Voglio vivere alle Vergini

Il tavolo della cena a Peter Island
Il tavolo della cena a Peter Island

 

Ho visto le isole dei ricchi. Dei grandi ricchi. Dei ricchi veri. Per una settimana sono andato di isola in isola, di resort in resort, di lusso in lusso, navigando nell’arcipelago delle Vergini Britanniche, territorio autonomo di Sua Maestà, la regina di Inghilterra. Trentasei isole a meno di duemila chilometri a sud della Florida. A sessantaquattro chilometri da Puerto Rico. Ho visto le isole dei ricchi: Virgin Gorda, la Vergine Grassa, Peter Island, Scrub Island, ho scalato e ridisceso le ripide strade di Tortola, aggrovigliate come in un otto volante. Ho dormito in una villa da novemila dollari a notte. Ho sfiorato un vecchio ambasciatore della Persia dello Scià che aveva appena festeggiato un compleanno da 48mila dollari con una grande cena sulla spiaggia. Ho assaporato, con grande piacere e dolcezza perditempo, un cocktail al rum che si chiama painkiller, ‘ammazzapene’. E posso giurarvi che così è: ero trasognato dopo averne bevuti due. Così mi sono portato via una bottiglia da un resort con l’idea di prepararmene uno ogni sera. Ho fatto tutto questo (e molto altro ancora) in un viaggio-stampa. Omaggio gentile e interessato dell’ufficio del turismo di quelle isole caraibiche.

Virgin Gorda
Virgin Gorda

Ero partito diffidente. Andavo in uno dei più ermetici paradisi fiscali del mondo, avevo in mente le parole di un avvocato milanese, Gaetano Bellavia: ‘Quelle isole sono il top dell’anonimato’, il cuore dell’evasione fiscale mondiale. Gli economisti della McKinsey, colosso delle consulenze societarie, calcolano che l’economia off-shore ammonti a una cifra che oscilla fra i 21 e 32mila miliardi di dollari all’anno. Come dire: è tutta la ricchezza prodotta da Stati Uniti e Giappone assieme. Questo è il buco nero in cui si annida uno dei meccanismi più opachi (e più conosciuti) del capitalismo. I motori dell’arricchimento mondiale contemporanea incrociano, con abilità prodigiosa (e grazie alle consulenze di uffici-multinazionali di consulenza finanziaria), il loro destini di potere con queste terre, con questi arcipelaghi dove il denaro è anonimo, senza volto, conservato in inesistenti casseforti protette dalla risacca di uno dei mari più belli del mondo. Mi chiedo: a mesi di distanza da questo breve viaggio (durato una settimana, un frammento di tempo ridicolo), come è possibile raccontarvi di queste isole dove mai tornerò? E come vorrei che così non fosse: Dio mi perdoni, si vive bene nelle isole dei ricchi. Questa volta non potrò avere la clemenza degli dei ribelli delle Americhe, vivrei alle Vergini seppellendo inutili sensi di colpa). Su questo arcipelago, ho scritto un articolo per una importante rivista italiana. Poi ho racchiuso tutto il materiale in una delle mie solite scatole bianche e ho dimenticato. Ma alcune storie sono rimaste fuori. Dettagli che mi riconducono alle Isole Vergini.

Gli scatoloni del basilico
Gli scatoloni del basilico

 

Il basilico

Provo a dirvi allora del basilico.

