‘Che figura di m…’ sul Pollino

Il cammino verso il crinale
Il cammino verso il crinale

Il titolo esatto e più coraggioso è ‘Che figura di merda’. E così è stato. E l’ho fatta io.

Questa volta avevo deciso: niente fotografie. Da tre anni, alla fine di aprile, ultima domenica del mese, salgo alla montagna di Alessandria Del Carretto, alla radura di Spinazzeto, sul crinale del Pollino orientale. So che l’albero, abbattuto sette giorni prima, è là che aspetta. L’abete bianco è pita. Quest’anno sono in ritardo. Un paesano mi dice: ‘Lo scorso anno eravamo solo io e te quassù. Prima di tutti’. No, adesso gli uomini sono già al lavoro.

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Prima di salire. Il caffè
Al bar di piazza San Vincenzo
Prima di salire: al bar di piazza San Vincenzo

Confondo i nomi, non me ne volete. C’è zi’ Gatto, zi’ Antonio, zi’ Pasquale, zi’ Ciccio. Arrivano Alessandro, Ettore e poi la gente che conosco e non ne ricordo il nome. Ma vi conosco ed è bello ritrovarvi. Baci sulle guance, braccia sulle spalle. ‘Tuttoaposto?’. E subito vino. In bicchierini di metallo. Bisogna liberare in fretta il bicchiere, deve passare di mano in mano. Stanno già attorcigliando le torte. C’è il fuoco. Tuttoaposto davvero. Beppino con il suo capello nero: non devo nemmeno rifare la foto. So che sta lì, in piedi sul tronco della pita, dal 1985. Conosco i suoi gesti. Prima di salire ci siamo fermati a casa sua: per il caffè. Saluto le figlie. Anche il prete nero ci offre il caffè. Alessandria è una della tante case che ho in questo Sud.

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Viene alla festa da sessanta e più anni
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Big Jim scala la pita
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I tamburelli
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Giovanni c’è sempre. Questa volta ha portato anche i figli
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Il cappello nero di Beppino
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Lui cerca di insegnarmi, ma io non imparo
La gente della festa
Mi ha offerto cibo passandomi frittata e salsiccia in punta di forchetta

Per questo, decido che devo smettere di fare fotine (ne faccio, poche, in maniera distratta, voglio fare altro, non so cosa, attorcigliare le torte per esempio) e provare a ‘tirare’ anche io questo benedetto albero. Non si può sempre stare a vedere. Il mio lavoro, per decenni, è stato ‘guardare’. Guardare i cortei dai marciapiedi, guardare, a volte, le guerre, guardare cosa fanno gli altri, guardare la gente dell’Africa e del Latinoamerica. E guardare i mandriani e i boscaioli di queste montagne fra Calabria e Lucania faticare per la ‘festa’. Ho fatto la vita degli altri. Per una volta posso provare a tirare l’albero assieme ai ragazzi?

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La prova delle tire
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Le torte che tengono le tire

Ecco, le tire sono a posto. Sette, se ben ricordo. C’è la musica. Beppino è salito sul tronco. I primi posti del corteo dell’albero sono assegnati. C’è chi al timone dell’albero. C’è Francesca, donna in prima fila con il suo cappello e i suoi spigoli. Io mi metto indietro, in mezzo a dei ragazzi vestiti con giacche di una mimetica da cacciatore. Non c’entro molto, ma qui voglio stare. Uno degli uomini avverte: dateci un occhio. Prima spinta, il tronco non si muove di un millimetro e la prima tira si spezza. Gioco previsto, quasi un teatro. Tira di ricambio. E questa volta si parte. Senza nemmeno sbandare.

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Si parte, la forza di un paese
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I comandi di Beppino, qui ognuno ha il suo posto
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Ecco, sì, ci ho provato
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Ci ho provato davvero
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Darsi forza

Il legno mi pigia sul petto. Non vado a tempo. ‘Guarda gli altri, dobbiamo stare allineati’, dice il ragazzo al mio fianco. Mi metto di lato, forse do meno fastidio. Spinta, fatica, spinta, denti stretti. Mi piace stare qui. C’è il fango. Spingo. Il legno si incastra in un albero. Bisogna fare una manovra per disincastrarlo. Altro fango. Il fiato già manca, ma voglio arrivare fino alla radura del pic-nic. Almeno fino a lì. Saranno duecento metri.

Beppino cerca di portare ordine
Beppino cerca di portare ordine

Qualcosa si rompe. Sento la schiena che si separa. Una parte va verso l’altro, l’altra rimane ferma. O si allunga verso il basso. Nel mezzo, niente. Solo un dolore bianco. Violento. Niente stelle: solo una chiazza davanti agli occhi. Mollo il legno, porto le mani alla schiena, mi faccio di lato, mi appoggio a un albero come un Cristo in croce. Gli uomini si voltano: ‘Che fai’. E non è nemmeno una domanda. Un po’ sorridono. Poi capiscono l’abbandono. E uno, sante parole, dice: ‘Che figura di merda’. Ha ragione.

