Elogio del Dicloreum

Queercianella E’ andata così: la fatica, la caduta, il bosco, la Festa, il legno, il fango, i miei muscoli, le mie ossa. La schiena si è divisa in due. Ancora una volta è il bianco. Il bianco è un colore che avverte, il segno che è successo. Precede il dolore, lo annuncia, non cerca di camuffarlo. C’è un lampo bianco e una parte del mio corpo va da una parte. Un’altra se ne resta ferma o, meglio, prende un cammino contrario. Sensazione: il corpo separato, diviso. Sensazione solida. Ma non me ne stupisco. Come se fosse atteso.

Taranto, camere

Dormo per quindici ore di fila. Daniela mi ha riportato a casa. Non me ne accorgo. Non riesco a scendere dal letto. Dove metto le gambe? Come si fa ad alzarsi? Il mio corpo ricorda, il mio corpo nega. Sono qui, vedo il pallore latteo delle cosce, il segno delle vene, l’eritema, i capillari viola. Squame. Non ho più abitudini. Il dolore è…come raccontarlo? A cosa assomiglia? Cosa fa un colpo di rasoio nella tua schiena? Non riesco a girarmi su un fianco. Lo faccio, ma questa volta c’è il grido. Deve essere la mia voce. E quelle? Quelle che stanno per l’aria, che afferrano l’aria, che si muovono perché vogliono dirmi di essere vive: sono le mie mani. Mi concentro, per quel che vuol dire, sulle mie dita, sulle falangi, le muovo, come per appigliarmi al vuoto. Si rattrappiscono. Il replicante di Blade Runner si ficca un chiodo nel palmo della mano per tenere le dita dritta. Ho voglia di fare lo stesso. Cosa si vede quando sei accecato dal dolore? Cosa si vede dopo lo schianto su una macchina? Adesso so. Nel tempo ho visto uomini feriti e corpi sfracellati. Ricordo sempre la foto di lady Diana che usciva dal taschino di un corpo che stava decomponendosi. Fotografai quell’uomo come se fossi stato un chirurgo. Lasciai la foto al suo posto, fui tentato di prenderla, la toccai come per rimetterla a posto. Non è un raffronto possibile: io sto bene, sono vivo, ho solo una volpe che sta addentandomi alla schiena, che strappa le mie ossa, che la morde con denti troppo aguzzi. Lei se la gode, strappa brandelli di carne, ficca il naso nel sangue. Ma non c’è sangue. Mi lascia in vita. Non mi finisce. Ci sono gli artigli di un’aquila che lascia brandelli dopo che se ne è andata via con pezzo del mio corpo. La volpe forse mi difende. Protegge il suo cibo. L’aquila avrebbe voluto i miei occhi. Per ora non avrà la sua preda.

Viaggio a Muro Leccese

 

Comincia il valzer degli antidolorifici. Dovrei imparare i nomi. Polverine da sciogliere. Dicloreum. Chi scegli i nomi dei farmaci? Funziona. Si ovatta il mio corpo. Ritrova una sensibilità strana, curiosa, inattuale. Anestetico. Mi giro ancora sul fianco, i piedi trovano il pavimento, mi aggrappo alla parete con le unghie, le gambe non trovano la linea dritta. Sono piegate, non vogliono sostenermi. Sto esagerando? Le polverine scacciano il male. Usciamo, fuori. Vado fuori. Normalità. Preziosa normalità. Cammino eretto.

Bisaccia, Franco Arminio

 

I giorni sono giochi di chimica contro il dolore. Non ci sono conforti. Mi propongono dosi più forti. Cortisone. In mezzo alla strada non riesco a fare un passo. Mi appoggio a un muretto, a un albero. Dov’è la bustina del Dicloreum? Perché sono venuto fino a qua? ‘Vuole entrare?’, mi chiede una donna che mi vede appoggiato al suo cancello. Non credo di rispondere. Lei passa, poi mi accorgo che si volta a guardarmi. Il mio volto non deve riflettere la volpe che è tornata a spolpare l’osso. Eppure mordo i miei denti fino a sentirli scricchiolare. La donna volta la schiena e scompare.

