Gente di Aliano/Carmine

Carmine Ioanna e Claudia D'AmicoNon so quasi niente di Carmine. Ho letto, passata la mezzanotte, dopo che se ne era appena andato, la sua microbiografia. Quelle parole brevi, un po’ imbarazzate che si devono scrivere per presentarsi. Adesso che ci sono i blogs e i faisbucs è necessario inventarsi un profilo. Ci si riconosce davvero? Come ci racconteremmo in una chiacchiera di osteria?

Carmine Ioanna
Carmine Ioanna

Caterina e Carmine al cenacolo degli artisti

 

So dell’Irpinia, del paese di Ponteromito. Le sue terre. Ci sono passato, ne conservo un ricordo. E immagino un bambino là che vuole suonare. Da quando passo del tempo al Sud, nei paesi trovo la musica. Mi fermo e sto lì. Ad ascoltare e vedere i ragazzi con gli organetti e tamburelli. Con le zampogne e le fisarmoniche. Conosco musicisti che mi appaiono bravi. Per vivere fanno i maestri, camerieri, impiegati del comune, guide turistiche, i muratori. I più anziani sono calzolai, falegnami, vivono della pensione attesa per anni e anni. Mi chiedo, da straniero: non riuscirebbero a vivere di musica? So che Carmine ha fatto il cameriere. Ma so anche che la sua sola ‘certezza’ era la musica. E immagino i guai, le liti, la malinconia di certe sere, i soldi che non ci sono. Ma anche la gioia, l’allegria, le farfalline nello stomaco quando la musica esce dalle tue mani. E se poi a undici anni ti iscrivi al conservatorio e poi vai a studiare la fisarmonica lontano dal paese, allora sì, questo è un cammino che conduce lontano. C’è un dono e, per istinto, hai voglia di condividerlo. Ti piace lasciarti ascoltare. No, non è solo questo: la musica diventa relazione. Un’amicizia. Una comunità provvisoria ed eterna.

Con Caterina
Con Caterina
Con Alessandro
Con Alessandro

 

Non so altro. In questo momento non so altro di Carmine. Ho ascoltato la sua musica poche volte. Frammenti. Momenti quasi rubati, incisi, c’è un tempo di far niente? Una sera dopo cena, una controra lucana? E allora si può suonare. Mi aggrappo a una sua frase. Anche questa lasciata andare durante un’intervista: ‘Di musica si può vivere a patto che si faccia con leggerezza, come se fosse un gioco, senza ansia’. Penso: qualcosa che non ho imparato, come mi piacerebbe la leggerezza. ‘Passavamo sulla terra leggeri’, lo ha scritto un uomo dell’isola, Sergio Atzeni. Guardo Carmine: segue la voce di Caterina, il suono dell’organetto di Alessandro, il sax di Pasquale. Lo segue o è seguito? Mi sono sempre chiesto come si fotografa la musica? La musica mi passa attraverso, mi fa soffrire, mi regala adrenalina e felicità. Ma, come la poesia, non capisco. Non so come si faccia a tirar fuori qualcosa da un metallo, da un legno, da dei tasti, da una pelle. Come si fotografa la musica? Carmine la vede, intuisco che la vede. Credo che sappia come si può toccarla. Vede qualcosa che esce dalle labbra di Caterina, dal sax di Pasquale…la vede, l’afferra, la trasforma. Forse capisco: la bussola è davvero la leggerezza, il dono della musica è una tenacia, un desiderio, una pulsione, ma anche la lievità lussuosa di un mattino d’estate. E’ il gioco del sole sul muro di fronte al tuo letto. E’ un istante di grazia che Carmine sa prolungare perché gli è stato rivelato un segreto.

Carmine e Caterina

Carmine Ioanna

 

Ho sempre pensato che chi suona vivesse in una dimensione diversa. No, Carmine sa di terra, di pietre, di vecchie porte di legno. E allo stesso tempo di un modernità straziante e magnifica. E’ nel nostro mondo. Anche nel mio, che di musica non capisco, che non so, che provo invidie, ma avverto un gioia, questa sì, leggera quando lo vedo quasi nascondersi dietro la fisarmonica nera. Cosa sta sentendo nel momento in cui chiude gli occhi e reclina il capo?

Carmine Ioanna

Carmine e Caterina

Ho pensato: Carmine ha l’aspetto di un pirata; nonostante le montagne dell’Irpinia, riesco a immaginarlo su una barca. Lo vedo mentre ascolta la musica del vento amata dalle onde. Lo vedo al suo paese, qualcosa ho imparato a vedere del Sud, eppure lo immagino anche nella sua Francia, in un caffè, su un piccolo palco, una luce che si riflette sulla fisarmonica. Carmine sta bene dovunque. Trasforma i luoghi. L’ho sentito suonare fra le pietre di Aliano (la prima volta) e non riuscivo a staccare lo sguardo dalle sue mani. Sì, ho creduto che lui avrebbe potuto indicarmi la strada dove si vede la musica. L’ho visto suonare a piedi scalzi. L’ho seguito fra i calanchi. L’ho ritrovato in una piccolo ristorante di Matera, in una cava di tufo trasformata in teatro. Mi concentravo sui due orecchini, sugli occhi, sulle labbra che fischiettano, sulle nocche che tirano fuori suoni da qualsiasi angolo dei suoi strumenti. Ha mani grandi che sanno come si diventa battito d’ala. L’ho visto andare via, assieme a Claudia: assieme risalivano gradini, sulla sua spalla destra la grande sacca della fisarmonica. E i loro passi, il loro andare, lasciavano dietro una striscia di musica, quasi una sciarpa svolazzante di accordi. Viene voglia di seguirlo. Viene voglia di nascondersi nella sua casa per ascoltarlo suonare al mattino.

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