Nicaragua/La poesia e il tumore.Una storia di bambini senza capelli e poeti dai lunghi capelli bianchi

(quest’articolo è apparso, in una versione ridotta, sul numero di febbraio della rivista il Messaggero di Sant’Antonio. Lo pubblico qui adesso perchè oggi, 24 di febbraio, a Granada, in Nicaragua, si incontrano medici e poeti)

Ospedale La Mascota
Ospedale La Mascota

 Il gioco dei nomi in Nicaragua è stupefacente. In quel paese ho conosciuto uomini e ragazzi che si chiamavano Nabuccodonosor, Adonis, Ganimedes, EltonJohn (tutto attaccato) e anche MikeTyson (sempre tutto attaccato). E, alla fine, ho incontrato Lenin. E Lenin ha dieci anni. E un tumore cresciuto nella sua testa. La sua pelle è bruciata dalla radioterapia. Le ossa si sono dilatate per non spezzarsi, il cranio si è deformato. I suoi occhi sono lucciole diurne nella luce dell’ospedale La Mascota di Managua, il principale centro pediatrico del Nicaragua. I gesti di Lenin sono lenti, il suo sorriso è cenere. Ed è dolcissimo. Le sue mani cercano l’aria, il suo corpo, a volte, mi appare fluido, privo di consistenza. E’ seduto su una panchina gialla, stretto a sua madre. Stanno stretti assieme nel piccolo giardino-parchi giochi dell’ospedale. Per raggiungere Managua, hanno dovuto viaggiare quasi due giorni. Vengono dalla costa atlantica del paese, quelle sono terre e acque lontane, là le strade si confondono con i fiumi. Per mesi, i paesi più remoti sono isolati dalle piogge. Lenin ha la leucemia. In Nicaragua il 40% dei tumori infantili è provocato dal cancro del sangue. ‘E’ un’anomalia – mi spiega Fulgencio Baez, 66 anni, primario del reparto oncologico della Mascota – nei paesi sviluppati sono il 28%. Noi sospettiamo, ma non ne abbiamo certezze scientifiche, che questa sia la conseguenza dei pesticidi e degli antiparassitari usati, senza scrupoli, per decenni, nelle grandi piantagioni di cotone e di mais’. Lenin si alza, cerca un equilibrio e poi dondola, con serenità, sull’altalena assieme a Roberta, la sua dottoressa. La madre, stanchissima, appoggia la schiena sulla panchina di cemento dipinto di giallo. Questa è una storia di poesia. E di sfida alla malattia. Parole che guardano negli occhi il cancro.

 

‘Io non aspetto il Giorno del Giudizio con particolare ottimismo, ma prevedo che una delle poche cose positive che mi verrà detta sarà: ‘Io ero un bambino malato di cancro e tu mi hai insegnato a fare poesia’. A Ernesto Cardenal, 90 anni, monaco e poeta celebre, saranno perdonati i peccati perché, più volte, con i suoi anni addosso, ha varcato la porta dell’ospedale La Mascota per parlare di poesia con i bambini colpiti dai tumori.

La Mascota era il soprannome di un bambino che morì schiacciato da un carroarmato nei giorni dell’insurrezione contro la tirannia che aveva oppresso il Nicaragua per quasi mezzo secolo.

I bambini della Mascota
I bambini della Mascota

Trent’anni fa, complice una cena (al tavolo vi era il farmacologo italiano Gianni Tognoni e lo scrittore argentino Julio Cortázar), Fernando Silva, un pediatra magro come un chiodo e dagli occhi come scintille, si fece convincere. Fernando (oggi ha 85 anni) è un poeta, un romanziere e un bravo medico. In quegli anni, il Nicaragua cercava di rinascere nonostante la tragedia di una controrivoluzione sanguinosa, armata dalla Cia nordamericana, e le eredità di vent’anni di guerra e mezzo secolo di dittatura. I bambini, allora, morivano di diarrea, di malattie respiratorie, di infezioni. C’era un’epidemia di dengue. Vi era da vaccinare una generazione di ragazzi che mai avevano visto un medico. Tutto era emergenza, fretta, priorità. E per i bambini che, troppo tardi, arrivavano a Managua con ossa e sangue devastati da un tumore non vi era via di scampo: erano condannati. Non vi erano cure, farmaci, né tempo per loro. Finivano nei reparti ‘normali’ dell’ospedale e morivano per un’influenza. In quella cena, Gianni Tognoni suggerì a Fernando Silva di scrivere a un pediatra di Monza. Giuseppe Masera dirigeva allora la pediatria dell’ospedale San Gerardo. Scrisse Fernando: ‘Quando a un bambino facciamo una diagnosi di leucemia o di cancro, poniamo accanto al suo nome una crocetta nera. E’ destinato a morte certa. Non abbiamo farmaci, specialisti, strutture per curare e offrire almeno una speranza di guarigione’. Fernando era un poeta. E anche Giuseppe lo era. Entrambi lo sono ancora. Per loro, la morte di un bambino era ed è intollerabile. Oggi, Fulgencio Baez, mi dice: ‘Solo due poeti, in quegli anni così difficili per il Nicaragua, potevano pensare che fosse possibile dare un futuro a quei bambini’. E Fulgencio, allora, poco più che trentenne era il responsabile della sanità pubblica di Managua. Silva, Fulgencio, Tognoni e Masera (e una generazione di medici, famiglie, bambini, cooperanti…) furono capaci di costruire un’utopia.