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Alla fine ci sono i meccanici. Ferramenta del tuo corpo. Non c’è nessuno nel laboratorio dei raggi, è un giorno quasi festivo. C’è un uomo che mangia patatine e parla al telefono. Sento il rumore della sua mano che cerca le patatine nella busta di stagnola. E’ un crack insopportabile. Ho flash-back: della notte nella quale mi tennero in una stanza con un fucile puntato addosso, sobbalzai quando il soldato fece cracchiare la busta delle sue schifezze, era buio e quel rumore mi apparve un terremoto. Cosa mi torna alla mente? Non c’entra nulla. Sto aspettando un uomo che dovrà mettere la mia schiena nella macchina. Risonanza. Entro nel tubo, nell’astronave, non leggo le avvertenze per chi soffre del chiuso. Trovo pace, pace nell’aver il viso dentro un cerchio di plastica bianca. Un altro universo. Anche la volpe ne è schiacciata e si accuccia sotto la colonna. Non si muove, io sento calore sulla pancia. La tocco, tocco quell’animale dal pelo caldo.

Maremma, Toscana, camera San Giovanni delle Contee

 

Non riesco ad alzarmi dalla macchina. L’uomo se ne disinteressa. Faccio manovre da scimmia, ruoto sempre su un fianco, riesco a fare solo questo, cerco un movimento che non dia scosse ai denti della volpe che sta sempre lì. Dov’è il pavimento? Quanto è lontano il pavimento? Quante volte ho ripetuto la parola: ‘pavimento’? Dov’è…? Le mani non trovano alcun sostegno. Non c’è nessuno. Le porte sono chiuse. Non possono sentirmi. Nessuno mi sente. Dove è sparito l’uomo che mi guardava oltre il vetro? Sono solo in una stanza che mi appare immensa. Se ne sono andati, mi hanno lasciato solo. I macchinari si dilatano. Guardo il muro. Là posso appoggiarmi. Sarà una distanza di un metro. Un metro e mezzo. Troppo, troppo. Il corpo va da una parte, si strappa, come se le gambe fossero altrove e il dolore torna a essere solido (ho solo questo aggettivo), bianco (ho solo questo colore), incomprensibile. M’innamoro della violenza del dolore…forzo, tiro, ruoto, mi alzo, non grido, le gambe vengono dietro, oscillo, le mani trovano il muro. Senza ganci, mi aggrappo alle unghie. Avessi almeno le unghie, graffio i polpastrelli. Lascio segni sull’intonaco, cerco, ecco, così… vorrei battere la testa contro il muro. Dov’ è il Dicloreum?

Camere, Pietrapertosa

 

C’è una cartellina con la sua eleganza asettica. C’è un foglio uscito da un computer. Letteratura di fantascienza. Ma il titolo, le prime parole sono a effetto: ‘Crollo vertebrale’. Se solo fossi uno scrittore. Guardo con incanto queste due parole. Poi c’è un numero. D12. Vertebra numero 12. Dorsale. Magari vado su internet e mi guardo cosa è un ‘crollo vertebrale’. Forse è meglio di no. Mesi fa volevo occuparmi dei ‘mutamenti del corpo’: ecco le mie ossa si sono alleate con i miei progetti.

Monte Amiata, Piancastagnaio

 

‘Eterogeneamente alterato con prevalente riduzione in T2 in corrispondenza dell’osso subcondrale’, ‘sottili rime di irregolare iposegnale in tutte le sequenza suggeriscono discontinuità’. Bellissimo: ‘suggeriscono discontinuità’, il neuroradiologo è un poeta. O solo un politico. In ogni caso: ci ha lavorato sopra. Applausi di circostanza. E poi ‘il segnale della ‘spongiosa’ e un accavallarsi di ernie discali, modesti bulging e un sacco di L3, L4, L5, S1. Mi accorgo che chi legge questa roba, sorvola. Si impiglia solo nel ‘crollo vertebrale’. Parola guida. Titolo del racconto.

