Douglas mi regala Huellas, le sue poesie. Mi legge un’epigrafe di Rimbaud. Io apro il libro a casa e mi imbatto in un’altra epigrafe. Non credo più alle coincidenze. Devo ricredermi? Non voglio ricredermi. Ho gettato via i talismani.

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Arrivano i ragazzi dal Salvador. Li riconosco, mi riconoscono. Devo avere delle loro foto da qualche parte. Dal Salvador per ascoltare poesie. Uno di loro ha un grande Che Guevara stampigliato sulla maglietta.

Martin si presenta così: ‘Poeta’. Io, invece, non scrivo poesie (poemas, mi correggerebbe Josè) e fatico a spiegare cosa faccio per vivere. Mi chiedo cosa sia un poeta. Da qualche parte ho letto che don Pablo Neruda non si definiva un poeta. Marcelo cerca di spiegarmi la rottura fra i ragazzi che azzardano poesie per strada e i poeti da podio. Mi spiega come la poesia, per il mondo dell’accademia, sia solo ispanica. Dimenticano il mondo indigeno.

Caroline al mattino prepara la colazione. E oggi pulisce con cura la camera. Vorrei darle mano. Poi le mi scaccia dal tavolo, deve apparecchiare.

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Sagrato della chiesa della Merced
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Evelyn
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I poeti davanti alla chiesa della Merced

Josè e Alfredo provano a convincere i bambini e i ragazzi a essere poeti. Basta un’idea, dice Josè. E poi è sufficiente una matita e un foglio bianco. Ho la sensazione che funzioni: c’è il dono della prima parola, Josè e Alfredo regalano un rigo, parole che stanno in un rigo. ‘Cuando me subì al àrbol las naranjas se convertieron en peces amarillos…’. Ecco, andare avanti, lasciare che la parole costruiscano.

Kenya, che ha piccoli piercing al sopracciglio, nel mento, al naso, racconta la storia di una strega. Con le verruche. Mi incantano i gesti di Kenya. Non le chiedo perchè si chiama così: un suo amico è Nabuccodonosor, ho conosciuto Lenin e Adonis. E so che un ragazzino si chiama Eltonjohn, tutto attaccato.

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Taller de poesia por ninos y jovenes
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Kenya racconta una storia
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Jimena
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Taller de poesia
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Taller de poesia
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Taller de poesia
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Taller de poesia

Adele mi manda un verso di Franco Fortini: ‘La poesia non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi’. Penso ancora a Pablo Neruda: ‘Io qui non vengo a risolvere nulla. Sono venuto solo per cantare/e per farti cantare con me’. Vado ad ascoltare i poeti sul sagrato della chiesa della Merced. Confondo i tavoli delle letture, mischio i poeti, non mi segno i nomi, non fotografo, sto lì, sto qui. In prima fila. Ma poi mi smarrisco in parole di cui cerco di afferrare la musicalità. A volte, solo poche volte, mi riesce. C’è un ragazzo nero che vi riesce: il suo corpo segue, anzi, quasi precede, il ritmo dei versi. Vedo Josè diventare felice quando Juan Carlos dice il suo poema: vedo le sue mani agitarsi, la sua bocca sorridere, i suoi occhi sorprendere. Il poema ti è arrivato addosso.

Cosa è una buona poesia? ‘Qualcosa che ti tocca’, mi dice Marco Antonio. Non se traduco bene: ‘que te toca’, ha detto. ‘La poesia non si deve capire, si deve sentire, emozionarsi. Sapere che i poeti amano la vita’, mi scrive Alfonso da Santiago.

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C’è la luna sopra la chiesa della Merced. Un frammento di luna. E mi piacciono i colori che la facciata coloniale assume con i fari delle luci.

Vengo portato via dal sorriso di un norteamericano nero con le treccine che muove le mani all’andare delle sue parole pronunciate in spagnolo. Un anziano neozelandese (la mia età) ha un orecchino, occhi dolcissimi e un tatuaggio indigeno sull’avambraccio. Dice il suo saluto in maori. Un cileno si attorciglia su se stesso e mi solleva da terra. Un dominicano che vive in Messico è desolato e solitario: il vento li confonde i fogli, parla del padre morto 19 anni prima. Scoprirò che è un pastore protestante. Un giovane nicaraguense ha l’apparecchio per i denti, legge da un Ipad, sembra un gelido impiegato di banca, ma le sue parole mi appaiono lame affilate, lasciano segni sulla pelle. Un nicaraguense legge da un libro usatissimo e sbertucciato: mi piace molto. Douglas non cambia la sua gentilezza quando è sul podio. Josè legge una poesia di quattro versi e la gente non capisce che è finita. Ha coraggio: legge un poema chino (che sta per cinese, ma chino rende bene l’idea), scrive dell’Urss del 1941 e di dinastie cinesi del VI secolo in Centroamerica. Un poetessa panamense mi chiede le foto, non le ho scattate e il suo amico non sapeva far funzionare la macchinetta.

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Non rileggo i miei appunti. Scrivo per un dovere. Dovrei andare fuori, a camminare, invece di stare qui. Scrivo per una necessità che non è tale. Ma voglio scrivere, come ancora di una memoria. Questo scrivere mi impedisce di scrivere.

La mia casa, bella, qui voglio stare, da qui non voglio uscire, sta all’esquina fra calle de la Libertad y del Martirio. E’ mai possibile una libertà senza martirio? Una patria ljbre senza morir?

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Un’altra abitudine di calle de la Libertad:

Un ragazzo sciancato se ne sta in un pezzo di marciapiede. Sempre lo stesso. Costringe i passanti a scavalcarlo. Non si muove mai, dorme lì. Non chiede nulla. Spesso non ha maglietta, sta a torso nudo. Non riesce a stare in piedi, le sue gambe sono inutili. Ha una sua bellezza, il colore della pelle, le macchie di sudicio, i baffi, lo sguardo. Ha un cane nero che mai si alza in piedi, dorme sempre ed è paziente nell’aspettare i movimenti del ragazzo. A volte, lo sciancato si alza e cerca l’appoggio di un carretto a cui sono appesi uno zainetto intriso di sporcizia e cenci. Allora sta in equilibrio sul margine del marciapiede. Non vuole scendere, sta lì. Una volta, l’ho sentito dire dietro a una ragazza: ‘Hermosa’. Con voce da vecchio.

Non lo fotografo. Non mi fermo.

Granada
Granada

(all’inizio avevo titolato questo post ‘Cosa ci faccio qui’. Banale, ripetitivo, mi sembrava vero, però, ieri sera. Stasera meno: perchè Carlos, sul palco, ha intonato, come fa sempre ‘Nicaragua, Nicaraguita’ e ho cantato assieme alla piazza. E volevo ridere e piangere, alzare un pugno e applaudire. E poi, in mezzo, al mattino c’è stato un colibrì che, attratto dai fiori gialli del mio patio, si è sospeso nell’aria alla sua velocità supersonica)

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