Accettura, Lucania/Appunti dalla festa

San Giuliano
San Giuliano

Questa volta non cerco di sapere. Non faccio il mio mestiere. Guardo da fuori, quasi da lontano. Porto un busto addosso, faccio finta di niente, ma mi tiene fuori, mi muovo male. Dovrei stare a letto. Non lo faccio.

Il canto a zampogna
Il canto a zampogna

 

Non chiedo. Ascolto. E scrivo a orecchio. Il canto a fisarmonica, a zampogna, la mano attorno alla bocca, mi faccio tradurre. Un giorno farò un lavoro attorno a questo cantare con voci aspre, irruvidite. So che la piazza era piena ma sembrava vacante perché tu non c’eri. Poi c’è una padrona che è bella. E’ ancora più bella quando si mette la gonna nuova. Forse assomiglia a una colomba. Le donne sono sempre al centro della scena. ‘Ti devo far morire di passione’. ‘Tu sei la rosa e io il garofano’. ‘Non dissi buonasera quando arrivai’. ‘Tu sei la mia ricciolona’. Poi ci sono le tette delle donne…gli uomini cantano dilatando le labbra, cercando il suono in fondo alla gola. Suoni di organetto, suoni di zampogna. C’è Nicola, che appare non appena la musica comincia a camminare fra la gente della festa.

La bassa musica
La bassa musica

 

Nella sera, tutti sanno la notizia: qualcosa è successo all’albero. La gente del Maggio è da qualche parte a parlarne, così mi dicono. Ci sono telefonate che si intrecciano. E’ storia seria. ‘Ci deve provvedere san Giuliano. Non è cosa mai successa’.

La cuoca, giorni dopo, mi dice: ‘San Giuliano sa aspettare. Ci penserà lui. E ricorda cosa accadde, molti anni fa, a chi rubò gli ori al Santo’.

Friggere le zeppole
Friggere le zeppole

 

Posso raccontarlo? No, che non posso. E poi io sono di fuori. E’ che l’albero più bello non è stato lasciato in pace. Era lì, nel bosco, che aspettava il sabato della Festa. Per anni, gli uomini degli alberi ci avevano girato attorno. Tentati. Avevano resistito fino a quest’anno. Poi finalmente erano riusciti a decidere: sarebbe stato l’albero più bello da anni e anni. Avrebbe dovuto essere trainato fino ai confini della foresta, fino ai Chiapparelli. C’è una regola, una tradizione: il Maggio deve arrivare al paese con la ceppa intera, ripulita solo della terra. Ma qualcuno, prima del sabato, è andato nel bosco a fare di testa sua. Ha tolto via la ceppa, ha ‘lavorato’ l’albero in solitudine. Non si fa. Non è tradizione. Non è storia. Così la gente del Maggio decide: bisogna tagliare un altro albero. Sacrificio di dolore. Una pianta così bella lasciata a terra. Viene anche dimezzata per impedire che se ne faccia altro uso. Parole nelle strade del paese: è stato uno sfregio. No, volevano dimostrare di essere bravi. Quel lavoro andava fatto tutti assieme al paese. Storie che io, straniero, fatico a seguire. Storie di boschi. All’alba del sabato si abbatte un altro albero. Io non ci sono.

L'albero che non è diventato Maggio
L’albero che non è diventato Maggio

 

Annalisa mi dice: ‘So cosa significa l’albero per questa gente, ma il cuore ha avuto un sobbalzo quando è venuto giù. So tutto, ma la malinconia c’è, sta qui, in mezzo alla pancia’. L’albero ha 154 anni. Se io dico che è nato nel 1862 è diverso? Si formava l’Italia e questo albero era un germoglio. Adesso è a terra. Un animale magnifico. Un botanico è pronto a spiegarmi: ‘Non si uccide il vitello più grasso per il giorno della festa?’. E ricordo ancora il vecchio Andrea: ‘Finchè c’è la festa, c’è il paese’. Applauso all’albero caduto. Che si faccia la festa. Che entrino in scena i buoi. Francesco li ha cercati per ore nel bosco. Era piovuto e loro sono andati a proteggersi in qualche rifugio.

Esultanza
Esultanza

 

Il giorno è lungo. Sto al paese, non vado al bosco. Scopro i bar e il passeggio durante le ore della festa. Molta gente non va fra gli alberi. La loro festa è stare nel corso, nei pranzi nelle famiglie, nel ritorno di chi è fuori. Nei saluti. Nelle chiacchiere. Un caffè?

Il busto pesa molto. Mi stanco.

