Febbraio/(Quasi) un diario in pubblico

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1 febbraio

Grande sala della Casa del Popolo. Luogo in cui il tempo passa. Le carte sono un gioco machista. Tavoli fitti, sedie che non bastano, chiacchiere di fondo, cappotti scuri, in molti li tengono addosso. Tre donne giocano da sole, hanno faticato a salire le scale. Non mi rendo conto di essere un intruso. Occupo un tavolo. Da solo. Con il mio computer. Alla fine, un uomo si decide: ‘Senti, ti devi spostare, questa sala è per il gioco’. Lo guardo un attimo, ben sapendo la mia colpa: ‘Cinque minuti, finisco’. ‘Ecco, se ne va’, dice lui, volgendosi verso amici seduti in silenzio fuori dalla sala. ‘Scusatemi, la prima volta’, mento. Sistemo le mie cose. Lascio il brusio di fondo. Altri leggono il giornali, altri sono semplicemente qui. C’è una sala giochi (biliardo, biliardini, vecchi flipper). Ci sono solo ragazzi dell’Africa, chini sui cellulari. Wi-fi libero.

(San Casciano in Val di Pesa, Casa del Popolo)

 

2 febbraio

Il mio dentista fuma quaranta sigarette al giorno, legge Heidegger, beve troppi caffè, mangia riso bollito da vaschette di plastica e lavora quattordici ore al giorno. Nel suo studio non entra mai la luce.

(studio del mio dentista)

Gioconda Belli

 

3 febbraio

Alle dieci del mattino passo su un marciapiede ai lati di un piccolo campo di calcio. Ci sono cinque ragazzi arabi. Seduti su una panchina da un alto, accucciati dall’altro. Belle voci. Ragazzi dall’aria tosta e insonne. Devono aver dormito all’albergo popolare. Parlano a voce alta, ai loro piedi bottiglie di birra Moretti. In una scatola di cartone altre cinque birre.

(Piazza Tasso, Firenze)

 

Da Sabatino, il ragazzo, che non è un ragazzo (e che io mai ho visto invecchiare), mi porta, senza che io le chieda, le tagliatelle al ragù senza formaggio. ‘Non avevo dubbi’, mi dice e mi chiede: ‘Come va? Tutto bene?’. Siamo seduti al ‘tavolo in cima’. E sono consolato e felice: rosbif è ancora scritto rosbif. E ci sono le barbine di Genova. Amare, scritto fra parentesi.

(Sabatino, porta di san Frediano)

 

4 febbraio

Io vi conosco. Mi piace stare con voi. Siete gli amici di mia figlia. Giovanni, Vittorio, Valeria. Ora Giulio. Ha ragione Paola quando dice: ‘La Meglio Gioventù, l’Italia invisibile’. L’Italia, i ragazzi dell’Europa, del mondo. I ragazzi che saranno più saggi di noi. E quello che spaventa è la loro saggezza. Sono un pericolo per chi vuole conservare il potere. Il nostro dolore, il vostro coraggio.

(camminando, questa mattina, con i pensieri che non vogliono diventare tali)

 

I tulipani a prendere la luce alla finestra della casa di Laura, un piccolo peperone rotondo ripieno di capperi, il pane buono, il vino. Le chiacchiere. Frammento di felicità.

(via san Giovanni)

 

Le gole aperte, la pelle che si crepa e non fa uscire sangue. Le macchie sul corpo. Una gamba che non c’è più, un braccio che non si muove più, una gamba strascicata, le pance gonfie, i corpi che si lasciano andare, la fatica di camminare (e io penso: siete stati giovani, sani, forse belli). A sera davanti alle porte delle camere. Così le infermiere sanno che devono mettervi a letto. Il ragazzo somalo è scappato dall’inferno di Chisimaio per essere investito sulle strisce pedonali a Firenze. Ha una famiglia da mantenere a Mombasa.

(centro di riabilitazione di Scandicci)

Serata alla Merced

5 febbraio

Per favore, per una volta, fermatevi, non scrivete di quel corpo ucciso. Lo scrivo, ma non so cosa farei io se dovessi scrivere per il giornale di domani.

Leggo che Giulio amava Pasolini.

(in piazza Edison, seduto in macchina)

 

Andrea, a fine pranzo, dice: ‘Il vento e il leone’. Il rais che corre sulla spiaggia. Sean è bellissimo, Andrea congiunge le mani in segno di riverenza. ‘Abbiamo perso tutto, rais’. ‘Ben triste è l’uomo che non abbia qualcosa da perdere’. E una grande risata mentre il mare rumoreggia e applaude alle loro spalle. E’ la stessa risata dei samurai: ‘Cosa accadrà oggi?’. ‘Moriremo tutti’. E il galoppo dei cavalli è l’evviva della gente.

 

Andrea prende appunti sulla tovaglietta dell’osteria. Poggia il suo Iphone e con una penna rossa ne disegna i contorni. Prima per orizzontale e poi in verticale. Fa geometrie. E ha attenzione. Vorremmo fare un film assieme.

(un’osteria di piazza Edison, a Firenze)

 

6 febbraio

Taglio i rametti dei capperi. Sul muro davanti casa è nata una nuova, piccolissima piantina.

(Mucciana, San Casciano in Val di Pesa)

 

Faccio cose inutili. Raccolgo i foglietti che scrivo di continuo e con scotch trasparente li attacco su un quaderno dalla copertina dura comprato in Africa. Cerco di fermare la memoria? Un foglietto al giorno. Ne scrivo dieci, ma penso che posso fare una cosa inutile ogni giorno.