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Padre e e figlio
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Il ragazzo sa suonare

Sto lì, l’albero mi tiene in piedi. Il dolore si allarga, è compatto. Ma voglio camminare. Zoppico, non dovrei stare in piedi, ma sto a fianco dell’albero che, indifferente a me, continua il suo viaggio. Il mio posto è vuoto. Forse stanno meglio senza di me. Arriviamo alla radura. ‘Dai, vieni’. Che significa vieni a mangiare. Agnello, capretto, formaggio con il miele, pane, vino, frittata con la salsiccia. Un uomo mi imbocca a passaggi di forchetta. Zi’ Gatto mi passa pezzi di capretto. Sto bene. Sto malissimo. La schiena è un solo dolore. I pezzi non si rincollano. Ho ripreso le macchine fotografiche. E faccio fotine, perché almeno queste. Credo di bere troppo. Parlo troppo in fretta.

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Fotografi
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Tecnologie, lo guardo con invidia (o forse no)

L’albero riprende il suo viaggio. Senza di me. Fa freddo e gli uomini hanno fretta. Il tronco vola spedito. Ecco la discesa, vedo Beppino dare i suoi ordini, gli uomini trattengono l’albero. Riesco anche a cadere: eppure sono esperto, ma non mi accorgo del colpo di coda del tronco, mi porta via le gambe e mi ritrovo per terra. Eppure io dovrei sapere, so di questa festa, conosco gli umori dell’albero. Non è così si vede: il legno mi fa volare a schiena indietro. Mi rialzo subito. Faccio finta di nulla. L’orgoglio è una sola ferita. Ecco appare la cima, come sempre clandestina. C’è la sosta. Mi addormento di lato. Il tronco sembra aspettarmi. In realtà ogni anno si ferma qui. Gruppetti di ragazzi fanno musica.

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Gente della festa
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Quanti chilometri per essere qui. Da Parma, se non ricordo male
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Gente della festa
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Gente della festa

Quest’anno lascio la festa a metà. Scendiamo in paese, mentre il tronco rallenta il suo andare. Come a lasciarmi il tempo. In realtà so che vuole arrivare al paese solo all’imbrunire, per poi scivolare fra vicoli, portare via un pezzo di muro alla solita casa, ribaltarsi nel giro della sola strada e finire nella danza della piccola piazza. Gli uomini della fatica se ne andranno e guarderanno i ragazzi ballare. Un lavoro ben fatto, anche quest’anno. La pita può aspettare la neve che cadrà il giorno dopo. Perchè  l’inverno quest’anno non c’è stato, ma ci tiene a far sapere che cosa può fare se gli uomini non cambieranno le stagioni. Ora la pita aspetta i primi giorni di maggio quando, per un po’, solo per un po’, tornerà a essere albero.

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Gente della festa
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Gente della festa

Pasquale mi guarda mentre me ne sto in disparte. Ha la sua uscita: ‘Diversamente giovane’.

E io che la racconto anche questa non-storia.

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E se siete arrivati fino qui a leggere questa non-storia, potete tornare ad Alessandria anche il primo di maggio. Al pomeriggio verso le sei, proviamo a presentare questo libro. Qui c’è la storia di tutte le grandi feste degli alberi fra Lucania e Calabria. Forse non cadrò mentre racconto, ma è la fine di un viaggio. E un libro è un buon modo per me che scrivo. In un’altra vita spero di nascere in montagna e sapere di accette e alberi.

Allora, primo maggio alle sei del pomeriggio, seguite la musica fino alla piazzetta del paese, ora c’è anche l’albero che aspetta di essere innalzato. Proveremo a parlare di uomini e alberi e della follia di chi fa viaggiare gli abeti da una delle cime del Pollino fino a valle. Poi spero che ci sarà festa. Non potrò ballare, la schiena mica si è rappezzata.

Il libro è edito da UniversoSud, piccola e ardimentosa casa editrice di Potenza. Si può comprare dal suo sito: www.universosud.it. Ha 320 pagine. E costa 35 euro. Lo porteremo al paese.

Avete anche un’altra ragione, ben più valida, per tornare al paese: il 2 e il 3 maggio l’albero verrà ‘lavorato’, innalzato, tirato su, felice di stare sopra il tetto delle case, suonerà la campana di san Vincenzo, il santo, sant’Alessandro, se ne andrà in processione e uno scalatore salirà la pita. Perfezione.

 

 

 

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