I pontili di Trellis Bay, a Beef Island, appendici di Tortola, la più grande isola dell’arcipelago, hanno un’aria scalcinata. I legni sono corrosi dal salmastro, le panchine sconnesse. Ma qui attraccano i ferry privati diretti ai più celebri resort di questi isole. Scatoloni di provviste aspettano di essere caricati. Uno è destinato a Richard, all’isola di Necker, isola privata, la più lontana dell’arcipelago. Non so se Richard sia davvero Richard Branson, il miliardario hippie, il fondatore della Virgin Records, proprietario di Necker, ma so che nello scatolone ci sono alcune confezioni di basilico fresco. Queste isole sono una contraddizione ambientale: nei resort l’attenzione all’ambiente è maniacale, energia autoprodotta, riciclaggio di rifiuti, materiali eco-sostenibili, case a impatto-zero. E’ ‘il mondo come dovrebbe essere’. Bellezza ed ecologia. Peccato che, da queste parti, quasi nessuno coltivi un pezzo di terra. E pochissimi vadano a pesca come lavoro. Così il basilico arriva dalla Florida, come i pomodori o le melanzane, si beve acqua minerale San Pellegrino o si importano raffinate bottigliette dalle isole Figi. I maiali (piatto nazionale, assieme al pollo) provengono dall’Argentina, il tonno dalle Filippine. Le mele sono un frutto esotico: arrivano dalle nostre Alpi. Solo le aragoste, per fortuna, sono di Anegada, isola piatta e disabitata dell’arcipelago. Alla fine gli uomini di Necker Island arrivano a prendersi gli scatoloni. Stasera Richard mangerà spaghetti con pomodoro e basilico. Una delizia anche ai Caraibi.

Il biliardino di Peter Island
Il biliardino di Peter Island

 

Il biliardino

Grande villa a Peter Island, isola a quattro miglia a Sud di Tortola. La più grande fra le isole private dell’arcipelago. Ha una curiosa forma a ‘elle’. E’ vasta 720 ettari. La Lonely Planet è senza pudore: gli anni in cui qui si coltivavano cotone e tabacco sono bollati come ‘anonimi’. Lo sfolgorio, a leggere la guida, arriva solo quando, negli anni ’60, un miliardario norvegese, Torloff Smedwig, industriale delle sardine, se la comprò e trasformò il vecchio scoglio da pirati in un’isola-resort. Negli anni ’70 l’isola passò di mano: Torloff era morto e i suoi eredi erano disinteressati a quella proprietà caraibica. Un aneddoto racconta che Jay Van Andel e Richard De Vos, due miliardari statunitensi (oggi gli eredi Van Andel sono una multinazionale degli integratori, dei cosmetici e dei prodotti detergenti) attraccarono all’isola durante una battuta di pesca. Vollero giocare a tennis nel campo del resort. Niente da fare, era riservato agli ospiti dell’albergo. I due si risentirono e decisero che si sarebbero comprati l’isola solo per licenziare quell’irrispettoso maestro di tennis. Nessuno, a Peter Island, conferma questo gossip dei Caraibi: rimane il fatto che l’isola appartiene ancor oggi alla famiglia Van Andel e che, per due volte, Conde Nast Traveler ha definito il suo resort come ‘il miglior posto al mondo dove soggiornare’. Fu un dramma quando il New York Times osò criticare la cucina dei suoi ristoranti.

Peter Island
Peter Island

Entro nella villa di Peter Island che domina la baia dell’Uomo Morto, la Dead Man Bay. Costa oltre 10mila dollari a notte. E’ di un’eleganza avvolgente e raffinata. Ma rimango sorpreso sorpreso da un biliardino. Sta in mezzo al salone. E’ fuori posto. Non c’entra niente con l’arredamento. So che i clienti dei resort delle isole Vergini debbono essere accontentati in ogni loro capriccio. Soprattutto chi affitta le ville. Mi chiedo: il biliardino è parte del mobilio della villa oppure è stata una richiesta degli ospiti che se ne sono appena andati? Mi piace l’idea di un milionario con la passione italiana di un biliardino. Si diventa un po’ stupidi in questo arcipelago, me ne rendo conto.

Me ne sono andato via da Peter Island con un intero set di creme da bagno, shampoo di marca e lozioni da beauty-center holliwoodiano.