(Via Toscanella, Firenze)

 

Il primo albero in fiore nella campagna di Mucciana. Sempre il solito. Dopo la prima salita fuori casa. Il cielo cerca il grigio, ma si impiglia nei fiori.

(Via di Mucciana)

 

Guardo il volto di tuo padre, all’aeroporto. Ne vedo il sorriso che nasconde il dolore. Le ‘cose da fare’.

(via dei Serragli)

Panama

 

7 febbraio

Il tempo cambia. Una morte: l’uomo che mi tenne sulle ginocchia mentre pensava al gioco del vino. Un cambiamento: non c’è più la ragazza, né sua madre al vecchio negozio che sta alla fine della salita. Ora ci sono due ragazzi. Che ridono a comando, hanno cibi preziosi e ci tengono allo splendore della loro drogheria. Todo cambia, te ne accorgi quando ripassi.

(strada per Cerbaia/Bardella)

 

Todo cambia: c’era un uomo certo che la storia della farmacia fosse grandiosa. Raccontava con passione, almeno così ricordo. Indossava uno spolverino bianco e si muoveva nella sua casa. Oggi ci sono almeno dieci commesse vestite di nero, alcune giapponesi, dalla pelle bianca e gli occhi che non sorridono. Sono serie professioniste. Io vorrei giocare a rugby qua dentro.

(Farmacia di via della Scala, Firenze)

 

No, per ora, non cambia via della Scala 27. I ragazzi dovevano andarsene via a Maggio, sono ancora qui. Nella casa di venti anni fa. Massimo con le mutande a righe e una maglietta della salute grigia e il suonatore di tamburello che si allaccia le scarpe e come sempre dice: ‘Devo andare a lavorare’.

(Via della Scala, 27, Firenze)

 

8 febbraio

Non ho ricordi, non ci sono frammenti. L’autostrada, forse. Il sonno pesante e mobile. Il freddo. La nebbia.

(Padova)

 

Taglio un ramo del corbezzolo, per difendere il rosmarino. Corbezzolo e rosmarino hanno invertito la loro forza: per anni era stato il rosmarino a dominare il corbezzolo. Adesso è l’opposto.

(Mucciana)

 

Passo davanti alla casa di Giacomo. So che non c’è più. Ne ricordo la gentilezza.

(San Casciano in Val di Pesa)

Jimena

 

9 febbraio

Vittore esce dalla stazione.

Mi saluta, ma poi vede qualcosa. Si muove con rapidità. E fotografa un uomo anziano. Da meno di trenta centimetri. L’uomo si protegge con un guanto di lana verde, ma sorride. Anche Vittore sorride. Parlano della loro bellezza. Poi si scopre che l’uomo è stato a Mogadiscio, in Marina, oltre mezzo secolo fa. Mogadiscio era bellissima. Non so perché ci siamo scambiati queste parole così all’improvviso. L’uomo si chiama Carmine La Bruna.

(stazione di Padova)

 

10 febbraio

Immagino una donna sola. Ha più di sessanta anni. Ogni sera mangia davanti alla televisione. Seduta storta rispetto al tavolo.

 

Raccolgo un piccolo melograno. E lo lascio in un vassoio, è quasi irriconoscibile fra le pietre. Mi ricorderò di ritrovarlo? Qualcuno lo toccherà?

(Via Euganea)

 

Raccolgo tre piante grasse che erano strappate dal loro terreno. Le metto in sacchetto e, prima che faccia buio, con troppa fretta le pianto in un’aiuola. Non è un lavoro fatto bene. Faccio ben poche cose bene. Ma le ho piantate, questo sì.

(Via Euganea)

 

Immagino una ragazza, una donna, seduta, ancora una sera, per terra. Non si accorge più della scomodità. E’ buio. Non conta più nemmeno i giorni. Guarda un fuoco piccolo. Più braci che fuoco. Aspetta. Senza aspettare.

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11 febbraio

Cade un bidone di acqua e una pozzanghera si allarga sulla moquette di una sala dell’aeroporto di Parigi

 

Fin dall’aeroporto, la gente ti fa un augurio: ‘Que te vaja bien’.

 

Alla stazione degli autobus, un uomo ha croste sul naso, i piedi scalzi, ci sono due gradi, una giacca a vento rossa e lacera, pantaloni bianchi di una tuta. Mi chiede del suo marsupio. E piange. Perde subito i dieci euro

(stazione dei bus di Padova)

 

La ragazza che torna in Giappone guarda il suo diario dello scorso anno. E’ un diario bellissimo fatto di quadratini e micro disegni. E ideogrammi mischiati. La ragazza ha una voglia rosa sulla guancia e parla con un ragazzo dai capelli ossigenati (aereo per Parigi)

 

Un uomo con orecchino e una coppola bianca e leggera tenuta all’incontrario. Ha una faccia bella e sofferente. Va a Panama (aereo per Panama)

 

Il ragazzo haitiano si fa il segno della croce prima di decollare (aereo per Managua)

 

C’è un uomo, con un cappotto da aviazione, che porta in aereo una bacchetta magica

(Aeroporto di Venezia)

 

C’è un uomo, con l’aria distinta, che porge, con eleganza ottocentesca, un minigelato estraendolo da una inopportuna scatola di cartone (aereo AirFrance per Panama)