Camere, Treviglio

 

Non mi stupisco del referto, volevo davvero avere a che fare con il corpo? Adesso che so, il dolore può smettere. Se ne va, si attenua, sbiadisce, diventa un fastidio, niente di più. La volpe ha finito di mangiare? Non c’è più carne? Se ne resta distesa accanto all’osso, la pancia piena, ogni tanto dà un’unghiata. E’ come se la liberazione sia nella condanna. Come voler essere arrestato dopo aver commesso una colpa grave. Non cerco di fuggire. Sono un criminale che vuol finire in prigione. Accadrà così anche con un tumore. Catturatemi, perché la prigionia è la mia libertà.

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Poi è recita.

Sala di attesa, diciotto donne e un paio di uomini sfondano sedie nere, chiacchiericcio che diventa rumore, come gesso su lavagna, una donna cerca di far funzionare il tablet e c’è naturalmente chi sa e parla di cloud e lei lo guarda con occhi disorientati, suonano telefoni, voci arrochite, nessuno bambino, passano due ragazzi immusoniti, la donna accanto a me aveva appuntamento alle quattro, sono passate le cinque, linoleum per terra. Sì, riescono a farli ben tristi questi ospedali, fatemi conoscere il progettista, ogni consolazione sia bandita, la bellezza è per i sani. Questo è luogo da piedi strascicati e occhi che guardano in basso. Due manifesti color giallo consumato alle pareti, dimenticati lì, inutili. Tre ascensori. Graffiti sulle pareti della cabina. Gente con stampelle, vecchie che mal camminano e si piegano su loro stesse. Figli annoiati. Con il vago timore che prima o poi toccherà anche a loro questo destino. Attesa. Da mille anni, aspettano. Che aspettino ancora. Per un medico. Che alternativa c’è? E’ il teatro inevitabile. Sceneggiatura banale. Le finestre sono state fatte perché non si possa guardare fuori. Ma il volo degli uccelli si intravede. La donna non riesce a camminare, la figlia dà bruschi consigli. C’è un’aria di stanchezza, di muscoli afflosciati, d’inerzia. Di solitudine. Cerco le parole.

Camere

 

Solo due ore e mezzo di attesa. Ho sempre elogiato chi arriva in ritardo. Rimaniamo soli nell’ingresso che non riesce a essere sala. Siamo gli ultimi. ‘Sa come va’, aveva detto la donna al telefono. Mettete almeno qualche fiore, uno sprazzo di colore. Fate finta. Stanchezza dei medici, degli infermieri, fine giornata, stanchezza nostra. La vertebra è rotta. Punto. Bisogna entrare nella schiena. Rappezzare. La volpe si allarma: stanno per toglierle il suo osso? Ora la sento che rovista fra le viscere. Minaccia di addentarmi se cedo alla lusinga. Non lo faccio. Sto in piedi, seduto non riesco a pensare. Pugno contro la colonna vertebrale. Cieli offuscati. Nemmeno qui c’è una finestra che dona luce. Neon. Siamo stanchi, tutti quanti. Esco in una periferia che nemmeno in Unione Sovietica sarebbero stati capaci di fare. Paura, confesso. Niente bisturi. Giro di telefonate attorno a una colonna vertebrale virtuale. La stanchezza degli occhi del medico. La mia stanchezza. Ingabbio la mia schiena. La volpe si rannicchia, va come in letargo. Ha un occhio aperto, Evita le stecche del busto, tira via una zampa. Si nasconde.

La notte è rifugio. Il sonno non esita. Si fa beffe delle ossa.

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7 pensieri riguardo “Elogio del Dicloreum

  • 26 Maggio 2016 in 14:28
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    ciao andrea.. ce l’ho fatta a finire il tuo pezzo.. anche se l’argomento mi attraeva e respingeva contemporaneamente.. ne so qualcosa anch’io di protrusioni ed ernie.. certo che un crollo vertebrale non l’avevo mai sentito.. suona sinistro come crollo verticale.. borse a picco.. disastri in arrivo… proverò anch’io il dicloreum.. che credo sia il volgare voltaren, ma suona molto più salvifico… e poi non capivo bene leggendo.. l’intercalare iconografico delle camere da letto.. sembrava un diario per immagini di un terrorista in fuga… mi aspettavo.. visti i toni di dolore del racconto.. che la gallery terminasse con una camera mortuaria.. per fortuna non è così… spero di vedervi presto.. mi auguro senza deambulatori o stampelle.. saluta dani.. ciao