Undeground al sabato
Undeground al sabato

 

Solo a sera torno al bosco. E’ tempo del pic-nic. Un fotografo troppo scorbutico ha appeso foto agli alberi. Che gioia, due anni fa quando appesi le mie foto ai cerri. Mangio carne fritta e formaggi. Fa freddo. Si sta bene. Ci sono i fuochi. La storia del grande albero abbandonato è alle spalle. Nessuno ne vuole parlare. Rimarrà nelle filigrane del paese. La sentirò riapparire a festa finita. Ora c’è solo il lavoro di questi giorni da portare avanti.

Vado a dormire presto.

I ragazzi
I ragazzi

Domenica mattina. I musicisti della Bassa Musica arrivano vestiti da marinaretti. Forza delle abitudini. C’è Mimmo, c’è il ragazzo arrivato dalla Germania, ci sono i toscani, l’uomo che da quasi mezzo secolo se ne sta a Varese, ma alla festa torna. E’ arrivato anche Giuseppe. Ci sono i ragazzi di Fausto. L’abitudine è una bella storia. Facciamo le stesse cose. Ma guardo da fuori. I camion se ne vanno. Caffè. Torno a casa. La mia festa è fatta di assenze. E’ un saluto? Un adiós?

Vado solo al gran finale, l’arrivo di Cima e Maggio in paese. I ragazzi in piedi sui buoi, Leonardo con gli occhiali alla John Belushi nella notte, birra e vino, formaggio, zeppole, acrobazie sulla Cima, corteo trionfale degli eroi in groppa al Maggio. La Cima deve raggiungere il palazzo del corso. Passerà qui la notte. I cimaioli si arrampicano sul balcone e il tendone del negozio di mobili resiste anche questa volta agli scossoni. Danze e musica. Due ragazzi si baciano solitari seduti per terra nel corso. I ragazzi mi accerchiano, in realtà sono io a cercarli. ‘Andrea sei uno di noi’. Per un minuto è ebbrezza. La domenica è, per me, tutta qui. ‘Non ti ho visto in giro’. Ho l’alibi del busto.

Vincenzo ha l’allegria del vino, occupiamo un bar, scatta la mezzanotte. Ora del compleanno di maggio. Bella notte.

Pic nic
Pic nic

 

Lunedì, tempo di lavoro. Un altro Vincenzo ha 81 anni. Si chiama Onorati. Il figlio prepara la pecora arrosto più buona del mondo. Vincenzo è vestito di velluto marroncino. Giuliano, il vecchio mandriano, indossa, invece, velluto nero. Vincenzo alza il bandone della fossa, ma sa che non ha la forza per trasportarlo. Vincenzo getta pietre nel mucchio. Lavora. Piove, arriva un sole improvviso, fa freddo, gelo. Pioggia, il lavoro va avanti. Si scivola. Tavolo del cibo. Il figlio di Vincenzo ha arrostito nuovamente la pecora. Aria strana per me, sto fuori. ‘Ho fatto quattro foto. A volte ho pensato che potrei vivere qui. Per la sua generosità’, mi dice la giovane fotografa.

Lavori
Lavori

Vedo gli uomini e i ragazzi avvicinarsi ai tronchi. Con in mano una piccola accetta. Hanno passi lenti, poggiano bene i piedi a terra. Sanno cosa fare. Nessuno dà comandi.

Antonio si fa male. Si rompe un piede.

C’è un invadente trattore che solleva i pesi. Aiuta il lavoro, lo rende veloce. Forse, la lentezza…

Daniela fa un banchetto di libri. Gli uomini si cercano nelle foto.

Vincenzo lavora alle pietre
Vincenzo lavora alle pietre

Guardo i ragazzini affilare i legni che uniranno i due alberi. Salgono i paranchi, la croccia, sfida al freddo, alla pioggia. Si prende il santo, il nipote del santo, Giulianicchio.

Vado a letto presto anche stasera.

Lavoro
Lavoro

 

‘Non vorrei fotografi, né gente con le telecamere. Alla fine c’è chi si mette in mostra. Fa teatro’. La Festa è anche vanità, orgoglio, super-io di montagna. E’ un giorno di gloria. E’ anche teatro.

I ragazzi sul corso
I ragazzi sul corso

 

Martedì, al bar del Popolo, un ragazzino fa i compiti della scuola.

Vengo da molti anni alla festa: adesso mi accorgo chi manca, chi non c’è più, chi si è ammalato. La festa segna il tempo che passa. Vedo volti invecchiati, riguardo le foto di otto anni fa. Vedo volti nuovi. Vorrei accorgermi di chi è nato, dei nuovi ragazzi, di chi entra nel gioco di questi giorni. E’ come i manifesti del lutto sui muri dei paesi: accanto ai necrologi e alla memoria, possiamo mettere gli annunci delle nascite? Mi dicono di parentele e cercano sempre di spiegarmi, ma non riesco: ‘Quello è un figlio di un mio cugino’. E credono di avermi detto tutto. Ho bisogno di una mappa, una genealogia di paese.