 

C’è un elicottero che vola sopra lo zocalo de Ciudad de Mexico. Atterra quasi di fronte al ristorante santo Domingo dove trentasei anni fa, mangiai per la prima volta il pozole (aereo per Panama)

 

C’è una donna incinta che fa l’amore (come mi piacerebbe scrivere: scopa) con Vincent. Non riesco a distaccare gli occhi dalla sua pancia. Mi dà l’idea di una foto che mai scatterò (o forse sì) (aereo per Panama)

 

 

12 febbraio

I piedi scalzi. Il pavimento li sfiora. Non avverti differenze fra la tua pelle e la pietra. Questa terra è nata per ospitare i piedi degli uomini

(Granada, calle del Martirio)

 

Il gallo pinto e los maduros. Sonia conosce l’arte modesta della colazione. La felicità purissima di tornare nei luoghi

(Casa de los Espinozas, Managua)

 

Casa fra calle della Libertad y calle del Martirio. Magari sarà possibile una libertà senza martirio. Scopro che non ho mai amato lo sloga: ‘Patria Libre o muerte’.

(Granada)

 

Fernando sta morendo. Lo scorso anno ci accolse con gentilezza antica: ‘In cosa posso esservi utile’. Indossava pantaloncini corti e si appoggiava a un bastone. Domenica ci sarà una messa per un miracolo.

(Casa de los escriptores nicaraguensis)

 

Gli occhi chiarissimi di Keely.

(Casa de las sonrisas, el pais de la Sonrisas)

 

Il poeta immagina quale sia la peggior dittatura del mondo. E torna indietro all’Unione Sovietica di Stalin. Dove era obbligatorio essere felici.

(Parque Central, Granada).

 

Un Cristo affranto, vestito di viola, che ondeggia per ore per le strade. Musica da funerale. I ragazzi che portano la statua muovono passi al ritmo di una musica malinconica. Che si azzitisce non appena il Cristo torna in chiesa.

(Granada)

 

Dalì, ti presento il primo italiano della tua vita.

(Parque central di Granada)

Serata alla Merced

 

13 febbraio

 

Un uomo pulisce con cura la statua al centro della fontana (Parque central, Granada)

 

L’orologiaio maldestro riesce a far cadere due micropile. Sta chiuso dentro un bugigattolo, mentre un pastore evangelico grida come un toro trafitto da una spada. L’orologiaio si addormenta. Ha cresciuto sette figli. Ha quindici nipoti. ‘Quante persone da un solo uomo’. Si è dimenticato sua moglie (mercato di Granada)

 

Il catalano vive a Granada, ma è socio del Barcellona e mi dice che il suo posto è dietro la porta, in alto, appena sotto il tetto dello stadio. Il leggendario Camp Nou. Gli stadi sono sempre leggendari (Granada)

 

I venditori di strada offrono amache di Manila e cucù come a Matera (Granada)

 

Due ragazze, che non appaiono gringas, chiedono ‘Do you have cappuccino?’. Alle otto di sera, nella piazza di Granada. La cameriera ci mette un po’ a capire e a dire perplessa: ‘No’. (parque central di Granada)

 

14 febbraio

Una rosa, ancora nella sua protezione, trovata per terra, di fronte alla porta di casa. L’ho messa in un vaso bianco.

(Calle de la Libertad)

 

Al tavolo della veranda dell’hotel Alhambra. Le ore a parlare di cuaderno d’Etiopia, di Rimbaud, di poesia, dei premi di poesia. Il tavolo colmo di regali. Libri di Pasolini, sciarpe di Lalibela, poesie guatemalteche, cappuccini, vino rosso, parole

(Parque Central)

 

E la sciarpetta d’Etiopia sale al palco della piazza. Il poeta la tiene al collo mentre legge i suoi cuentos chinos. Josè dice una poesia di quattro parole. La gente rimane sorpresa.

(Placa de l’Indipendenza)

 

Io non sono il miglior poeta di Costarica. Lavoro di più

(la notte di Granada)

 

Devo ricominciare a credere nelle coincidenze: Josè mi regala il titolo della novela attorno a Rimbaud (Il cuaderno etiopico), Douglas mi legge un’epigrafe di Rimbaud e apro il suo libro su una frase di Arthur, Marco Antonio ha tradotto Rimbaud in spagnolo

(notte di Granada)

 

Ci sono uomini (uno, due, cinque…) che crollano a terra e dormono con le gambe larghe oppure rannicchiate. Uno di loro si è sdraiato nel passeggio della movida di Granada, indifferente alla festa attorno a lui. Sono sporchi

(Calzada di Granada)

 

Sono arrivata nel 1997. Folgorata. Volevo stare solo qua. Ha vissuto sul rio San Juan

(al tavolo del chiosco, che sta dalla parte del mercato).

 

Il Cristo della Cattedrale, con la sua tunica viola, esce ogni notte accompagnato dalla trombe funebri e dai colpi su un tamburo.