Tortola Road Town
Tortola Road Town

 

Off-shore

Il turismo è uno dei due pilastri dell’economia, ma il business ‘vero’, qui, è l’economia off-shore. Questo è un paradiso fiscale. I costi di registrazione di società anonime rappresentano il 60% degli introiti di queste terre. Le isole Vergini sono un arcipelago da sogno esotico (un paradiso, appunto), ma molto concreto nella sua autonomia finanziaria da Londra. Quello che conta qui è l’assenza, quasi totale, di tasse. Le isole Vergini sono uno dei mille Tax-haven della Terra. Uno dei più apprezzati dai pescecani del capitalismo globalizzato. ‘E noi siamo qui per aiutare a crearsi un proprio paradiso personale’, sostiene Keiyia Jackson-George, responsabile della comunicazione della National Bank di Tortola. Da prendere in parola: ogni mese, nel 2012, sono sorte cinquemila nuove società di diritto locale. A settembre dello scorso anno, ne erano registrate oltre 475mila. E’ il 41% delle società di incorporation business del mondo. ‘Siamo il luogo migliore sulla Terra dove creare una società’, rivendica, con orgoglio, Orlando Smith, il primo ministro dell’arcipelago. In un giorno, via internet, è possibile registrare una nuova società. Come documento di identità basta la bolletta della luce. Gli isolani, eredi di antichi pirati, accolgono con gioia i nuovi corsari contemporanei.

Tortola Road Town
Tortola Road Town

A marzo del 2012, a Tortola, l’isola-capitale, operavano 2525 fondi di investimento. ‘Noi garantiamo riservatezza assoluta e neutralità’, mi dice, assaggiando vini sudafricani, un avvocato inglese che lavora qui da sette anni. Si può aprire una società nominando un direttore locale che agirà per conto dei veri investitori. Nessuno potrà mai conoscere l’identità dei veri proprietari. E’ reato penale divulgarne i nomi. Se volete una società a ‘bullet proof’, a prova di pallottola’, la consulenza e la registrazione costano poco meno di 2500 dollari. E poi rimane un balzello annuale di 350 dollari. Costa molto di più dormire in un resort. L’economia delle isole, così, gira a mille. Reddito pro-capite di oltre 38mila dollari. Ventottomila abitanti. 34 società per isolano, calcolando solo quelle di incorporation business. ‘Il 70% dei nostri clienti sono cinesi’, mi rivela ancora l’avvocato inglese. Le Isole Vergini sono state il rifugio prediletto dei capitali di Hong-Kong, quando la città passò sotto il controllo di Pechino. Hanno tracciato la rotta per il nuovo capitalismo finanziario cinese. Di qua transitano gli investimenti cinesi diretti in Africa. Queste isole sono un hub finanziario della potenza asiatica. Passano da qui anche i soldi delle compagnie petrolifere dei paesi asiatici dell’ex-Urss. E, per paradosso, in giro non si vede un solo cinese, né sembra esistere un ristorante cinese. Certo, vi è il lato oscuro di questa economia. Tutto questo denaro è anonimo, opaco, ambiguo. Un recente rapporto dell’Economist rivela come su 817 casi di grande corruzione degli ultimi anni, 91 abbiamo avuto come sfondo le Isole Vergini. A Tortola sono transitati i soldi dei più grandi scandali italiani (Cragnotti, Tanzi, Ligresti).

Peter Island
Peter Island, avvocati

Qualche incrinatura nella cortina di segretezza che circonda l’economia off-shore delle isole Vergini si è sorprendentemente aperta ad aprile di quest’anno. Il Consorzio Internazionale dei Giornalisti d’Inchiesta (www.icij.org) ha decrittato due milioni e mezzo di documenti riservati che rivelavano l’identità di 130mila conti cifrati parcheggiati nei paradisi fiscali del mondo. Fra di loro, sono stati resi noti duecento nomi di businnes-men italiani. Si scorrono gli elenchi dell’Icij e viene fuori una fotografia dell’economia in nero. Vi sono ‘dentisti e medici statunitensi, la middle class della Grecia, i furfanti di Wall Street, despoti, oligarchi, manager, trafficanti di armi’. E ancora ‘commercianti di diamanti indiani, dirigenti di Gazprom, ultramilionari inglesi, tedeschi e francesi, funzionari governativi del Canada, dell’Azerbaigian, del Pakistan, della Filippine…’. Oltre a commercialisti, gioiellieri, professionisti e imprenditori italiani. Strano, questa inchiesta-bomba avrebbe dovuto far tremare il mondo degli affari e, invece, in Italia, a parte una copertina dell’Espresso, è passata come acqua sul vetro attraverso il mondo dei media. Sarà un caso o disattenzione, ma il sospetto che l’off-shore sia un tabù dell’economia è quasi una certezza.