Arrivo del Maggio in paese
Arrivo del Maggio in paese

L’uomo che vive a Torino, Enrico, decide di donarmi un ritratto. Chiama sindaco e vicesindaco. Casa di san Giuliano. Come se fosse una cerimonia. Tracce, insomma. C’è perfino il fotografo.

Ascolto (e non capisco nemmeno una parola) Franchino che dà consigli ad Antonio, lo scalatore. Mi traducono: ‘Devi saperne più di corde, di nodi. Altrimenti ti troverai nei guai lassù’. Antonio è attento. Fa cenni di assenso.

Quirino
Quirino

 

Piove acqua gelida. I suonatori di zampogna si riparano sotto i tendoni del bar. Acqua nel collo. Suoni lacerati dai legni e dalle otri. Gente dei paesi albanesi. Vengono da San Costantino. C’è Piero, Nicola, i capelli lunghi e le ciaramelle di Quirino. Aspettano la processione. Piove a dirotto. Acqua nelle scarpe. ‘Mi piace come abita Quirino. Nel bosco’, dice uno zampognaro. Vanno ad accompagnare il Santo.

Il Maggio
Il Maggio

 

E’ cambiata la festa? Domanda di abitudine. ‘Un tempo i vecchi non ci facevano avvicinare alla Cima. Era storia loro. Noi potevamo solo guardare. La festa era frugale, essenziale’, storia di chi era un ragazzo venti anni fa. Poi le parole si fanno serie, cerco di ricordarle con precisione. ‘Non c’è democrazia nelle decisioni. Ci sono ruoli, giochi, pressioni. C’è la forza, l’orgoglio, il mostrarsi’. La festa come un microcosmo, uno specchio di una società di montagna, che è anche lente che riflette quanto accade nello spirito degli uomini. Non è mondo separato, non è terra idilliaca. E’ il mondo. Qualcuno mi dice: ‘Vi sono regole non scritte, ci vogliono anche cautele nel dire. Altrimenti è benzina sul fuoco’. Questa storia mi piacerebbe raccontare. Ma ci vuole talento e, per quel che vale, anche coraggio.

Si preparano le funi
Si preparano le funi

 

Il Santo, per il secondo anno, non ha voluto che si salisse verso il cielo. Al Santo non importa del cantante. Niente concerto. Che se ne torni a casa, con il suo mezzo compenso. Il Santo ha fatto arrivare la processione dove doveva finire, ma poi ha negato il finale. Ma i ragazzi sono saliti lo stesso, l’albero deve essere liberato dalle corde. Anche Antonio cerca di negare il piede rotto e fino alla croccia vuole arrivare. Ghigna di dolore, ma lo fa. Bottiglie di acqua nel cielo, l’altro Antonio, lo scalatore, le rovescia dalle fronde della Cima. Fatica a sciogliere i nodi, è testardo, bravo, ma ha difficoltà, alla fine ce la fa e il gancio vola. Cadono gli spunti. In cima, Antonio ci è arrivato. ‘Su un rametto piccolo così’. Getta giù il bouquet di fiori.

Poi è pioggia di ghiaccio.

Spaghetti a casa di Pasquale. Un buon finale. Le braci del camino. Al mattino, le salsicce di Franchino.

 

 

 

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2 pensieri riguardo “Accettura, Lucania/Appunti dalla festa

  • 1 Giugno 2016 in 21:57
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    Significativa rappresentazione del clima festivo e delle vicende occorse nei tre giorni del Maggio di Accettura, Maggio. 2016. Una cronaca illustrata e originale di un evento vissuto dal di dentro del processo festivo e dell’ambiente di vita dei protagonisti. Una esperienza che ha permesso all’artista di ascoltare dalla viva voce motivazioni e sentimenti che concorrono a ricreare, nella disarmonia di iniziative individuali e soggettive, quella coralità di comportamenti che costituisce uno degli aspetti più autentici della Comunità accetturese, residente e della diaspora.
    Una testimonianza di valore storico oltre che artistico

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    • 1 Giugno 2016 in 22:11
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      Grazie, Donato. Come vorrei saper raccontare, ma davvero occorre talento e, forse, per quel che vale, un poco di coraggio. Senza dimenticare che io sono uno che viene da fuori. Grazie ancora.

      Risposta

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