(placa de la independencia)

Serata alla Merced

 

15 febbraio

Abitudini di calle de la Libertad:

A sera, in calle de la libertad, arriva un camion nero, scoperto. Ha legna, platanos, sacchi di carne, patate, grandi teglie annerite, catini di plastica. Scendono un uomo dalla camicia lurida e l’aria devastata, una donna grassa con una veste a fiori sudata, una donna più anziana solo ossi e gli occhi induriti, un ragazzo obeso, alto e l’aspetto di chi pensa che altro non sia possibile. Ogni notte mettono il tavolo nello stesso posto, davanti a un portone che dice: ‘Scuola yo puedo’. E cominciano ad arrostire la carne, friggere enchilladas e tortillas. L’uomo lercio sta dietro al fuoco e affetta platanos, il ragazzo spalma fagioli sulle tortillas, la donna vecchia e secca arrostisce, la donna grassa compone il cibo sulle foglie di platano ed è la sola che può aprire e chiudere la cassetta di legno dei soldi.

(Calle de la Libertad)

 

Un ragazzo sciancato se ne sta in un pezzo di marciapiede. Sempre lo stesso. Costringe i passanti a scavalcarlo. Non ha maglietta, sta a torso nudo. Ha una sua bellezza, il colore della pelle, le macchie di sudicio, i baffi, lo sguardo. Ha un cane nero che mai si alza in piedi ed è paziente nell’aspettare i movimenti del ragazzo. A volte, lo sciancato si alza e cerca l’appoggio di un carretto. Allora sta in equilibrio sul margine del marciapiede. Non vuole scendere, sta lì. Una volta, l’ho sentito dire dietro a una ragazza: ‘Hermosa’. Con voce da vecchio.

(Calle de la Libertad)

 

16 febbraio

Un colibrì al mattino. Attratto dai fiori gialli del nostro patio. Immobile e velocissimo. Le sue ali sono invisibili.

(patio de la casa de sonrisa)

 

Le strade sono tranquille. Il paese appare lento e bellissimo. Non capisco i cancelli e le inferriate. Le porte sono aperte, ma protette da un cancello. Non si entra in un negozio, si guarda da fuori, oltre le sbarre e ti passano quanto compri attraverso l’inferriata. Ci si siede sull’orlo della casa, ma dietro il cancello.

(calle de la Libertad)

 

Nicolàs mi regala nuovamente il suo foglietto con le poesie. Ha fatto l’ingegnere agronomo. Ha 76 anni, baffi risorgimentali se il Nicaragua avesse avuto un Risorgimento (ha fatto una Rivoluzione), a volte indossa un basco rosso. Dice: ‘I vulcani danno forza ai poeti’.

(Casa de los Leones)

 

Nabuccodonosor recita in spagnole le poesie del poeta ucraino. La traduzione è un altro poema. Vi è energia purissima. Il poeta ucraino era pallido ed esangue. Nabucco forza vitale.

(sagrada de la iglesia de la Merced)

 

Il ragazzo del Salvador ha cambiato maglietta: un coccodrillino Lacoste al posto del Che

(Parque central)

 

I ragazzi di strada aspettano che i clienti del chiosco abbiano finito per correre a bersi la goccia di Coca-cola rimasta nel bicchiere

(Parque central)

 

Bambini di strada passeggiano, assieme ai cani, davanti alle sedie delle ‘persone’ importanti. Un ragazzino cencioso si siede a fianco del consigliere economico del presidente. Che non alza il naso dal suo cellulare. Entrambi indifferenti.

(Parque central)

Alfredo

 

17 febbraio

E’ un buon modo di cominciare una giornata. Un parlare per un’ora, alle sette del mattino, seduti su una panchina del Parque Central, con un Alfredo che ci racconta la maniera di sussurrare poemas

(Parque Central)

 

Sparano petardi per azzittire, un ratito, gli uccelli che gridano sugli alberi.

(Parque Central)

 

Abbiamo parlato con il ragazzo sciancato. Lezione: il denaro se ne va, lo perdo, me lo rubano. La sola cosa che rimane è l’amore. Wilver scrive poemas sdraiato per terra, Lupa, il suo cane, sta a testa in giù. Un uomo gli paga il caffè che viaggia di casa in casa.

(Calle de la Libertad)

 

Il poeta di Barahona ha in mano un libro. C’è una faccia nera. E’ una foto di Gianni? No, è di Thomas, che ho conosciuto ad Accettura e vive in Cambogia. Dunque, Nicaragua, Dominicana, Lucania, Veneto, Cambogia (dove vive Thomas). Tutto per farci incontrare sul sagrato di san Francesco

(Chiesa di san Francesco)

 

I ragazzi di Nindiri, facce nere, non hanno un indirizzo postale, non sanno scrivere, non usano computer. Sono venuti a sfilare davanti ai poeti. Ecco, la povertà. Mi lasciano una vaga indicazione dove mandare le foto.

(sponde del lago Nicaragua)

 

La donna di Haiti non può entrare nella casa dove i poeti danzano. Nessuno si accorge di lei. Viene fermata da un ragazzino.

(Casa de los Leones)

 

18 febbraio

Wilver scrive disteso per terra. Vede il mondo dal basso, da un corpo strascicato per terra. Wilver scrive poesie di sospiri. Mi chiede di portargli un caffè, tira fuori i soldi. Non ho tempo

(calle de la Libertad)

 

Danno la mano con gentilezza decisa: ‘Martin, poeta’. Penso che in Italia nessuno lo farebbe. Vi sarebbe vergogna a dire che tu, prima di tutto, sei un poeta. A Marta dissero: ‘Per carità, non scriva poesie, se vuole stare all’università’.

(Casa del Caffè)

 

Incontro un ragazzo svedese. Che è piccolo e ha una bella pancia che lo rende simile a un arco. Ora non cerco il suo nome. Lo svedese ha baffi ottocenteschi, in realtà è siriano, parla aramaico e sorride come un bambino quando leggono le sue poesia in spagnolo. Alza un pugno, in segno di felicità, il ragazzo svedese.