Virgin Gorda
Virgin Gorda

Sono isole strane, le Vergini. Passeggio per Road Town, microcapitale dell’arcipelago: le sue architetture sono dimesse. Hanno colori sbiaditi, un’aria quasi precaria, le insegne sono invisibili. Certo, gli uffici del financial business sono solo recapiti. Semplici caselle postali. Dentro, al più, lavorano un paio di avvocati e una segretaria (più qualcuno che conosce bene il cinese). Niente di più. Il Register of Corporate Affairs è in un periferico quartiere artigianale. La potenza economica non ha sfarzi. Road Town è un deserto alla domenica. Nei fine settimana gli uomini della finanza lasciano le isole. Vanno a Miami o a Portorico. Vogliono città e shopping. Non ne possono più della natura.

Sarà un caso: dopo il mio viaggio alle isole Vergini, ricevo messaggi promozionali di uffici di consulenze che mi chiedono se voglio aprire un conto cifrato a Tortola.

Tortola, Turisti
Tortola, Turisti

I ricchi

I nuovi ricchi (oramai già un po’ invecchiati) sono entusiasti di questo arcipelago. Si comprano le sue isole: Larry Page (Google) fronteggia, con la sua Eustasia Island, il regno marino di Branson. Richard Branson affitta Necker per 53mila dollari a notte (pensate: il giovane magnate inglese, nel 1978, comprò l’isola per appena 325mila dollari). Jim Clark, fondatore di Netscape, ancora il suo veliero a tre alberi nelle acque tranquille di North Sound. La famiglia Van Andel, abbiamo visto, possiede, oltre il canale dedicato al pirata Francis Drake, l’eleganza caraibica di Peter Island. I Rockfeller furono i primi ad arrivare qua, negli anni ’60 del secolo scorso, e costruirono il più celebre fra i resort, il Little Dix Bay, a Virgin Gorda, la Vergine Grassa. L’Aga Khan ha scelto una baia lontana della stessa isola per ricrearvi lo Yacht Club Costa Smeralda, rifugio invernale dei cinquecento soci dello storico circolo di Porto Cervo. David Johnson, immobiliarista del Michigan, costruttore green, sogna ville che rispettino ogni regola dell’ambiente: anche lui ha trovato riparo nella penisola più solitaria di Virgin Gorda. Ed è qui che ci accoglie con uno squillante: ‘Welcome to the future’. Già, il futuro visto dalla bellezza di questa isola. Dormire in una delle ville di Johnson costa 18mila dollari a notte. Mi sento un po’ provinciale a pensare sempre ai soldi.

Tortola Bar Bomba Shack
Tortola Bar Bomba Shack

 

Pirati

Non credo che i ricchi turisti di Peter Island si interroghino, se non con disattenzione, su la baia dell’Uomo Morto, la Dead Man Bay, dove sorseggiano i loro cocktail. Tre secoli fa, su uno scoglio arido, a poco meno di mezzo miglio dalla spiaggia di questa baia, Edward Teach, il celebre pirata Barbanera, abbandonò gli uomini che si erano ribellati al suo comando. Quell’isolotto inabitabile era già conosciuto come Dead Chest, la ‘cassa del morto’. Barbanera si limitò, come gesto di generosità, a lasciare una bottiglia di rum a quei marinai che condannò a morte. Ripassò molte settimane dopo e fu sorpreso nel trovare che quindici uomini era sopravvissuti: avevano danzato sulla ‘cassa da morto’.

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I pirati oggi sono storie romantiche. Walt Disney se ne è impossessato. Roberto Luis Stevenson, probabilmente, ha ambientato la sua Isola del Tesoro a Norman Island, scoglio a Sud di Peter Island. Oggi uno schooner da cento metri, la Willy T, alza bandiera pirata e offre grigliate di pesce davanti alla caverna dove era nascosta la fortuna narrata da Stevenson.