 

‘Non so quanto grande sarà il beneficio terapeutico prodotto dalla poesia, ma vedo la grande allegria che crea quando la ascoltano e, ancora di più, quando la scrivono loro stessi. A mio parere, più importante ancora, è il fatto che stiano cantando la creazione’, scrive Ernesto Cardenal.

 L’alleanza fra medici italiani e medici nicaraguense, fra l’ospedale di Monza e quello di Managua, è stata straordinaria. ‘Cominciammo a lavorare sulla formazione professionale, sugli uomini e le donne che dovevano lavorare nei nuovi reparti. Avevamo bisogno di farmaci. Dovevamo costruire infrastrutture e mettere a punto protocolli sanitari – ricorda Fulgencio – Un lavoro immane nel quale lavorammo alla pari. Ogni passo doveva essere, per noi, autosostenibile. Avevamo bisogno di aiuto, ma volevamo essere anche capaci a fare da soli’. E’ nata un’associazione di familiari dei bambini malati. I medici ascoltavano le famiglie. Negli anni delle politiche liberiste, non vi erano più farmaci in Nicaragua. Gli italiani si dettero da fare per far avere medicine là introvabili e costose. Il patto fra i due ospedali doveva durare cinque anni. Ne sono trascorsi trenta e il filo rosso fra due paesi lontani è ben teso. E’ un’amicizia, una storia comune, un darsi mano a vicenda. ‘E’ accaduto che i laboratori tecnici dove si faceva ricerca e si formavano medici e infermieri hanno funzionato come i talleres de poesia’, dice Gianni Tognoni. Credo che voglia dire che hanno reso realtà un sogno.

Fulgencio mi dice due numeri: ‘Non abbiamo dato certi, ma so che, prima del 1990, furono soltanto dodici i bambini capaci di vincere la malattia. Oggi ti posso dire che mille e settecento stanno vivendo il loro futuro’. Scrivo 1700 sul mio taccuino e vedo questa folla di bambini giocare nel piccolo parco dell’ospedale assieme a Lenin.

Oggi ci sono otto ematologi alla Mascota. Dodici chirurghi. E infermieri ben formati. ‘Pochi, ancora pochi – avverte Roberta Ortiz, pediatra ed ematologa – Questi reparti sono complessi e un’infermiera deve tener dietro a diciotto bambini. Sono troppi’. Ed è bene che si sappia che un medico così specializzato a Managua guadagna 300 dollari al mese. Un’infermiera, 250 dollari. Il primario, Fulgencio, a un passo dalla pensione, ha uno stipendio di 500 dollari al mese. Con 300 dollari al mese non si vive nemmeno nella capitale del Nicaragua. Ma io ho visto tenacia, entusiasmo, forza, passione, sorrisi in questi uomini e in queste donne. Li ho visto giocare con bambini e aiutare chi davvero non ha più speranza. ‘Hanno diritto alla miglior vita possibile’, mi dice Roberta.

I medici, nicaraguensi e italiani, divennero sociologi. Vi era il problema dei lunghi viaggi che i bambini dovevano affrontare per raggiungere l’ospedale. Appariva irrisolvibile e allora si decise di costruire un hotelito per ospitare le famiglie. La medicina non è solo cura. In genere i bambini sono accompagnati dal padre: a casa ci sono altri figli a cui badare. La madre rimane al paese, nelle campagne.

Fernando Silva, nella notte di Natale, cammina nel corridoio del suo ospedale. Un ultimo controllo che tutto sia a posto. Avverte dei passi alle sue spalle. ‘Passettini di bambagia’. Era un bambino che lo seguiva. ‘Un bambino che non aveva nessuno’. ‘Fernando riconobbe quel viso già segnato dalla morte e gli occhi che chiedevano scusa, o, forse, chiedevano permesso’.