(pulmino per la scuola Italia)

 

Al mattino, dalla fabbrica de los poemas a una fabbrica di zapatos. Sono in undici in una stanza. Passa l’aria e non c’è l’odore della colla. Cinquanta scarpe ogni giorno. Renè Mendoza parla come un analista e dice: ‘Il mercato chiede…’. In quindici metri quadrati, un ciclo completo di scarpe.

(quartier Pancasan).

 

E poi Alfredo invecchia di colpo: si è tagliato la folta barba bianca, quella che lo faceva assomigliare a Ernesto Cardenal. Adesso è un vecchio signore, pensionato di una banca. Però quando arriva la musica, le sue gambe sono quelle di un ballerino

(casa de los tres mundos)

Serata alla Merced

 

19 febbraio

Il mestiere di Franklin è il ‘carpintero’. E poi mischia le parole: ‘Casa beautiful, madera’. Deve essere un po’ loco. O forse lo fa per me. Si siede alla Fabrica de los Poemas, ma non vuole che qualcuno scriva per lui un poema. Lui ha già in mente il suo. Cerca qualcuno che lo scriva. Lui detta. Franklin è un poeta analfabeta

(Parque Central).

 

Haydee vede in maniera diversa da quando aveva tre anni. E’ salvadoregna. A sette sapeva leggere il braille. A dieci cominciò a scrivere perché sua madre se ne andò negli Stati Uniti per lavorare. A venti anni smise di scrivere. A ventuno anni ha ricevuto un messaggio da un poeta: ogni giorno le manda due righe, una manciata (scarsa) di parole: da oltre due mesi, Haydee scrive un poema al giorno. Da quelle prime parole.

(Casa de los Leones)

 

Il gatto proietta su un muro l’ombra di un leone, la lucertola fa un’ombra di dragone. E’ il suggerimento del Poeta.

(Casa de los Leones, che in realtà è la casa de los tres mundos)

 

20 febbraio

La famiglia di Mainor è stata scacciata dall’isola dopo trent’anni. E’ apparso un tipo con titoli di proprietà. Alla fine vi è stata una trattativa: gli hanno dato un piccolo pezzo di terra sulla stessa isola. Mainor sta ricostruendosi la casa.

(Isletas de Granada)

 

A las isletas vivono tredicimila persone. Su 365 isolette-frammento. Sono scogli di lava antica. Dicono di loro stessi: ‘Siamo poveri’. ‘Vediamo la televisione in bianco e nero grazie alle batterie di una macchina’. La luce è delle lampade a gas. Gli abitanti dicono: ‘Qui vivono i ricchi, loro hanno portato l’elettricità per le loro case. Noi beviamo l’acqua del lago. Dobbiamo bollirla. Un tempo era pulita’. Vogliono la televisione a colori.

(Isletas de Granada)

 

Allan, cameriere del Darìo, mi conosce e mi dà sempre porzioni abbondanti di riso e fagioli

(casa de los tres mundos)

 

Abito nel barrio Maldidos

(Danilo)

 

Il fotografo gordo e zoppicante gira con una busta di fotografie. Cerca i poeti uno a uno e offre le sue foto a cinquanta cordobas. Poco meno di due dollari

(casa de los tres mundos)

 

I poeti mangiano. Io mangio sanguinaccio (morcylla) e nacatamale

(casa de los tres mundos)

 

Maribel mi allaccia una pulserita colorata. Los deseos. Beneaugurio. Il marito di Maribel addestra cani. Smarrisco la pulserita (è in lana sfuggente) sul bus. Evelyn la ritrova

(bus per Granada)

 

Demetrio ha un vecchio negozio di fotografia. Ricorda di quando era il fotografo ufficiale del festival. La prima edizione, dodici anni fa. ‘Ho sempre voluto fare buone foto. Le foto brutte non mi sono mai piaciute’. Devo trovare il tempo per Demetrio

(vicino al Parque central)

 

LuzMarina mi avvicina e dice veloce: ‘Se muriò Fernando’. Poi scompare. Sta morendo troppa gente. Mi fermo, come sempre. Un momento, un momento. Mi guardo attorno: è morto Fernando e non è cambiato nulla qua attorno. Io scrivo l’elenco dei morti di questo tempo: Mario, Sergio, Giacomo, Pier Luca. Ora Fernando. Mi chiedo: devo aggiungere anche Umberto Eco fra i miei morti? Perché il mondo qui attorno, in questo momento, non è cambiato, non si è spezzato, non si è interrotto, non si è fermato? I poeti continuano a sorridere e ad abbracciarsi, i bambini corrono per la strada, i venditori ti offrono fischietti e amache, i mendicanti dormono sotto i portici, la pioggia cade a secchiate (ecco, sì, forse il giorno si è accorto della morte di Fernando), io do la mano a un giovane svedese-siriano che se ne sta partendo, Andrea è sempre affaccendata, i poeti sono preoccupati per la loro partenza. E Fernando è morto.