Cane Garden Bay
Cane Garden Bay

In realtà, qui, la guerra da corsa, fra francesi, inglesi e olandesi per il possesso di queste isole fu spietata. Per oltre due secoli, fra la fine del ‘500 e i primi anni del ‘700, i privateers, con relative lettere di marca, una sorta di autorizzazione ad attaccare navi nemiche, si combatterono all’ultimo sangue. Erano i pirati, avventurieri celebri come Francis Drake, Henry Morgan ‘Calico’, Jack Rackham e Jack Hawkins. Questi mari furono teatro delle scorribanda anche di due donne-pirata: Anne Bonny e Mary Read. Fu una guerra infinita per il controllo delle rotte caraibiche. E le Isole Vergini erano il rifugio perfetto, con i loro approdi sicuri, dei navigli dei pirati.

I corsari contemporanei non battono più i mari (se non a bordo di yachts lussuosi o di motoscafi per la pesca d’altura), ma questo arcipelago non ha smesso di essere un luogo sicuro per nascondersi dopo razzie sui mercanti finanziari.

Jarret, il vetraio di Tortola
Jarret, il vetraio di Tortola

 

Jarrett

Si fanno anche incontri inattesi a Tortola. Alle spalle della popolare spiaggia di Cane Garden scambio due parole con un ragazzo di 31 anni dall’aria simpatica. Si chiama Jarret. E ha un sorriso che hai voglia di passarci un giorno assieme solo per non perderti la sua voglia di vivere. Ti sorprende: perché, a trenta metri dal mare, se ne sta mettere schegge di vetro dentro un forno. Fa il vetraio, Jarret. Era la sua passione da ragazzo. Ha girato il mondo

inseguendo riciclatori di vetro. Scopre che sono italiano e allora mi parla, con occhi di sogno, di un’altra isola lontanissima. Si chiama Murano. Il sogno della sua vita: ‘Murano è la Mecca del vetro’. Jarret è qui da due anni. Ha ‘formato’ quattro ragazzi rasta come fonditori. Va di bar in bar a recuperare bottiglie. Spezza e fonde. E crea oggetti da rivendere ai turisti. E un progetto sociale. Si chiama: GreenGlass (www.facebook.com/greenvi ). Sono contento: allora, in queste isole, vi è anche chi non pensa solo ai soldi e al mare. Mi regala dieci minuti di serenità, Jarret. Un giorno ci ritroveremo a Murano.

Tortola Bar Bomba Shack
Tortola Bar Bomba Shack

 

Bomba Shack Bar

Trenta anni fa, Bomba scoprì che i ragazzi che venivano dagli States amavano il surf. E non solo: le Isole Vergini erano la loro libertà assoluta. Allora, Bomba era un giovane rasta dagli occhi troppo furbi. Non si rivolse ad architetti celebri e non si mascherò. A modo suo, ebbe coraggio. Queste isole sono puritane e lui si inventò una sua facile trasgressione. Costruì un bar con legname malridotto, pezzi di lamiera, targhe di automobili, rottami di naufragi. Inchiodò assi su assi in maniera sghangherata. Ne ricavò un bar da spiaggia dove potevi ubriacarti, fumare mariuijana, godere del sesso. Lo agghindò con reggiseni e mutande che i suoi ospiti abbandonavano sulla spiaggia. Si inventò un tè a base di funghi allucinogeni e, ogni plenilunio, organizzò feste orgiastiche. Tappezzò le travi del suo locale con foto di donne a sene nudo. Il successo di Bomba fu garantito. Qua si beve, ci si droga un po’, si scopa e ci si porta via la memoria di una notte. Oggi il vecchio rasta ha gli occhi colmi di acqua e un’aria languida. I turisti delle crociere vengono portati fin qui per poter sfiorare una innocua ribellione. Una cameriera dalle forme abbondanti offre rum di cattiva qualità. E’ un’attrazione per turisti, questo bar. Bomba aggiorna le sue tecniche e offre feste contro la recessione e la depressione. La prima notte di luna piena, ogni mese, è affollata come un concerto di una stella del rock.