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    • 27 Maggio 2016 in 8:53
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      Ciao, Giovanni, strana conversazione via virtuale. Appartengo alle lettere e alle cartoline, ma sono affascinato da questa realtà irreale. Avrei voluto mettere le foto della mia pancia spinta in avanti dal tutore. Orribile. Corpo da tardo-adulto, ho scoperto. Il Dicloreum funziona, anche se dopo aver provato il Pentothal, dire che il secondo ha effetti collaterali interessanti.
      Magari capiterà davvero Milano: chi mi ha convinto che di interventi alla schiena, almeno per questi giorni, non se ne parlasse è un ortopedico di Milano che nemmeno conosco, ma che mi è parso più ‘interessato’ degli altri che la mia schiena l’hanno vista. Certo, se fossi uno scrittore…
      Adesso dovrai perdere un po’ di tempo con me e portarmi su una barca a vela. E avere molta pazienza. Ti abbraccio

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  • 6 Luglio 2016 in 13:48
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    Descrizione profonda, bellissima….
    “Adesso che so, il dolore può smettere…..”
    Le immagini dei letti vuoti mi hanno fatto pensare che nonostante tutto la vita ha avuto il sopravvento!
    Grazie
    Michele

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    • 7 Luglio 2016 in 5:57
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      Una piccola sorpresa. Gabriele sapeva da chi mi mandava, al di là del sapere medico. Da molto tempo dico di voler fare un ‘lavoro’ sul corpo. E il ‘dolore’ (ma anche la felicità: quale è l’opposto del dolore?) voleva far parte di questo dolore. In realtà mi interessano le ‘mutazioni’ del corpo, i cambiamenti. Quello che ora avverto su di me, il passaggio di linee d’ombra. Pensavo a un lavoro più di foto (perchè di foto so poco, immagino) che di parole o a un equilibrio fra foto e parole (fotografare è più facile, più difficile, quasi impossibile per uno come me). Io lascio sempre scappare ogni cosa, ma d’altra parte non si può trattenere tutto, però se pensi che possiamo parlare di qualcosa legato al dolore (in realtà dovrai raccontarmi), magari esce fuori qualcosa (e ne approfitterei per chiederti come stanno i miei muscoli, se fanno parte del mio corpo).

      Cambio molto letti, o, forse, ne ho cambiati molti. E io ho bisogno di trattenere, non mi riesce abbandonare. Cosa che dovrei imparare a fare.

      Sì, la vita, nonostante tutto, ha sempre il sopravvento. Non so come spiegarlo a chi non ce l’ha fatta, ma la vita ha il sopravvento.

      Grazie. Spero a presto

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  • 7 Luglio 2016 in 12:34
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    Purtroppo è accaduto anche a me: l’estate scorsa: menre strappavo l’edera che si infiltra nelle folte siepi di alloro del mio giardino. Sono caduto all’indietro e dopo un poco, lì per lì senza garnde dolore mi sono rialzato. Ma dopo qualche giorno mi è accaduto di non potermi alzare più, e soltanto con grandi dolori sono stato accompagnato da mia figlia al pronto soccorso, dove mi hanno radiografato il bacino – perchè sentivo tanto male da quelle parti- senza trovare lesioni e mi hanno rimandato a casa. Una mattina proprio non mi potevo alzare dai dolori dietro la schiena: dal radiologo si scoprì che le ultime due vertebre erano:::::più o meno spiaccicate. Così colleghi reumatologo, cardiologo, fisioerapista,benerico ed internista si riunirono al mio capezzale ed iniziò la mia terapia, e la rieducazione fisica, lunga, e tuttora proseguita dal massaggiatore. Sono ormai nel novantaquattresimo anno della mia lunga vita e -come si dice- non mi posso lamentare. Per fortuna c’è anche il computer che mi permette di leggere e comunicare con amici e parenti vicini e lontani. Non ho più bisogno del busto, e questo è un gran sollievo.

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    • 11 Luglio 2016 in 16:29
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      Ciao, Franco…non ci ritroveremo su una panchina a parlare dei nostri acciacchi, ma proveremo a raccontare le storie delle vertebre. Vorrei solo essere capace di imparare e questo temo di non esserne mai stato capace…un abbraccio. Dove vivi?

      Risposta

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