(casa de los tres mundos)

Serata alla Merced

 

21 febbraio (Puentecito, strada per la laguna de apoyo)

Il bicchiere d’acqua sul tavolo. L’offerta del bicchiere d’acqua. L’importanza di un bicchiere d’acqua dopo aver camminato

(Puentecito)

 

Nuevo amanecer, calle gracias a dios, 2. C’è un grande mango

(Puentecito)

 

Ho visto passare un funerale. La banda, davanti. Una musica quasi allegra. Molta gente. Adesso mangeranno e berranno agua ardiente per nove giorni. Poi ci sarà un altro incontro fra un mese

(Puentecito)

 

La donna che è stata con Marcos. Si tolse il passamontagna (io penso a Re Carlo). La scelta della ragazza per la notte. Back-stage dei rebeldes.

(Racconto attorno a un tavolo)

 

Il ragazzo ci fa pagare il doppio il biglietto del bus. Facile accorgersene. Alla fine glielo dico: ‘Veinte cordobas son de propina’. E alziamo il dito pollice

(Bus per Puentecito)

 

L’uomo seduto accanto a me ha un sacchetto di chicharrones. Per la domenica

(bus per Puentecito)

 

22 febbraio, lunedì, Puentecito

L’uomo dice che è di Sri Lanka. Non posso crederlo. Parla uno spagnolo dolce e scivolato. Ha la pelle del nica. Io chiedo di sant’Antonio. ‘Il pescatore. Noi amiamo sant’Antonio. Ci ha salvato dallo tsunami. Le tempeste risparmiano la chiesa dalla sua forza. Il governo non riuscirà mai a costruirci una strada accanto. Quando la stagione della pesca va male, noi prendiamo la statua del santo e andiamo al mare. Il giorno dopo ricominciamo a pescare’. Sono stupito e felice di questa conversazione. L’uomo di chiama Edward Kennedy. Ed esporta pesce.

(Parque central de Masaya)

 

Ci sono sedie colossali, coloratissime, una sull’altra, fino a cinque, sei metri di altezza nella piazza. Accanto a un chiosco che, al lunedì, fa delle eccellenti sopa di res. Una meravigliosa zuppa di carne, per lenire l’ubriacatezza dei giorni del fine settimana.

(Parque central)

 

Andrea, di San Casciano, è morto in Messico. Stanno riportando il corpo fra le colline. Vuole essere sepolto a Santa Cristina. Fra le vigne.

(Puentecito)

 

Abel mostra tutta la sua bravura nei giochetti sull’Ipad. Non ha mai visto un computer

(Puentecito)

 

Elda e Iara lavorano ad armare un telaio. Iara ha tre figlie, Elda uno. Figli a quattordici anni. Non sono state registrate da bambine. Gli uomini se ne sono andati.

(Puentecito)

 

I bus colorati, allineati, nel caos stranito e accaldato del mercato di Masaya. Un bus dichiara, con onestà: ‘Dios guia mi camino’ E ‘Solo el save si volvere’.

(spianata dei bus a Masaya)

Douglas

 

23 febbraio, martedì, San Marcos

Sui bus del Nicaragua vendono medicinali. Spiegano i farmaci a voce alta. Raccontano. In bilico sugli scossoni. Il ragazzo dalla camicia gialla vende pillole all’aglio. Per la memoria, se ho ben capito. La mia vicina ne compra otto.

(Bus per San Marcos)

 

Il ragazzo forte ci tiene a dirmi che di mestiere fa il policia e conosce tutti a San Marcos. Ci dice il prezzo corretto di una motita.

(Bus per San Marcos)

 

E poi i ragazzi del circo. Guardo incantato le clave che volano, l’hula che ruota attorno al corpo, la ragazza di Israele che si mette a testa in giù, il ragazzo che cammina su un nastro. A venti centimetri dal suolo

(Lo Quinchos, San Marcos)

 

Chiama Alfredo dal Costarica e mi dice che ho una casa là. In un posto che non si chiama Aleluja

(Al cafecito del barrio La Cruz)

 

C’è una scuola di ballo sulla strada che porta alla piazza.

(San Marcos)

 

Mi piace prendere un passaggio delle motito. Vorrei fermarmi a fotografare un Che Guevara svanito sotto l’insegna di una barberia

(San Marcos)

 

24 febbraio, mercoledì, Granada

Una donna recita la via Crucis da sola. Nella chiesa di San Marcos. Le statue sono coperte di stoffe viola per la quaresima

(San Marcos)

 

I dipinti del soffitto della chiesa sono stati pagati, nel 1939, dal generale Anastasio Somoza.

(Chiesa di san Marcos)

 

All’ingresso della chiesa un Cristo mostra un cellulare.

(Chiesa di san Marcos)

 

Lungo la strada per il barrio La Cruz passa un’auto con un altoparlante. I figli fanno sapere che il loro padre, gerente al mercato, ‘ha pasado’. Si chiamava Riccardo

(strada per La Cruz)

 

Ipolito è un disegnetto. Un uomo-gelato, disegnato su un foglietto appeso a un bastoncino da gelato: ha capelli lunghi e una faccia quadrata

(La finca dei Quinchos)

 

I baffi del presidente sul vetro di una vecchia cartolibreria

(barrio La Cruz)

 

La donna ha 62 anni e si chiama Zelinda. Ha forza, carisma, mangia zuppa con i fagioli, si muove fra i bambini. Indossa un vestitino leggero e volante. Parla molto. La sua forza è la parola. I bambini si avvicinano e la baciano

(La finca dei Quinchos)

 

Il volante coperto di plastica gialla e pennacchi rossi. L’autista va a mille all’ora e suona la sirena di continuo

(strada san Marcos-Granada)

 

Il bus si ferma di fronte all’ingresso del Centro Penitenciario di Granada. L’insegna del carcere è offerta dalla Coca-Cola

(ingresso a Granada)

Marco Antonio

 

25 febbraio, giovedì, Granada

 

‘Que pasò poeta?’. Un taxista all’altro taxista

(fattoria los Altos)

 

‘Yo soy un pueblo que es poeta’, dice Luis Enrique

(fattoria los Altos)

 

Quello che non ho fatto a Granada: non mi sono tagliato i capelli dal barbiere del mercato (glielo avevo promesso, avevo perfino concordato il prezzo a 40 cordobas); non ho trovato i quaderni che cercavo; non sono tornato a trovare Demetrio; non ho comprato le cartoline. Solo all’ultimo momento sono salito sul campanario.