Tortola Bar Bomba Shack
Tortola Bar Bomba Shack

Come è strano il mondo: Bomba Shack, ad Apple Bay, costa nord-occidentale di Tortola, sta a pochi chilometri da West End, punta estrema dell’isola principale dell’arcipelago. Un tempo, questo angolo da sogno esotico, era un rifugio di delinquenti del mare. Oggi è uno dei luoghi preferiti dai vacanzieri tranquilli. Tutto è perfetto a West End. Non c’è niente fuori posto. E’ un villaggio lindo. Le Isole Vergini accontentano chiunque.

Scrub Island, Davide Pugliese
Scrub Island, Davide Pugliese

 

I cuochi

Se siete dei bravi camerieri e dei cuochi affermati (e volete una nuova vita), provate a venire alle Isole Vergini. Camerieri e cuochi italiani, qua sono ben voluti e ricercati. Amati e apprezzati. Non fanno come Richard Branson, coltivano piantine di basilico e pomodori nei propri orti alle spalle delle cucine dei resort. I loro cibi, lo ammetto, hanno un sapore diverso. Mario Musoni, chef stellato di Pavia, ha cucinato per noi giornalisti un risotto da re al Club Nautico dell’Aga Khan a Virgin Gorda. E’ felice, Mario. Aveva un locale di fama a Montescano. Aveva la stella della guida Michelin. ‘Ma il mondo mi stava stretto – confessa – e burocrazie e tasse mi sfinivano’. E così, da giramondo, oggi si ritrova alle Isole Vergini.

Pirotecnica la carriera di Davide Pugliese, 59 anni, fiorentino, emigrato negli Stati Uniti qualche decennio fa. Allora era un affermato fotografo di moda. Cambiò vita dopo aver navigato attorno alle Isole Vergini. Da ventotto anni è cuoco apprezzatissimo in questo arcipelago. Chef a Scrub Island. Racconta: ‘Qui si vive benissimo. I servizi sociali funzionano. E si paga solo l’8% di tasse’. Vive in una casa senza pareti aperta al sole, ai venti, al salmastro. E’ un uomo felice e sorridente. Capace di arrostire fette di anguria e di sistemare capesante sulla carne di maialino. Ho guardato i suoi piatti con diffidenza, ma poi me ne sono innamorato. E ho chiesto: ‘Posso rimanere qui?’. Mi ha guardato, non ha risposto.

Peter Island
Peter Island

 

Voglio ancora vivere alle Vergini? Le mie compagne di viaggio dicono che qua si annoierebbero. Uno skipper mi dice che dopo un po’ ci si stufa di navigare per spiagge sempre uguali e sogna il Mediterraneo. Ma il cuoco e i ragazzi dello Yacht Club Costa Smeralda mi sono sembrati felici oltre ogni cortesia per giornalisti. Ho provato una piccola invidia verso di loro. I ricchi mi piacciono per davvero? So che una cameriera, in una di queste stanze da mille euro a notte, mi sorprese seduto in terrazza e trovò il modo di dirmi: ‘Ma lei è sempre così triste?’. Davanti a me avevo una baia perfetta, palme e sabbie coloro dello zucchero di canna, ma non mi decidevo ad andare a tuffarmi in acqua. Non so come finire un articolo che non è un reportage. Con le statue di Aragorn Dick Read, immagino. E’ uno scultore di Tortola (www.aragornsstudio.com). Il suo studio sta a Trellis Bay. Le sue opera escono dal mare. Nelle notti, le incendia. Non so se, al pari di Bomba, Aragorn si sia solo inventato una maniera per sopravvivere con piacevolezza in questo arcipelago. Mi siedo sulla spiaggia e guardo le sue grandi creature di ferro. Mi piacciono. Mi lasciano senza pensieri. Dimentico l’economia off-shore e l’articolo da scrivere perché è il mio mestiere. Nella notte, una piccola imbarcazione, mi porterà via dalle isole….

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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