L’uomo e il bambino ora erano uno di fronte all’altro. Il bambino sussurrò: ‘Diglielo, dì a qualcuno che io sono qui’. (E questo lo ha raccontato Eduardo Galeano, grande scrittore uruguayano)

 Nel 2004, in Italia, Giuseppe Masera incontra Ernesto Cardenal. Il monaco e poeta è candidato al premio Nobel per la letteratura. Giuseppe sa dei taller de poesia che Ernesto, ministro della cultura del suo paese, negli anni ’80, aveva promosso e organizzato fra contadini e carcerati, anziani e infermi. Sa che Ernesto crede che proprio le persone con più difficoltà siano capaci di creatività. Gli propone, allora, di fare poesia assieme ai bambini della Mascota. Assieme ai bambini con addosso un cancro. Ernesto, allora, aveva ottanta anni. E questo nonno, dal carattere di burrasca, accettò, seppe trovare gesti e parole per stare con i bambini. In fondo, con la sua barba bianca e i suoi capelli lunghi, poteva essere Babbo Natale. Portò con sé una piccola pattuglia di poeti (Julio, William, Daysi, Luz Marina, Claribel, Marvin..). Apparve perfino un’ambasciatrice tedesca, Christa Unzner-Kochel con matite e acquerelli. Fu un miracolo. Fernando Silva raccontava degli uccelli del Nicaragua. Cardenal leggeva Walt Whitman: ‘C’era un bambino che usciva ogni giorno…’. Azzardò perfino Saffo: mezzanotte, la luna e lei sola nel letto. I bambini ne erano incantati. Ernesto sapeva come cambiare le parole delle poesie, come farle capire, come condurre i bambini alla scrittura o all’ascolto. La sua poesia è semplice, essenziale, comprensibile. In fondo era stato lui, come ministro della cultura, a pretendere che, in Nicaragua, il diritto alla poesia fosse inserito fra ciò di cui non si può fare a meno nella vita, nell’elenco dei beni indispensabili.

Giuseppe Masera, commosso e sorridente, riprende il suo ruolo di medico: ‘La poesia è diventata così una componente che arricchisce la strategia terapeutica nell’oncologia pediatrica’. Anche al San Gerardo di Monza, alla fine, i poeti si intrufolano fra i letti e fleboclisi. ‘La poesia ha emozionato i bambini – ricorda Fulgencio – Hanno ascoltato. Hanno scritto. I loro padri hanno scritto poesie. E’ stata un’allegria che prosegue ancor oggi con la lettura o i clown. Io so non darti certezze scientifiche, ma so che un bambino sereno reagisce con coraggio alla malattia. So che questa terapia funziona’. Oggi il 40% dei bambini che entra alla Mascota con la leucemia nel sangue ne esce guarito. ‘Siamo ben lontani dai risultati che avete in occidente, ma ci proviamo. Siamo altrettanto consapevoli che un terzo dei bambini abbandonano la terapia una volta tornati ai loro paesi. Dobbiamo lavorare ancora’. La poesia e la medicina non hanno finito il loro compito. ‘I medici hanno incrociato i poeti – dice Gianni Tognoni – e assieme, con un po’ di risorse economiche, hanno avuto la capacità di affrontare una realtà come i tumori e l’hanno trasformata’.

 

‘Ho molto invidiato l’immagine del pulcino che insegue un vermiciattolo che cammina ‘stirandosi e restringendosi’ o quella delle oche che, quando stirano le ali, assomigliano a una fisarmonica che si apre e si chiude’, scrive Cardenal dopo aver letto le poesie dei bambini. I bambini hanno regalato fantasia al grande poeta.

 

Sto un po’ con Lenin. Provo a scattare una foto. Non mi riesce. Maledizione, non mi riesce. Preferisco stare lì a guardarlo mentre, assieme a Roberta, va in su e in giù sull’altalena. In un patio, un bambino senza una gamba non distoglie lo sguardo da una televisione. Io so che ha la morte addosso. Altri bambini, con le loro teste calve e rotonde, dondolano sulle loro sedie nel caldo di Managua. Incerti fra la malinconia e il sorriso. Nella sala dei giochi, un bambino ha un cappello di lana a coprire la testa. C’è l’aria condizionata, ma questa è terra del caldo. Il cancro gli ha fatto esplodere il femore. E’ arrivato tardi a Managua. Viene da lontano. Un paese su un fiume. Gioca come potrebbe fare ogni bambino. Non ci saranno gli anni della gioventù per lui. So di Tony Josè, 6 anni: viene a Rio Blanco, un villaggio delle montagne. La sua poesia dice: ‘Avevo un tumore al petto…quando ho iniziato a stare male..mangiare non mi piaceva più…mia mamma Nubia ha visto che avevo il petto gonfio…’. Ci regala gioia, Tony Josè. E’ passato un anno da quando ha cominciato i viaggi dalla Mascota: ‘Il mio dottore dice che ormai sto bene’. E lui può andare in vacanza.

Guardo i grandi disegni sulle pareti: ci sono un sacco di leoni…strano, penso, che in Nicaragua, ci sono molti animali magnifici, ma nessun leone. So che sta per arrivare un clown: è el doctor que-lo-cura. Gioco di parole: locura sta per pazzia in spagnolo. C’è attesa fremente di allegria fra i letti. Poeti, clown, musicisti, scrittori per un braccio di ferro con il tumore. Le parole e la malattia.

 

Scrive Cardenal: ‘Le poesie di questi bambini sono come un inno alla bellezza della creazione di Dio. Ci sono arcobaleni, tartarughe, rane, conigli, anatre, luna, serpenti, pappagalli, bambini ed anche bambini ammalati di cancro’.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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