(chiesa della Merced)

 

Patrizia ha una sola gamba. Parla in piedi. Ha occhi color carbone. Il cancro le ha divorato la gamba che non c’è. Dice: ‘La malattia è stata come rinascere. La possibilità di cambiare vita’. Mangia, come ospite, all’incontro dei pediatri. All’hotel più bello di Granada. Pensa a suo figlio che è a casa e mangia solo riso.

(hotel Darìo)

 

Motel Momento Differientes

(Strada per Los Altos)

 

 

26 febbraio, venerdì, Managua

 

Walter Castillo, il pittore: ‘Il destino è come un rompecabeza. Ogni pezzo deve andare al suo posto. E allora puoi fare buona pittura’. Mi piacerebbe fotografare Walter quando cambia faccia.

 

Wilver, il poeta pigro e sciancato ha pronta un’altra scusa: ‘Ero triste, la Lupa ha litigato con un altro cane ed era inquieta’. Io mi ricordo la notte nella quale Wilver e la Lupa dormivano abbracciati uno all’altro.

 

Aspetto un funerale. Vedo il carro nero e barocco tirato da due cavalli venirmi incontro. Il cocchiere indossa una livrea nera.

(Cordoba)

 

Un americano, un ex-prete, racconta di Cristo si è fermato a Eboli

(Casa Sonrisa)

 

Il vigoron all’ora di pranzo è una felicità ai confini dell’estremo

(parque central)

 

Managua, Managua. Il grido. Da questa stazione partono bus solo con destino Managua

(estacion de los buses por Managua)

 

Un gatto cammina sul tetto. Il ragazzo è deluso: prendiamo solo una birra. Cento cordoba. Da doña Celia mangiamo una enchillada, formaggio arrosto, due gallo pintos, maduros, nacatamale e due refrescos per centoventi cordoba

(alla casa di dona Celia e i suoi 83 anni)

 

Una stanza senza finestre. Casa San Juan, Managua. Da evitare

(Casa San Juan)

 

Orestes incontra Ernesto. E’ seduto su una panchina. Ha appena letto quanto ho scritto sul poeta. Si siede anche Orestes. Ha in mano un libro di Espinoza. Il poeta mostra un’attenzione. Ha sete, Orestes e allora va a prendere un bicchier d’acqua. Il poeta chiede: ‘In che lingua ha scritto Espinoza’. ‘In latino’. ‘Non lo sapevo’. ‘Mi dispiace per suo fratello’, dice Orestes. ‘Grazie’.

Monica

 

27 febbraio, sabato, Macarron, Solentiname

Stazione Mayoreyo, sei del mattino, il bus per San Carlos sta per partire. Si affollano i venditori e le venditrici. Pan, pan, mi amor. Refrescos a 10 pesitos (strano, qui si usano i cordobas). Las papitas (e il ragazzo fa il gesto di un maggiordomo che mostra il piatto, fa un inchino). Quesadilla, quesadilla. Un ragazzo dalle gambe rattrappite scivola nel corridoio del bus. La sua testa, tonda e rapata, spunta all’altezza dei miei ginocchi. Una manciata di spiccioli in moneta. Lui va in su e in giù trascinandosi dietro le gambe inutili, aggrappandosi ai braccioli dei sedili. Gracias, a qui ha dato, y a qui non ha dato.

 

A sorpresa vendono mele. A 10 cordobas l’una. Piccole e rosse.

(bus per san Carlos)

 

E maringa. Penso ad abba Melaku che a Wukro, ogni sera mangia la sua dose di maringa

(bus per San Carlos)

 

Qualcuno mi ha detto che gli uomini di scienza, spesso, sono poeti

(Bus per San Carlos)

 

Una donna ha il collo brillanti di uno spolverio di luccichii

(Bus per San Carlos)

 

Gli uomini hanno cappelli di paglia e alla cintura, invece delle pistole, hanno la fondina del cellulare

(Bus per San Carlos)

 

Raul arriva alla sua isola bagnato dalle onde del lago Nicaragua. E’ mayor, Raul. E bisogna sorreggerlo nelle complesse manovre di sbarco

(barco per Macarron)

 

 

Nella notte, nella chiesa, i canti della Comunità. Concerto per le stelle. Concerto per l’isola. Per sentirsi assieme, ancora una volta. Concerto doppio per me che sono a metà strada. Stereofonia: le loro voci, la pianola e la risacca leggere delle onde

(casitas della Comunità)

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28 febbraio, domenica, Macarròn

Incontro Josè, due perritos, non ha quasi più denti, faccia da contadini. Va a vendere fagioli a Macarron1, il paese principale dell’isola. Lo incontrerò anche al ritorno. Con il sacco vuoto. Ha venduto i fagioli.

(sentiero per Macarrano2).

 

Incontro Francisco e i suoi 79 anni. Sta seduto sotto un grande mango che piantò nel 1946. Francisco ricorda le date, tutte le date. La morte di suo padre e quella di sua madre. Non so se ricorda tutte e 19 le dato della nascita dei suoi figli. Francisco mi dice che Ernesto è un derechista borghese. Non come Daniel che ha fatto la sua scuola in un paese lontano.

(Isla de Macarron)

 

Incontro Luis che mi dice che Ernesto è diverso. E’ rimasto un rivoluzionario. Ci sono compagni di estrema sinistra che hanno tradito per denaro e potere.

(Isla de Macarron)

 

Non so niente di baseball. Guardo una partita, ma non capisco come si facciano i punti

(Macarron2)

 

Incontro Magdalena. 19 anni, maestra a Macarron 2. Salario di seimila cordobas. Meno di 300 dollari al mese. Felice di dormire in una piccola casita. E dei suoi ragazzini di una multigrado. E’ la scuola di cui mi ha parlato Francisco.

(Macarron2)

 

Il lanciatore de Los Bravos si fa il segno della croce prima di cominciare la partita del campionato delle isole

(Macarron2)

 

Le donne di Botero esibiscono le loro pance immense, i culi sovrabbondanti, il petto che esplode, le cosce che appaiono tronchi di alberi privi di muscoli. Vorrei fotografarle nude.

(Macarron2)

 

I gringos indossano abiti larghi e comodi. I nica si stringono in jeans stretti fino a far esplodere la carne

(Macarron2)

 

29 febbraio, lunedì, Macarròn

Il pappagallo rosso si arrampica lungo il pilastro della veranda aggrappandosi al becco

(Casa di Maria, isola san Fernando)

 

Ho messo quattro piccoli pesci colorati sul tavolo di Noidi

(Macarròn)

 

Noidi aspetta il novio con el cual anda. Un militare conosciuto all’isola.

(Macarròn)

 

Rodolfo, senza un piede, è lì, accanto alla sua finestra. Non si è mosso. I quadri sono una costruzione: le isole appaiono come deserti, terra bruciata, alberi morti. Il pennello di Rodolfo le trasforma in un arcipelago di fiori, animali, tigri, pesci, uccelli e uomini e donne e bambini. Un colpetto di pennello.

(casa di Rodolfo, isola Venada)

 

A casa del figlio di Rodolfo, che ci chiama Rodolfo, è la moglie a dipingere. C’è una macina come in un riparo rupestre. Ci sono frutti del cacao sul pontile di legno

(casa di Rodolfo, famiglia Arellana, isola Venada)

 

Lucy, la perra di Anibal, bianca come latte ingrigito e occhi rossi, ci accompagna a giro per il paese

(Macarròn)

 

Non accade nulla nella bellezza

 

I ragazzi a sera, sono stesi per terra, nella veranda della biblioteca. Il wi-fi è arrivato all’isola. La password, nei giorni del mio stare qua, è rs2f-i6wt-bkxm. Tutto minuscolo.

(Macarròn)

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3 pensieri riguardo “Febbraio/(Quasi) un diario in pubblico

  • 14 Marzo 2016 in 10:15
    Permalink

    Non ti ricordi chi ti ha detto che gli uomini di scienza sono anche poeti? E chi ha notato che i gringos sono sempre vestiti larghi e i Nica stretti? E chi aveva dato i dieci euro al ragazzo della stazione?

    Rispondi
    • 14 Marzo 2016 in 20:01
      Permalink

      Afferro storie, le annoto su un foglietto, rimangono lì, le perdo, alcune, grazie allo scambio con Greta, sono diventate questo non-storie (o qieste storie). Il primo gennaio abbiamo fatto una passeggiata a Gheralta, verso la chiesa rupestre scolpita da un solo uomo. C’era una bambina che giocava con occhiali fatti di spighe di teff. Ho pensato che non l’avremmo mai ricordato e l’ho annotato. Il diario di Greta ha fatto il resto. Afferro pezzi di frasi sul treno, in casa, in bus, rapino, guardo le persone, poi perdo l’appunto, ma questa storia dura da due mesi e mezzi e ha una sua inutile importanza. Non mi preoccupo di diritti d’autore, cerco di avere una regola di anonimato. Ho fatto anche una censura che al prossimo mese, se avrò fiato e forza, mi rimangerò perchè è stata una vigliaccata non metterlo, ma forse mi sono anche ingannato. Tutto qui. Non ci sono pensieri. Ne retro pensieri. C’è, indubbiamente, qualche reticenza. E poi ho trasgredito il patto iniziale: doveva essere un frammento al giorno, sono diventato alcuni, molti frammenti. L’impossibilità di tenere assieme la ragazza dalla maglietta bianca aperta sulla schiena sull’aereo da Panama e il bellissimo ragazzo nero vestito da dandy (o da sapeur congolese) che ha aperto una valigia sul treno. E dentro c’era una gran bottiglia di profumo….

      Rispondi
  • 17 Marzo 2016 in 17:19
    Permalink

    Beh, in questo blog ci sono 62 nomi di persone senza contare Cristo, Anastasio Somoza e Lucy che è un cane. Come posso credere nella tua buona fede? La rosa da terra l’ho raccolta io e io l’ho messa nel vaso dove è seccata.Era il giorno di San Valentino.

    Rispondi

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